di Greta Privitera
Corriere della Sera, 13 agosto 2024
Nessuna di loro ha potuto andare in ospedale. Mohammadi “ha avuto un dolore toracico acuto e un attacco respiratorio”. Il 6 agosto, quando vengono a sapere che Reza Rasaei è stato impiccato nel carcere di Dizel Abad, nella provincia di Kermanshah, le donne del braccio femminile della prigione di Evin a Teheran si danno appuntamento nel cortile e gridano slogan contro la Repubblica islamica, e fanno rumore. Rasaei, 34 anni, era curdo, faceva parte del movimento Donna, Vita, Libertà. A guidare la protesta pacifica c’è anche l’attivista e premio Nobel iraniana Narges Mohammadi che non ha mai smesso di opporsi alla dittatura, nemmeno da dietro le sbarre, continuando a essere una voce fondamentale della rivoluzione.
Poco dopo l’inizio della protesta, le guardie fanno irruzione nel cortile. In un attacco senza precedenti, insultano e picchiano senza pietà. Alcune prigioniere svengono, altre riportano gravi ferite. Tra le donne prese a calci e pugni c’è anche Mohammadi, che, secondo l’associazione Free Narges Coalition “poi ha avuto un dolore toracico acuto e un attacco respiratorio”. A nessuna è concesso di andare in ospedale. Mohammadi soffre di problemi cardiaci e questa notizia allarma la famiglia che non riesce a mettersi in contatto con lei. Ma le informazioni riescono a uscire grazie anche alle compagne meno sorvegliate che raccontano cosa succede. Sempre la Free Narges Coalition: “Il 10 agosto Mohammadi ha fatto una richiesta scritta alle autorità carcerarie chiedendo di incontrare i suoi avvocati e chiedendo la presenza di un rappresentante dell’Organizzazione di medicina legale per documentare le contusioni e le ferite sulla parte destra del torace e sul braccio sinistro”.
Mentre i giornali aspettano di vedere se l’Iran si vendicherà contro Israele per l’uccisone del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, nelle strade e nelle carceri del Paese nulla è cambiato. Il 7 agosto, 29 persone sono state impiccate. Ventisei di queste, in un’esecuzione collettiva nel carcere di Gesel Hasar a Karaj. “Oltre per l’ingiusta fine di Rasaei, le rivoluzionarie di Evin protestavano per chiedere l’annullamento delle condanne a morte della compagna di prigionia Pakhshan Azizi - una giornalista iraniana di origine curda - e di altre tre: la sindacalista Sharifeh Mohammadi e le attiviste Varisheh Moradi e Nassim Gholami Simiari”, spiegano dalla Free Narges Coalition. Stupisce sempre assistere al coraggio di queste donne che alla violenza del regime contrappongono segnali di pace e libertà, così potenti da risuonare fino a qui.











