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di Antonio Polito

Corriere della Sera, 12 gennaio 2026

In Iran si muore per avere le nostre conquiste: libertà, benessere, tolleranza. Proprio mentre lamentavamo la morte dell’Occidente, la crisi dei suoi valori, la fine della sua storia, ecco milioni di iraniani che darebbero la vita, anzi, stanno dando la vita per condividere le nostre conquiste: libertà, benessere, tolleranza. Il diritto delle donne di sciogliersi i capelli e accendersi una sigaretta in pubblico; dei giovani di baciarsi per strada e ascoltare la musica che gli pare; dei padri di famiglia di non morire di fame perché il governo spende le sue risorse in missili per alimentare una rivoluzione globale, e poi non riesce a difendere più nemmeno i propri cieli.

La storia si è rimessa in moto. A Teheran, a Isfahan, a Mashhad, a Shiraz, a Qom, i tetri sgherri in grigio della teocrazia sparano sulle folle, inseguono i manifestanti fin negli ospedali, provano a spegnere l’incendio al solito modo, colpendo e terrorizzando il proprio stesso popolo.

Ma il regime degli ayatollah è fallito da tempo. Fu il primo nell’Islam, in tempi moderni, a sollevarsi contro l’Occidente e il Satana americano: quando nel 1979, ormai quasi mezzo secolo fa, il popolo iraniano cacciò lo Scià, alle forze progressiste d’Europa parve una nuova “rivoluzione d’ottobre”. Oggi nelle piazze iraniane c’è anche chi inneggia invece alla monarchia e al ritorno del figlio del Pahlavi, esule negli States.

Nel 1982 il “partito di Dio” degli Hezbollah, fondato sulla fede sciita e i soldi iraniani, fu il primo esercito islamico in grado di assestare un durissimo colpo a Israele nella guerra del Libano, con l’”invenzione” degli attentati-suicidi. Oggi il suo carismatico capo è stato ucciso e l’intera leadership del gruppo decimata dagli israeliani a Beirut. Sei mesi fa, prima l’aviazione di Gerusalemme e poi i micidiali B-2 di Trump con le loro bombe anti-bunker hanno colpito a piacimento i siti dove l’Iran arricchiva l’uranio necessario alla sua sfida, feticcio di un sogno di deterrenza nucleare.

Ma mentre nelle nostre piazze si imprecava in quei giorni contro l’esibizione di forza militare di Stati Uniti e Israele, è probabile che invece molti iraniani abbiano tratto motivo di speranza dai rovesci del regime, e dalla debolezza che rivelavano. Le umiliazioni ricevute dal proprio Paese non devono essere state estranee a questa nuova sollevazione, nata dalla crisi economica e dalla povertà, ma come sempre intrisa di aspirazione alla libertà. Una mobilitazione stavolta non solo di giovani e donne, ma di popolo, e sostenuta dalle minoranze etniche e religiose.

Il sostegno dichiarato di Trump, con annesse usuali minacce di azione militare, e persino l’operazione chirurgica di Caracas, che conferisce a quelle minacce una nuova credibilità, devono aver giocato un ruolo importante nel dare coraggio ai manifestanti.

Ma se il regime è fallito, non lo è ancora l’apparato repressivo dello Stato iraniano, alimentato dal genuino fanatismo religioso delle sue milizie. E perciò non è affatto detto che non finisca di nuovo come tante altre volte: con omicidi, impiccagioni, retate, repressione, pugno di ferro. “Nemico di Dio”, questa è l’accusa che può costare la vita a un essere umano in Iran.

Così l’Occidente si trova di fronte al dilemma: che fare quando a perseguitare e massacrare un popolo è il suo stesso governo? È anche la domanda dietro la quale si nasconde e cerca giustificazione il triste silenzio delle nostre piazze. Così ansiose di battersi contro l’imperialismo da ignorare il diritto alla libertà dei popoli se a calpestarlo non sono gli americani. In una città, Roma, dove il più forte sindacato nazionale ha appena organizzato una manifestazione in difesa non del regime “madurista”, che quello sta ancora al suo posto, ma di Maduro medesimo, finora neanche un liceo occupato per i coraggiosi ragazzi iraniani. Si vede che, se si uccide senza “violazione di sovranità”, tutto sommato non ci riguarda. Ma non è solo indifferenza. C’è qualcosa di più. E sta nel fatto che una parte consistente delle nostre opinioni pubbliche, quelle che di solito si mobilitano, ce l’hanno talmente tanto con l’Occidente in cui vivono e con i suoi valori, con le sue tradizioni e la sua storia, da accendersi subito quando offende la dignità di altri. Se però un popolo come quello iraniano ci chiede invece aiuto per condividere con noi quegli stessi ideali che le nostre piazze spesso disprezzano, allora resta solo.

La Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, ha chiesto a Trump, insieme ad altri dissidenti iraniani, un’”assistenza internazionale per prevenire un disastro: avete promesso in tre occasioni che sareste intervenuti in aiuto del popolo iraniano, ora è il momento di agire”.

Ci auguriamo tutti che questo aiuto non porti nuove guerre, in un mondo già così scosso dalla violenza. Ma se non saremo capaci di far sentire la nostra voce agli ayatollah, di mobilitare quella “superpotenza” dell’opinione pubblica occidentale che ha avuto un ruolo importante nel mettere fine al massacro di Gaza e ora invece tace, di usare tutta la forza della nostra diplomazia e della nostra economia, saremo comunque responsabili di aver lasciato la parola alle armi.