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di Simona Musco

Il Dubbio, 13 aprile 2026

Sin dalla sua fondazione nel 1979, la Repubblica Islamica dell’Iran ha eletto la pena di morte a pilastro della propria architettura politica. Sebbene la Carta fondamentale non la citi esplicitamente, l’articolo 4 della Costituzione stabilisce che la legge islamica sia la fonte suprema di ogni legislazione. È la Shari’a, la “giusta strada”, a tracciare i confini tra la vita e la morte, punendo con il patibolo non solo crimini violenti, ma anche blasfemia, apostasia, adulterio, omosessualità e “cospirazione contro il governo”, qualunque cosa significhi. Oggi, questo sistema ha portato l’Iran a essere il primo boia al mondo, con autorità che mostrano un totale disprezzo per la vita umana.

Questa struttura si regge su una magistratura priva di indipendenza: il capo del potere giudiziario è nominato direttamente dalla Guida Suprema, trasformando i tribunali in bracci operativi del regime. I tribunali rivoluzionari, in particolare, operano al di fuori di ogni garanzia procedurale, negando agli imputati il diritto di scegliere un difensore di fiducia e limitandoli a liste di avvocati approvati dallo Stato. Il rapporto della Relatrice Speciale Onu Mai Sato, pubblicato nel febbraio 2026, documenta una realtà agghiacciante: l’uso della pena di morte ha subìto un’accelerazione drastica. Le esecuzioni sono passate dalle 975 del 2024 ad almeno 1.639 nel 2025. Il nuovo anno non ha mostrato segni di rallentamento: solo nel gennaio 2026 sono state registrate almeno 100 esecuzioni. In un contesto segnato da tensioni regionali e conflitti, la media attuale è di circa sette esecuzioni al giorno, che colpiscono prevalentemente la popolazione giovanile.

Questa macchina della morte opera nell’ombra. Solo il 7% delle esecuzioni avvenute nel 2025 è stato annunciato ufficialmente dalle autorità. Il resto del lavoro di documentazione ricade sulle spalle delle organizzazioni della società civile (Cso) e delle famiglie, che operano a rischio della propria vita per denunciare quella che Amnesty International definisce una “violazione ignobile del diritto alla vita”. La segretezza è un’arma deliberata: serve a prevenire sanzioni internazionali immediate e a infliggere una tortura psicologica supplementare ai parenti, che spesso scoprono l’esecuzione solo a fatto compiuto.

Dalla rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022, il regime ha intensificato l’uso dei tribunali rivoluzionari per soffocare ogni sussulto di protesta. La pena di morte viene ora utilizzata per punire reati definiti in termini eccessivamente generici: la moharebeh, inimicizia contro Dio; la efsad-fil-arz, corruzione sulla terra; e la baghy, ribellione armata contro lo Stato. L’arbitrarietà è la norma. La nuova legge sullo spionaggio del 2025 ha ulteriormente allargato le maglie della repressione, includendo nei reati capitali i contatti con media stranieri o della diaspora. La pena capitale in Iran non colpisce tutti allo stesso modo. Esiste una sproporzione drammatica ai danni delle minoranze etniche marginalizzate. Nel 2025, tra i giustiziati si contano almeno 149 baloch, 82 curdi e 28 arabi. Anche la comunità afghana è pesantemente colpita: le esecuzioni di cittadini afghani sono più che triplicate tra il 2023 e il 2024, in parallelo a una recrudescenza di discorsi xenofobi da parte del potere centrale. Circa il 49% delle esecuzioni riguarda reati di droga. È una violazione palese del diritto internazionale (Iccpr), che limita la pena di morte ai “crimini più gravi”, come l’omicidio intenzionale. Spesso, queste condanne colpiscono le fasce più povere della popolazione, prive di risorse per difendersi in processi che Amnesty International definisce “manifestamente iniqui”, basati su torture e confessioni estorte e trasmesse in TV. Un esempio tragico di questo arbitrio è quello di Babak Shahbazi, messo a morte nel settembre 2025 dopo un processo farsa in cui le sue denunce di tortura sono state totalmente ignorate.

La condizione delle donne nel braccio della morte rivela la natura brutale del sistema giudiziario iraniano e configura un vero e proprio apartheid di genere. Nel 2024 è stato raggiunto il record di 31 donne giustiziate. Molte di queste condanne derivano dalla legge della ritorsione, il Qisas (la “legge del taglione”): se la famiglia della vittima non concede il perdono o non accetta il “prezzo del sangue” (diya), l’esecuzione è inevitabile. Questo sistema privatizza la vendetta, trasformando il diritto alla vita in una transazione finanziaria che penalizza chi è privo di mezzi. Il dato tragico è che il 70% delle donne giustiziate per omicidio era accusato di aver ucciso il marito, spesso dopo anni di violenze domestiche e abusi mai riconosciuti dai tribunali come circostanze attenuanti. Il caso di Zahra Esmaili è emblematico: vittima di violenza domestica, fu impiccata nel 2021 nonostante avesse avuto un infarto fatale poco prima dell’esecuzione mentre assisteva alle impiccagioni di altri detenuti. Le autorità appesero comunque il suo corpo senza vita. Altrettanto noto è il caso di Reyhaneh Jabbari, impiccata per aver ucciso un ex ufficiale dell’intelligence che tentava di stuprarla. Casi come quelli delle attiviste Pakhshan Azizi e Varisheh Moradi, attualmente a rischio esecuzione, confermano che il corpo della donna è un campo di battaglia politico. Solo raramente la pressione internazionale ottiene risultati, come nel caso di Goli Kouhkan: a 12 anni fu costretta alle nozze con suo cugino. Sei anni dopo lui morì durante una lite. Ora è stata rilasciata dopo che la mediazione ha permesso di raccogliere il “prezzo del sangue”.

Oltre alle mura delle carceri, l’Iran continua a praticare le esecuzioni pubbliche (almeno 11 nel 2025). Il metodo preferito è l’impiccagione, che avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. Queste messe in scena sono progettate per instillare paura e consolidare l’autorità dello Stato attraverso lo spettacolo della morte, esponendo il pubblico - inclusi i bambini - a gravi traumi psicologici. È una vera e propria “pedagogia del terrore”.