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di Francesca Paci

La Stampa, 15 marzo 2023

Dopo l’arresto di cinque ragazze si moltiplicano i video di sfida a Ekbetan, alla periferia della capitale, in migliaia scendono in strada. La paura non funziona più. Dopo averle braccate per quasi una settimana, le autorità iraniane hanno scovato e arrestato le ragazze protagoniste del video diffuso l’8 marzo scorso in cui danzavano senza foulard sulle note di “Calm Down” per le strade di Ekbetan Town. Ma la paura non funziona più e la risposta alla confessione estorta alle cinque prigioniere costrette a velarsi da capo a piedi per scoraggiare tutte le altre è, ormai da ore, un fiorire di trailer musicali analoghi in analoghe strade del Paese che i social network moltiplicano in modo virale. Ballo ergo sum.

Ekbetan Town non è un qualsiasi sobborgo urbano cresciuto rapidamente in altezza con i soliti blocchi abitativi modulari. Il quartiere alla periferia ovest di Teheran, dove in questi giorni la polizia religiosa ha mostrato di volersi vendicare con particolare ostinazione, è la fertile terra del rapper Raz, della musica underground e della rock band “127”, dei murales firmati Karan Reshad in arte “A1one”, uno che dopo il 2009 ha rinnovato in chiave anti-regime la tradizione dei graffiti contro l’America d’epoca khomeinista, e del più grande festival Charshanbe Suri della regione. È qui, dove grava il progetto governativo di sostituire il nome di origine persiana Ekbetan con uno puramente islamico, che sei mesi fa, all’indomani dell’assassinio di Mahsa Amini, le ragazze hanno cominciato a scendere in strada coordinandosi al telefono con le compagne della capitale per dare spontaneamente vita alla rivoluzione delle donne, Jin, Jian, Azadi.

“È tutto molto più importante di un balletto, è una forma di disobbedienza civile ad ampio raggio lanciata dall’epicentro della rivoluzione, è un simbolo” spiega Bahram, un farmacista quarantenne che abita a mezzora di macchina da Ekbetan Town e che ieri sera era proprio lì, mentre le forze dell’ordine circondavano l’area in cui la folla, approfittando della cerimonia del fuoco, aveva dato alle fiamme un enorme ritratto della Guida Suprema l’Ayatollah Ali Khamenei, urlando: “Khamenei senza radici, la nostra rivoluzione non finirà”.

Sono giorni importanti per l’Iran che si appresta a celebrare lo Chaharshanbe Suri, la festa tradizionale con cui, accendendo falò in strada e danzandovi intorno, si annuncia l’arrivo di Nowruz, il Capodanno persiano. In queste ore, con il Paese scosso dalla più grande mobilitazione popolare dai tempi di Komehini, la preoccupazione degli ayatollah è massima. Tanto che, rispondendo alla mobilitazione di tre giorni convocata dagli attivisti contro l’avvelenamento di almeno cinquemila studentesse, la polizia religiosa ha minacciato dieci giorni di carcere e la confisca dell’automobile a chiunque disturbi “l’ordine pubblico e la calma durante il Chaharshanbe Suri”.

Anche stavolta, con spietato automatismo, il regime è ricorso al pugno di ferro con cui finora ha fronteggiato qualsiasi forma di protesta, dalle primissime donne deluse dalla rivoluzione del 1979 fino all’Onda Verde del 2009, l’idealismo bruciato con la sconfitta riformista da cui, inaspettatamente, è risorta la generazione più giovane. Da sei mesi, sotto lo sguardo intermittente del mondo, si consuma in Iran un corpo a corpo esiziale tra la teocrazia sciita e i suoi figli, affiancati ormai regolarmente dalle sorelle e dai fratelli maggiori, dai genitori, dai nonni più conservatori con la rabbia dei fedeli traditi dal sistema nel nome di Dio. Teheran, Mashhad, Qazvin, Malayer, Isfhan, Shiraz, Karaj, Baneh, Zanjan, Oshnavich, Ekbatan Town.

“Se la Repubblica islamica è messa così male da aver bisogno di Lukashenka, abbiamo ancora più motivi per andare avanti, la fine di questo regime disperato e in bancarotta è vicina” ragiona l’universitaria Nashin commentando la visita del dittatore bielorusso al presidente iraniano Ebrahim Raisi, che già collabora attivamente con la Russia di Putin. Poi allega al messaggio una serie di video con le ragazze che bruciano l’hijab ripetendo “morte alla dittatura” e l’emoji di ballerina. La paura non funziona più.