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di Antonio Polito

Corriere della Sera, 9 gennaio 2025

Questo risultato apra la porta alla liberazione di tutte le donne iraniane discriminate. Anche chi non crede nei miracoli deve ammettere che il governo di Giorgia Meloni, la nostra diplomazia e i nostri apparati di sicurezza ne hanno appena compiuto uno, riportando in Italia sana e salva e così rapidamente Cecilia Sala. È un grande sollievo per tutti. E in particolare per chi sa che il giornalismo non è appiccicare fake news su un social ma impegno e responsabilità, e comporta il rischio di andare in giro per il mondo per poterlo raccontare in prima persona. Un valore prezioso per la democrazia, del quale la nostra giovane collega è un esempio di prim’ordine. Anche per questo, e non solo per motivi umanitari, la sua liberazione è così importante.

La premier Meloni ha dimostrato ancora una volta un’abilità nelle relazioni internazionali sorprendente in chi non aveva alcuna esperienza precedente né una tradizione politica cui attingerla. Alla fine i governanti sono giudicati sulla base della loro capacità di risolvere le crisi, di uscire dalle emergenze. E per farlo bisogna saper rischiare, come Giorgia Meloni ha fatto quando è volata in Florida per una cena con Trump senza sapere se una mossa tanto irrituale da essere tenuta quasi segreta fino all’ultimo l’avrebbe premiata con un successo oppure no.

Ha messo dunque in gioco la sua credibilità personale, pur di sfruttare la finestra di opportunità che le offriva il passaggio delle consegne alla Casa Bianca: ottenendo un sostanziale silenzio-assenso del presidente eletto al rilascio dell’ingegnere iraniano arrestato su richiesta degli americani, e senza imbarazzare il presidente uscente che un via libera non poteva darlo. Aggiungiamo ai meriti di Giorgia Meloni quelli di un sistema-Paese che ha funzionato come raramente accade qui da noi, mostrando un’unità di intenti che è andata dalla famiglia Sala, affidatasi con fiducia alle istituzioni, fino alle forze di opposizione, che hanno saputo resistere alla tentazione di sfruttare a proprio vantaggio una crisi nazionale, e si sono alzate in piedi in Senato per applaudire il successo del governo.

Ma chi non crede ai miracoli sa anche che ci sono state delle condizioni giuridiche, politiche e diplomatiche che hanno consentito un tale successo. La prima delle quali sta nel fatto che la detenzione di Cecilia Sala era arbitraria, che la nostra collega non aveva commesso nessun reato, né aveva violato alcuna legge, ma si trovava in Iran con un regolare visto e stava svolgendo il suo lavoro rispettandolo. La sua liberazione ha avuto naturalmente un prezzo, e vedremo nelle prossime ore quale esso sia e soprattutto in che forma sarà pagato. Intanto è chiaro che il governo italiano si è impegnato con l’Iran a non consegnare agli Usa l’ingegnere dei droni. Non è uno sviluppo di cui si possa essere felici, sappiamo come l’Iran rifornisca di sistemi d’arma i gruppi terroristici che agiscono anche contro i nostri interessi nazionali, oltre che contro i nostri alleati. Ma la ragion di Stato è anche questa, e l’Italia non lascia i suoi cittadini nelle carceri dei regimi.

È del resto possibile che la decisione iraniana di liberare Cecilia Sala sia il frutto di una discussione politica interna al regime, gravemente indebolito dalla clamorosa sconfitta subita degli Hezbollah in Libano e dalla dura lezione militare che gli è stata impartita da Israele. Sappiamo che a Teheran c’è un’ala moderata che spinge per evitare un ulteriore isolamento del Paese. Avrà avuto un peso nella decisione di mantenere buone relazioni con l’Italia, nazione tradizionalmente aperta al dialogo in Medio Oriente. Specialmente ora che Roma sembra poter esercitare una qualche influenza sul nuovo inquilino della Casa Bianca (e questo potrebbe essere stato un effetto collaterale della visita-lampo di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago da Trump).

Bisogna ricordare infine che Cecilia Sala, purtroppo, non è sola; ma anzi ha condiviso per tre settimane la condizione di vittima della teocrazia iraniana con le tante donne che si sono ribellate in vari modi e forme all’apartheid di genere di quel regime misogino e dei suoi Guardiani della rivoluzione e per questo finite, come il premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, nello stesso infernale carcere che la nostra collega ha appena lasciato. Non meriteremmo il premio della libertà della nostra giovane connazionale se smettessimo adesso di batterci con tutte le nostre forze, con tutto il nostro “soft power”, con tutta la nostra energia diplomatica e politica, per liberare quelle donne e tutte le donne iraniane dalla discriminazione medievale cui sono condannate. Siamo sicuri d’altronde che questo sia stato il primo pensiero di Cecilia Sala, non appena finito il suo incubo.