di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 maggio 2023
Le autorità iraniane hanno annunciato l’esecuzione di tre uomini, Majid Kazemi, Saleh Mirhashemi e Saeed Yaghoubi. È stato il sito della magistratura, Mizan, a rendere nota la notizia dell’ennesima condanna a morte anche se non è ancora dato sapere in che modo gli è stata tolta la vita.
I tre prigionieri erano stati arrestati perché secondo l’accusa avrebbero ucciso un agente di polizia e due membri del gruppo paramilitare Basij a Isfahan, la terza città più grande dell’Iran, nel novembre 2022 durante le proteste a livello nazionale scoppiate dopo la morte di Mahasa Amini, la ragazza curda morta nelle mani della polizia morale a Teheran lo scorso anno.
Il reato ascritto agli uomini giustiziati è stato quello di moharebeh, un termine legale islamico che significa “fare guerra contro Dio”. Avrebbero formato un gruppo per minare la sicurezza nazionale e collaborato con i Mujahedeen- e- Khalq (MEK), un gruppo con sede in Europa che Teheran considera un’organizzazione terroristica. La pena di morte è stata eseguita nonostante l’appello alla clemenza depositato presso la Corte Suprema che ha affermato di non vedere alcuna ragione credibile per accettare la richiesta in quanto i tre miravano a “rovesciare l’establishment della santa Repubblica islamica” macchiandosi di gravi reati.
Il caso, nonostante la brutale repressione in atto ha suscitato numerose proteste, secondo le scarne notizie che riescono a penetrare la forte censura, all’inizio di questa settimana le famiglie dei tre uomini, che temevano una veloce esecuzione delle sentenze, hanno manifestato davanti alla prigione centrale di Isfahan dove erano detenuti Majid Kazemi, Saleh Mirhashemi e Saeed Yaghoubi. I video girati dagli stessi familiari hanno testimoniato ciò che stava succedendo e invitavano a sostenere la loro causa. Nelle immagini pubblicate in rete si vedono molte auto che si radunano intorno all’area della prigione, con i conducenti che suonano il clacson e cantano slogan a sostegno della sospensione delle esecuzioni.
Un breve messaggio presumibilmente scritto a mano e firmato dai tre uomini è stato ampiamente diffuso online, l’appello era inequivocabile: “Non lasciate che ci uccidano”. Niente però è riuscito a salvare i condannati i quali si sono sempre dichiarati innocenti. La magistratura ha affermato che la pena di morte e stata giustificata dalle loro confessioni di colpevolezza, una versione che contrasta con quella delle organizzazioni dei diritti umani secondo le quali i prigionieri sarebbero stati torturati, costretti a confessare in diretta televisiva sotto la minaccia di violenze contro di loro e le famiglie oltre a essere stati rinviati di un’assistenza legale.
In particolare Kazemi sarebbe riuscito a chiamare un parente dicendogli di essere stato sottoposto a violenze fisiche e morali. Gli aguzzini della prigione lo avrebbero appeso a testa in giù e colpito ripetutamente sulla pianta dei piedi, nel frattempo gli mostravano la finta esecuzione dei fratelli e lo minacciavano di violenza sessuale. La confessione dunque sarebbe stata rilasciata per sfinimento affinché tale trattamento potesse cessare.
E quanto confermato da Hadi Ghaemi, direttore esecutivo del Centro per i diritti umani in Iran con sede a New York e Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa: “Il modo scioccante in cui il processo e la condanna di questi manifestanti sono stati accelerati attraverso il sistema giudiziario iraniano tra l’uso di ‘confessioni’ macchiate dalla tortura, gravi difetti procedurali e la mancanza di prove, è un altro esempio dello sfacciato disprezzo delle autorità iraniane per il diritto alla vita e a un processo equo”.










