di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 5 giugno 2026
Marjane Satrapi è morta. “Morte de tristesse”. E i palazzi degli ayatollah sorridono, perché Marjane Satrapi li aveva lasciati “senza mutande”. Nudi di fronte alla violenza di una rivoluzione tradita, pure adesso che Marjane Satrapi se ne è andata. Con i suoi passi e una matita spezzata, tra il fumo di sigarette e dolore.Nei suoi fumetti era quasi impossibile distinguerli, sigarette e dolore: si accompagnavano. E così deve essere stato anche per lei, quando a 56 anni ha deciso di lasciarsi morire perché aveva perso “l’amore della sua vita”, suo marito Mattias Ripa. Così racconta la sua famiglia, senza finzioni. E per noi è facile crederlo, perché Marjane Satrapi aveva già scritto tutto. Aveva messo gli occhiali alle ragazze di tutto il mondo per guardare all’Iran senza strabismo.
E aveva raccontato di un violino andato in pezzi, uno strumento distrutto che era valsa la vita di un giovane musicista senza più note.Forse Mattias Ripa era il suo violino. E forse, come Nasser Ali Khan, protagonista del suo fumetto più commovente, “Pollo alle prugne”, Marjane Satrapi aveva deciso che i giorni dovevano scorrere lenti e inesorabili verso la fine. Tanto dalla morte non si può scappare. Né la si può ingannare: per quanto lontani si fugga, scriveva lei, quella ti trova. Quindi bisogna giocare d’anticipo e riunire i pezzi? “Questa idea di ciò che mi lascerò alle spalle… me ne infischio: voglio essere eterna senza morire e senza lasciare dei libri. Quando morirò, morirò”, avrebbe risposto Marjane Satrapi. Che però qualcosa ci ha lasciato, eccome. Un’eredità di parole e impegno, formato tavola in bianco e nero. Un album di famiglia che racconta la sorte di un intero Paese, con gli occhi di una bambina che ha spiegato al mondo intero la banalità della tirannia.
Ecco cos’è Persepolis, il suo capolavoro più noto: un manuale semplice di una storia difficilissima. Con cui Marjane Satrapi ha fatto i conti fin da piccola, prima e dopo quella breve illusione di libertà che l’avrebbe condotta, nella sua rapida rovina, all’esilio francese per oltre 20 anni. Nata il 22 novembre 1969 a Rasht, nella regione iraniana del Gilan, affacciata sul Mar Caspio, cresce a Teheran in una famiglia borghese, colta e progressista. Frequenta la scuola francese e ascolta la musica occidentale, nutrita del pensiero illuminista e marxista. Quando la battaglia delle donne comincia a filtrare sotto il dominio di Mohammad Reza Pahlavi, la famiglia si muove tra le pieghe del regime.
Poi tutto cambia, nel 1979, quando la rivoluzione pone fine alla monarchia dello scià. Anche allora nessuno, a casa, si sogna di imporle quel velo che si ritrova costretta ad indossare. Sua mamma sfila in piazza contro il dettame teocratico. Sua nonna le insegna la misura dell’impegno politico. E neanche suo padre si tira indietro, quando gli uomini ancora non si erano ancora uniti alla lotta.La piccola Marjane impara in fretta il prezzo della libertà. Molti amici finiscono in cella, altri scappano. La repressione colpisce i dissidenti. E nel 1983 i suoi genitori prendono la decisione più dolorosa: mandarla in Europa a studiare.
Sono gli anni della solitudine, gli anni di Vienna. Dove frequenta le scuole superiori, si avvicina a diversi ambienti giovanili, sperimenta relazioni sentimentali difficili e attraversa una lunga crisi identitaria. Alla fine degli anni Ottanta, terminata la guerra con l’Iraq, decide di tornare in Iran. Ha 19 anni. Ritrova la famiglia e una città che non riconosce più. Come non riconosce se stessa. Si iscrive alla Facoltà di Belle Arti a Teheran. E ci vive fino al 1994, quando abbandona definitivamente l’Iran per trasferirsi in Francia.
I due poli della sua esistenza personale ed artistica, la città del cuore e la città dei diritti.Lì, nella seconda, prende il via anche la sua carriera. A Parigi incrocia la scena del nuovo fumetto francese. Incontra David B., pseudonimo di Pierre-François Beauchard, tra le figure centrali del collettivo e della casa editrice L’Association. La sua cifra si fa biografica, storica, politica. Tradotto in oltre venti lingue, venduto in milioni di copie, adottato nelle scuole e nelle università, “Persepolis” diventa uno dei libri più influenti degli anni Duemila. Da graphic novel si trasforma in film. Nel racconto di un’intera generazione e di chi viene dopo, tra i corpi dei giovani iraniani pronti a morire per una nuova rivoluzione.
È a loro che Marjane Satrapi continua a dare voce, senza sosta. Soprattutto nel 2022, quando esplodono le proteste per la morte di Mahsa Amini, uccisa per una ciocca di capelli fuori posto. Dal nome del movimento “Donna, vita, libertà”, nel 2023 nasce anche un volume collettivo che, con il suo coordinamento, raccoglie testimonianze di autori e illustratori per raccontare la speranza e la repressione di chi muore in piazza sotto i colpi della polizia morale.
“Quello che è cambiato in 43 anni è l’atteggiamento dei nostri uomini, che ora combattono al nostro fianco”, spiegava. E riassumeva, con quel suo fare secco e diretto: “In questo sistema di potere, retto da gente vecchia e arcaica, che appartiene a un altro secolo, i giovani di oggi non vedono più un futuro, non credono neppure alla sua possibile riforma: quella iraniana è una dittatura e se si aprisse alle riforme, smetterebbe di esserlo. È ora di dire “bye bye” a questi vecchi che governano”.










