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La Repubblica, 9 aprile 2026

Prima dell’inizio del conflitto le autorità iraniane hanno arrestato migliaia di persone, tra cui molti minori, dissidenti politici, difensori dei diritti umani, avvocati e operatori sanitari. I prigionieri delle carceri iraniane oggi si trovano ad affrontare una doppia minaccia: la violenza per mano delle autorità, che hanno una lunga storia di massacri e torture all’interno delle prigioni, e i bombardamenti statunitensi e israeliani, scrivono Human Rights Watch (HRW) e Kurdistan Human Rights Network. Per decenni Teheran ha imposto detenzioni arbitrarie su larga scala in totale impunità, con prigionieri tenuti in strutture segrete gestite dagli organi di intelligence. Le due Organizzazioni Non Governative hanno parlato con dodici persone, tra cui familiari di persone arrestate, difensori dei diritti umani e fonti informate su quanto accade nelle carceri, e hanno esaminato le notizie condivise sui social media, le dichiarazioni ufficiali e i resoconti dei media di stato.

La situazione nelle carceri oggi. Dall’inizio del conflitto le famiglie dei detenuti hanno ripetutamente chiesto alle autorità iraniane di rilasciare i prigionieri. Alcuni sono stati liberati in cambio di pagamenti molto costosi, ad altri è stato rifiutato persino il permesso temporaneo per motivi umanitari. Nonostante le bombe della coalizione USA/Israele l’Iran continua ad arrestare attivisti, dissidenti, membri di minoranze etniche e religiose come curdi e bahá’í con generiche accuse di aver filmato o fotografato le manifestazioni e avere inviato testimonianze ai media. Il 24 marzo la polizia ha detto di avere arrestato 446 persone per “disturbo dell’opinione pubblica, creazione di paura e ansia nella società, propaganda a favore del nemico e organizzazione online di elementi destabilizzanti”, scrive HRW. Nelle carceri sono state effettuate delle impiccagioni, alcune motivate da ragioni politiche, alimentando i timori di esecuzioni di massa all’ombra della guerra. Almeno otto uomini sono stati messi a morte tra il 18 e il 31 marzo con accuse di spionaggio, ribellione armata contro lo Stato e guerra contro Dio.

Nel carcere di Evin. Nella famigerata struttura detentiva di Teheran, i prigionieri sentono esplosioni molto forti, ha raccontato il parente di un detenuto. Sanno che ci sono degli attacchi e che sono vicini, ma non sanno esattamente dove e la loro possibilità di ottenere informazioni è limitata. Tra gli obiettivi colpiti dalle forze israeliane e statunitensi ci sono stazioni di polizia e strutture di sicurezza gestite dal Ministero dell’Intelligence e dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Il calo nella quantità e nella qualità del cibo e la negazione dell’accesso ai farmaci. Alcuni di questi centri sono noti per ospitare prigionieri politici, spesso tenuti in isolamento e in circostanze che configurano delle vere e proprie sparizioni forzate. Alcune fonti hanno riferito al Kurdistan Human Rights Network e a Human Rights Watch che dall’inizio del conflitto armato si è registrato un calo sia nella quantità che nella qualità del cibo e che ai detenuti viene negato l’accesso ai farmaci e alle cure mediche essenziali al di fuori del carcere. Chi protesta rischia rappresaglie e ulteriori violenze.

Le leggi iraniane. Prevedono la liberazione dei detenuti per motivi umanitari in tempi di crisi. Una risoluzione del 1986 del Consiglio Giudiziario Supremo consente il rilascio condizionato o su cauzione durante le guerre. Il regolamento penitenziario autorizza il rilascio in caso di disastri naturali, eventi imprevedibili o epidemie. Per il diritto internazionale umanitario le carceri sono strutture civili e il loro bombardamento è considerato un crimine di guerra. Eppure dal 28 febbraio Israele e Stati Uniti hanno effettuato migliaia di raid che hanno preso di mira luoghi vicini alle prigioni di Evin, di Isfahan, di Mahabad, di Zanjan, mentre almeno un carcere, quello di Marivan, sarebbe stata danneggiato da una bomba.