di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 2 gennaio 2023
Nata a Teheran, incarcerata dal regime degli ayatollah, scappata in Germania. È vice sindaca a Francoforte. E lancia un appello forte all’Ue. Un giorno, quando aveva 17 anni, Nargess Eskandari-Gruenberg tornò a casa e si ritrovò circondata da venti guardiani della rivoluzione. Le dissero di mettersi il velo e la trascinarono via.
Nargess era scesa in piazza nel 1979 per la rivoluzione contro lo scià. Ma all’inizio degli anni 80 aveva cominciato a manifestare anche contro il regime di Khomeini, irriducibile nel desiderio di vivere in un Paese libero. Fu arrestata e sbattuta nel famigerato carcere di Evin. Nargess era incinta. La rinchiusero con altre cinque donne in una cella di sei metri quadri. Fu interrogata e torturata per un anno e mezzo. Neanche il fatto che aspettasse un bambino le risparmiò le sevizie. Tipicamente alle donne venivano frustati i piedi, molte venivano violentate. “Spezzare lo spirito, privarci di ogni umanità: era questo lo scopo del regime”, ci racconta. Nel 1983 Nargess partorì in carcere. Due anni dopo riuscì a scappare con la figlia dall’Iran. Oggi Nargess Eskandari-Gruenberg milita nelle file dei Verdi ed è vice sindaca di Francoforte (e fino a marzo provvisoriamente prima cittadina, dopo che l’ex sindaco Peter Feldmann si è dimesso, travolto da uno scandalo). Sua figlia, Maryam Zaree, è un’attrice e regista di successo in Germania. In quest’intervista a Repubblica, Nargess rivolge un appello forte all’Europa.
Cosa può fare l’Europa per la rivoluzione in Iran?
“La prima cosa, molto importante, è che l’Unione europea accetti che questo movimento non è una rivolta, ma una rivoluzione. Significa aver capito che l’Iran non si può riformare e che non si può avere un dialogo con questo regime. Il secondo punto importante è che si interrompano tutte le relazioni politiche ed economiche”.
Lei chiede di seppellire anche i negoziati sul nucleare iraniano?
“Certo. Persino le sanzioni implicano ancora il riconoscimento del regime. Ma vorrei anche che il mondo trovasse la forza di chiedere l’immediato rilascio dei 18 mila prigionieri che vengono torturati, seviziati e violentati ogni giorno nelle carceri iraniane. I più giovani hanno 14 o 15 anni”.
Pensa sia diventata una rivoluzione anche per le speranze tradite degli ultimi due decenni che potessero esistere dei governi riformisti come quello di Khatami?
“Esatto, è la grande differenza rispetto ai movimenti degli ultimi decenni, alle proteste del 2009 contro la rielezione di Ahmadinejad o al 2019, quando le piazze si ribellarono contro la guida suprema Al Khamenei. Questa volta è una rivoluzione perché è chiarissimo che l’Iran non è riformabile, che le piccole promesse fatte negli ultimi decenni si sono rivelate sempre delle pie illusioni. L’Iran è una teocrazia, è un regime ideologico che opprime, viola i diritti e l’autodeterminazione delle donne”.
Lei si sarebbe mai aspettata che una rivoluzione così fosse avviata dalle donne?
“Sì, è fantastico. Me lo aspettavo. Io stessa sono stata una giovane donna che si ribellò contro gli ayatollah. Noi donne siamo sempre molto forti nella storia. Il nostro ruolo è stato importante. Cento anni fa le donne scesero in piazza per il diritto di voto. Altrimenti io e lei mai avremmo avuto quel diritto. Le donne hanno spesso fatto più storia, sanno fare la storia. Le dico di più. Io penso che le iraniane stiano scrivendo la storia di tutte le donne. Sono certa che se la rivoluzione avrà successo in Iran, avrà un effetto domino sulle donne in Afghanistan, in Arabia Saudita, in Siria e nelle aree del mondo dove le donne sono oppresse ed escluse dalla vita pubblica”.
A 17 anni lei fu rinchiusa nelle carceri di Erin, luogo di torture orribili. Cosa prova ora che tanti iraniani vengono di nuovo massacrati nelle prigioni, picchiati nelle piazze, impiccati?
“È difficile. D’un lato sono triste, mi ritornano in mente tanti ricordi. Ero molto giovane quando sono stata imprigionata. E non può immaginare quanto fosse brutale il regime già all’epoca. Noi giovani combattevamo per la libertà. E quella libertà, quei desideri ci sono stati rubati. Adesso mi devasta vedere di nuovo persone giovanissime giustiziate in piazza. Sto male, mi sento il cuore oppresso. Mi sveglio ogni notte con una rabbia feroce. D’altra parte mi rende molto orgogliosa il fatto che milioni di persone stiano facendo questa incredibile rivoluzione. Sono fiduciosa. Io ci credo che un giorno ci potrà essere un Iran democratico e libero, un Iran in cui ci siano gli stessi diritti per le donne e si possa vivere in pace”.
Lei ha partorito sua figlia in carcere.
“Sì. E già in prigione mi ero giurata che se ne fossi mai uscita viva non avrei mai permesso a mia figlia di crescere in quel regime. Ero una delle studentesse più brave, per me era molto chiaro che avrei continuato a studiare. E che avrei fatto studiare mia figlia, lontano dalle catene dei mullah. Questo pensiero mi ha consentito di sopravvivere fino alla scarcerazione, mi ha dato una grande forza. Una volta liberata, i miei genitori volevano che mia figlia rimanesse con loro, mi dissero che sarebbe stato pericoloso per me scappare da sola. Ma per me era chiaro che non sarei andata da nessuna parte senza mia figlia. E volevo che mia figlia imparasse a crescere in un mondo democratico, che imparasse a essere una donna forte e sicura di sé”.
Come si può aiutare la rivoluzione?
“Qui in Germania ci sono manifestazioni di solidarietà forti. Non bisogna mollare. Anche la cosiddetta “sponsorizzazione” è importante: scegliersi un prigioniero, adottarlo a distanza, chiedere ai consolati di essere informati sulla loro condizione. Mantenere un faro acceso sui 18 mila carcerati, fare in modo che non spariscano, che non vengano giustiziati nel silenzio, nell’oblio. Sosteniamoli, con tutte le forze”.
Iran. Muore dopo torture, aveva studiato a Bologna. Zaki: vittima della libertà d’espressione
rainews.it, 2 gennaio 2023
Due anni fa era rientrato in Iran, il suo Paese, e ora è morto dopo esser stato torturato. Era stato fermato durante le proteste, poi era stato sottoposto a terribili torture ed è morto dopo 20 giorni di coma
Aveva studiato a Bologna, poi due anni fa era rientrato in Iran, il suo Paese e ora è morto dopo esser stato torturato. È la drammatica notizia che arriva da Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty attraverso le pagine di Domani. ”Mehdi Zare Ashkzari aveva studiato Farmacia a Bologna. Due anni fa era tornato in Iran, dove ora è morto, dopo venti giorni di coma a seguito di torture”, spiega Noury.
La denuncia è arrivata a Noury da un’attivista iraniana, notizia che ora ha lasciato sgomenti gli ambienti universitari italiani: nel 2015 Mehdi Zare Ashkzari era passato dalle aule bolognesi e aveva anche lavorato in una pizzeria della città emiliana.
Poi, racconta il quotidiano, è tornato in Iran, dalla madre. Ma nei mesi della repressione e delle esecuzioni sommarie, qui è stato torturato “tanto, al punto che dopo venti giorni di coma è morto”, ha appreso Noury dall’Iran. Secondo le prime testimonianze raccolte, il ragazzo sarebbe stato fermato e preso durante le proteste, poi torturato e, infine, rilasciato per evitare che si sentisse male mentre era in carcere. Poche ore dopo il rilascio è entrato in coma, fino a morire venti giorni dopo.
Anche Patrick Zaki, lo studente bolognese che è uscito dalle carceri egiziane, in un tweet ha espresso dolore per la notizia. “Oggi l’Università di Bologna ha ricevuto una notizia orribile. Mehdi Zare Ashkzari, che aveva studiato farmacia due anni fa all’Unibo, è appena morto dopo essere stato in coma per 20 giorni. Dopo aver partecipato alla manifestazione iraniana”, scrive Zaki.










