di Simona Musco
Il Dubbio, 7 aprile 2025
In Iran, difendere i diritti umani è un atto di coraggio estremo. l’avvocata per i diritti umani, simbolo di questa lotta, paga il prezzo della libertà con la sua stessa vita. Difendere i diritti umani in Iran è diventato un atto di eroismo. Chi sceglie di stare dalla parte della giustizia si espone al rischio di persecuzioni, condanne assurde, carcere e persino torture. Gli avvocati e gli attivisti che alzano la voce contro il regime pagano un prezzo altissimo: lunghi anni dietro le sbarre, isolamento, frustate e privazioni. Eppure, nonostante tutto, non si fermano. Il volto di questa resistenza ha un nome: Nasrin Sotoudeh.
Un nome che incarna il coraggio, la determinazione e il sacrificio. Da anni, questa avvocata ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani, lottando per le donne, i prigionieri politici, i minorenni condannati alla pena di morte. “Per me, rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia non è un’opzione”, dice ogni volta che il regime la pone davanti alla scelta: piegare la testa o resistere. Per il regime, la sua battaglia per la libertà è una delle minacce più grandi. Nel 2018 è stata condannata a 33 anni e mezzo di carcere e 148 frustate, con accuse infami come “propaganda sovversiva” e “incitamento alla corruzione e alla dissolutezza”.
Il suo “reato”? Difendere le donne che si sono tolte il velo in pubblico, sfidando la legge islamica imposta dal 1979. Nasrin ha rinunciato a presentare ricorso contro una sentenza ingiusta e persecutoria, trasformando la sua condanna in una denuncia vivente contro il sistema repressivo iraniano. Ma la sua storia non è un’eccezione. Ma Nasrin Sotoudeh non è sola. Il regime iraniano ha trasformato la professione forense in un campo di battaglia, perseguitando chiunque osi difendere i diritti fondamentali. Decine di avvocati sono stati incarcerati con accuse pretestuose, molti dei quali per aver difeso prigionieri politici, manifestanti, donne vittime di violenza o minoranze perseguitate. Per loro non esiste giustizia, solo processi farsa in tribunali controllati dal regime.
Mohammad Najafi, ad esempio, è in carcere dal 2016 con undici condanne a suo carico per aver denunciato abusi sui detenuti. Soheila Hejab sta scontando 18 anni per aver difeso donne vittime di violenza. Arash Keykhosvari è stato arrestato per il suo impegno in favore dell’ambiente. Nasser Sargaran è detenuto dall’ottobre 2023 senza accuse formali, per aver assistito persone con disabilità. Amir Salar Davoodi, membro della Commissione per i diritti umani dell’Ordine forense iraniano, è stato condannato a 30 anni di carcere e 111 frustate per “insulti al Leader supremo” e “propaganda contro il sistema”.
Anche gli attivisti culturali e le minoranze etniche sono nel mirino del regime. Mentre gli avvocati vengono incarcerati per aver difeso i diritti umani, scrittori, artisti e difensori della cultura vengono perseguitati per aver difeso la propria identità. Non è sufficiente ridurre al silenzio gli avvocati e gli attivisti: il regime colpisce anche chi li sostiene. Reza Khandan, marito di Nasrin Sotoudeh e attivista contro le leggi sull’hijab obbligatorio, è stato condannato a tre anni e sei mesi di carcere solo per aver creato delle spille contro il velo obbligatorio.
Nel 2023, il Parlamento iraniano ha approvato una legge che mette gli Ordini forensi sotto il controllo dello Stato. Ora è il ministero dell’Economia, insieme alla magistratura e al ministero della Giustizia, a decidere chi può esercitare la professione legale, trasformando gli avvocati in meri strumenti del potere. Solo gli avvocati considerati “affidabili” dal regime possono lavorare senza ostacoli, mentre chi difende i diritti umani viene incarcerato o esiliato. Dietro questa repressione c’è un solo uomo: la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. Concentra nelle sue mani un potere assoluto, controlla la magistratura, le forze di sicurezza e i tribunali rivoluzionari, strumenti con cui schiaccia il dissenso e soffoca ogni speranza di giustizia.
Ogni condanna inflitta agli avvocati e agli attivisti è un tassello di un sistema che risponde solo a lui, un regime teocratico che si regge sulla paura e sulla violenza. Una parte dell’Avvocatura iraniana emigrata all’estero ha denunciato la corruzione e il carattere dispotico della Magistratura iraniana, che usa la sicurezza nazionale come pretesto per reprimere ogni forma di dissenso. Ma, nonostante tutto, la resistenza non si spegne. Nasrin Sotoudeh, dalla sua casa o nei periodi in carcere, continua la sua battaglia.
Ha intrapreso scioperi della fame, ha denunciato le torture e la corruzione del sistema giudiziario iraniano. Nel 2020, dopo quasi 50 giorni di digiuno per protestare contro le condizioni dei prigionieri politici, è stata ricoverata per un’insufficienza cardiaca. Dopo il ricovero, è stata immediatamente riportata in prigione. Ora si trova in libertà per motivi di salute. Ma si tratta di una libertà a tempo. Perché il suo messaggio è chiaro: il popolo iraniano è destinato a vincere. E la sua voce continua a risuonare nel mondo.











