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di Reza Khandan*

Il Dubbio, 17 settembre 2025

Il 16 giugno stiamo passeggiando nel cortile della sezione 8 quando si sentono colpi di contraerea: i proiettili esplodono sopra le nostre teste, seguiti da detonazioni violente. Le urla dei compagni si mescolano al rombo dei colpi, la polvere sollevata dall’onda d’urto cade sugli occhi e sulle spalle. La paura si diffonde come una corrente elettrica tra di noi, in un istante tutti siamo consapevoli della fragilità del nostro rifugio. L’attacco all’edificio della televisione di Stato iraniana è il più vicino e devastante dall’inizio della guerra che percepiamo dalle sbarre di Evin. Mi precipito alla sala 10, al quarto piano: da una finestra vedo l’enorme colonna di fumo che si innalza verso il cielo grigio. Molti compagni assistono in diretta all’interruzione delle trasmissioni televisive. Tra i detenuti esplodono reazioni contrastanti: paura, incredulità, panico; scoppiano litigi, spintoni, e cinque vengono portati in isolamento nella sezione 209, quella consacrata agli interrogatori.

Nei giorni seguenti moltiplichiamo le battute sull’eventualità di un attacco diretto alla prigione. Faccio scorte di pane e acqua, raccomando ai compagni di allontanarsi dalle finestre al primo boato. Sembra ancora un gioco. Alcuni ipotizzano come aprire porte e finestre con strumenti improvvisati, ridiamo nervosamente. Una ragazza, per rassicurare la madre, cerca su internet e le dice: “Mamma, non ti preoccupare, non hanno mai bombardato una prigione in guerra”. Illusione: alle atrocità non c’è limite.

Dopo l’ordine di evacuazione dei residenti di Teheran, nostra figlia Mehraweh si dispera. In un post che ha pubblicato su Instagram protesta tra lacrime e rabbia contro la decisione di trattenere i detenuti, esponendoli ai bombardamenti. Il 22 giugno, poco prima delle 11, entro in biblioteca. Quattro o cinque persone leggono in silenzio. Mi immergo in un romanzo. All’improvviso esplosioni tremende scuotono il terreno e l’edificio: stanno bombardando Evin. I detenuti fuggono in panico, io rimango solo. L’edificio vecchio e fatiscente trema, il soffitto lascia cadere polvere e calcinacci.

Mi rifugio sotto una scrivania, ma è piena di oggetti. L’onda d’urto mi travolge. Sento l’aria sibilare, polvere negli occhi e orecchie che fischiano. Mi vedo a un passo dalla morte. Per un attimo penso ai miei familiari: capisco che chi muore perde tutti, mentre i sopravvissuti perdono solo una persona. Tutto dura pochi secondi, ma l’effetto rimane per sempre nell’animo. Quando il bombardamento sembra cessato, esco dalla biblioteca: l’avevo scelta perché senza finestre, con scaffali di libri che attutiscono i rumori, ma l’intensità dell’attacco va oltre ogni calcolo.

I prigionieri corrono giù per le scale, gridano, cercano di aprire le porte: sono chiuse. Anche il personale del carcere è preso dal panico, blocca l’uscita e impedisce di portare i feriti all’infermeria. Nel cortile trovo macerie, fumo e schegge. Le ultime bombe cadono vicino alle sezioni 7 e 8, colpendo anche l’edificio dei colloqui, la procura e gli impianti circostanti. Molti feriti sono colpiti da pietre e vetri nel cortile e in palestra. Alcuni svenuti vengono trascinati fuori a forza.

Quando le urla non ottengono nulla, i prigionieri sfondano una porta e ci riversiamo all’esterno. Trasportiamo i feriti all’infermeria comune, anch’essa invasa da polvere, schegge e vetri. Un detenuto muore per mancanza di cure tempestive. Molti feriti gravi ricevono solo fasciature provvisorie, lamentandosi per ore tra dolore e sangue rappreso. Alcuni detenuti tentano di scappare dal carcere: vengono colpiti. Un gruppo di prigionieri politici della sezione 4, che avrebbe potuto approfittarne per fuggire, esce invece per soccorrere i feriti, ma un’ora dopo viene costretto con le armi a rientrare. L’onda d’urto scaraventa a terra molti: un amico cade dal terzo letto della cuccetta, un detenuto nigeriano rovescia una pentola bollente su un compagno, altri svengono. Schegge di vetro feriscono decine di persone, il tetto della palestra si apre in più punti. Paura e panico si impadroniscono di tutti, amplificando urla e pianti.

Le colline di Evin prendono fuoco, esplodono mine intorno al carcere. Ciò che stupisce è che un regime che proclama da decenni la guerra con Israele non abbia né sirene né rifugi. Nessun colpo parte contro gli aerei: siamo indifesi, e chi tenta di fuggire viene trattato come evaso. Una delle stragi peggiori avviene all’ingresso principale: muoiono personale, soldati, detenuti prossimi alla liberazione con i loro familiari, altri che stanno entrando per la registrazione. La sera, durante il trasferimento al carcere di Teheran Grande, vediamo file di sacchi con cadaveri caricati su camion. Mio fratello e un parente, arrivati alla sala colloqui, trovano corpi davanti all’edificio e decine di auto esplose. La magistratura e l’Organizzazione carceraria, ignorando i nostri avvertimenti, mettono a rischio detenuti, personale e visitatori: l’attacco a Evin diventa uno degli episodi più sanguinosi della guerra di dodici giorni.

Secondo alcuni agenti, il direttore Farzadi impone la presenza forzata di tutti, mentre Teheran è quasi evacuata. Lui però si trova in un luogo sicuro. Le famiglie delle vittime vogliono denunciarlo, ritenendolo responsabile del massacro. Le linee telefoniche funzionano ancora: chiamo subito Nasrin e Nima, dico loro di non preoccuparsi. Poco dopo il regime taglia internet: invece di facilitare la comunicazione, blocca la popolazione nell’angoscia, lasciando tutti in balia dell’incertezza e della paura.

A mezzanotte sono passate dodici ore dal bombardamento. Siamo riuniti nella nostra stanza, senza cibo né acqua: gas e forniture sono interrotti. Poco dopo ci annunciano che verremo trasferiti al carcere di Teheran Grande: inizia un’altra tragedia, con ansia e sconforto che ci accompagna mentre il carro armato della realtà travolge ogni pensiero di speranza.

Come dichiarano Amnesty International e Human Rights Watch, l’attacco a Evin è senza dubbio un crimine di guerra. Non c’è alcun obiettivo militare: le vittime sono civili, prigionieri, famiglie, personale, persino passanti. Più di 119 persone muoiono e decine restano ferite. Quaranta sono membri ufficiali del carcere. Tra i morti il capo della procura di Evin. Nessuna sezione è colpita direttamente, ma molti detenuti muoiono nei cortili e lungo gli ingressi. Le autorità occultano i dati reali e non rendono pubblico nemmeno un nome.

Dopo 45 giorni torniamo a Evin: la prigione è in rovina. Hanno solo rimesso il portone principale con la sua targa, lasciando auto esplose, macerie e polvere. Il personale vaga smarrito, senza organizzazione. Solo una parte della sezione 7 viene ripulita per ospitare circa 500 prigionieri politici, privati di biblioteca e palestra. Il pane è immangiabile, la paura di un nuovo attacco serpeggia ovunque. Ci riportano a Evin per mostrare che il carcere non è vuoto, ma in realtà sembra un avamposto distrutto, simbolo di un Paese incapace di proteggere i suoi cittadini. L’Evin di oggi è la miniatura di un Paese che avrebbe potuto essere prospero e libero, e che invece vive tra rovine e repressione.

Postilla. Qualche giorno fa, un gruppo di soldati feriti fisicamente e psicologicamente dal bombardamento è stato portato in infermeria per visite psichiatriche. Alcuni sono rimasti ore sotto le macerie, vivendo esperienze dolorose e terrificanti. Nonostante amputazioni e gravi traumi, non sono esonerati dal servizio. Quattordici dei loro compagni sono stati uccisi davanti ai loro occhi. Se avessero potuto scegliere, nessuno avrebbe optato per il servizio militare obbligatorio. Ognuno avrebbe potuto diventare un artista, un atleta, un artigiano di talento.

*Prigione di Evin, 9 settembre 2025