di Cristina Giudici
vita.it, 10 marzo 2026
È stata una giovanissima prigioniera politica, arrestata quando aveva solo sedici anni. Oggi vive a Londra, dove lavora come psicoterapeuta ed è una nota attivista del comitato Campaign to Free Political Prisoners in Iran. “Si stima che siano 100mila i dissidenti nelle carceri”, racconta. “I detenuti hanno protestato per chiedere protezione. Sono stati picchiati e trasferiti nelle celle di isolamento nel seminterrato dove spesso avvengono le esecuzioni”. Shiva Mahbobi conosce bene l’abisso dei detenuti politici che oltre ad essere ostaggio del regime iraniano, devono convivere con il terrore di essere colpiti da una bomba o un missile. Lei, che è stata una giovanissima prigioniera politica, arrestata quando aveva solo sedici anni in Kurdistan, è rimasta ferita durante la guerra Iraq-Iran. Quando bombardarono la sezione dove si trovava, tre delle sue compagne di cella sono morte. “I pasdaran circondarono la prigione per impedire che potessimo scappare”, ricorda con angoscia. Oggi vive a Londra, dove lavora come psicoterapeuta ed è una nota attivista del comitato Campaign to Free Political Prisoners in Iran (Cfppi).
A nove giorni dall’inizio dell’attacco congiunto americano e israeliano contro l’Iran e soprattutto dopo l’elezione della guida suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, sostenuto dai Pasdaran e dalle forze paramilitari dei bassij, lancia un disperato appello per i prigionieri politici e manifestanti arrestati in seguito alla protesta popolare che rischiano di essere uccisi. Prima di parlare con VITA, è riuscita a parlare con i familiari a Teheran che hanno dovuto lasciare la loro casa perché troppo vicina a una base dei pasdaran. “Abbiamo parlato solo pochi minuti perché c’è di nuovo un blackout digitale. Dire che sono angosciata non rende l’idea, è una tragedia immensa”, osserva con una voce che tradisce il suo tormento interiore. Lei ha una missione precisa: mettere sotto i riflettori dei media un’emergenza che tutti ignorano: il destino dei detenuti politici e dissidenti.
“Con l’ultima ondata di arresti, si stima che siano 100mila i dissidenti nelle carceri. L’unica cosa che i governi e le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, potrebbero fare ora sarebbe fare pressione sul regime affinché liberi tutti i prigionieri. In teoria, secondo le stesse leggi iraniane, durante la guerra i detenuti dovrebbero essere rilasciati su cauzione”, ci dice. La situazione nelle carceri è drammatica. In alcune prigioni le esplosioni hanno danneggiato le strutture: molte finestre sono andate in frantumi e parti degli edifici sono state colpite dalle onde d’urto. All’interno delle celle regna il caos. Alcuni detenuti hanno bisogno di cibo e cure mediche, soprattutto tra i manifestanti arrestati che erano già stati feriti durante le proteste. Nel frattempo le milizie dei pasdaran hanno allontanato gli agenti penitenziari e circondato le carceri. Perciò i detenuti sono rimasti praticamente senza protezione.
“A Shiraz i detenuti hanno protestato per chiedere protezione. Sono stati picchiati e trasferiti nelle celle di isolamento nel seminterrato dove spesso avvengono le esecuzioni”, ci racconta Shiva Mahbobi. “A Isfahan prigionieri e detenuti sono stati trasferiti in luoghi sconosciuti e le famiglie non sanno dove si trovino mentre nella sezione 209 della prigione di Evin, la famigerata sezione controllata dall’intelligence, i prigionieri politici sono stati trasferiti anche loro in luoghi sconosciuti. I detenuti potrebbero essere usati come scudi umani”. Shiva Mahbobi chiede di lanciare un appello per i detenuti che si trovavano già rinchiusi in magazzini usati per torturarli o per esecuzioni segrete. “Le famiglie non sanno dove siano e il mondo non sa dove siano. Sono i cittadini più indifesi”.
Senza dimenticare che anche sotto le bombe, il regime continua a uccidere, a sparare contro la folla. “La situazione nelle carceri è drammatica. “Le persone all’esterno possono cercare di nascondersi, spostarsi in altre case, trovare rifugio altrove. I prigionieri politici non possono fare nulla. Si tratta di una grande emergenza. Dobbiamo aiutarli”, spiega. “Dal 2005 esiste nel diritto internazionale il principio della R2P (responsablity to protect). Ossia quando un governo attacca il proprio popolo e non c’è modo di fermarlo, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire per proteggere i civili. Secondo la maggioranza degli iraniani questo principio dovrebbe essere applicato anche al loro Paese”.
Lei ogni giorno lancia appelli, fa pressioni sui governi per liberare i detenuti politici, i manifestanti incarcerati. E ci dice in modo concitato: “Siamo in allarme soprattutto per i prigionieri politici detenuti nelle sezioni gestite dai pasdaran. Ci sono detenuti che hanno bisogno di cibo e cure mediche, compresi i manifestanti feriti che erano stati arrestati e che ora sono stati abbandonati senza alcuna assistenza. E ci sono quelli che vengono usati come scudi umani perché questo è il modo più semplice per ucciderli: non verrebbero registrati come giustiziati a livello internazionale e il regime potrebbe poi sostenere che sono stati gli americani o gli israeliani a ucciderli. Le forze dell’IRGC sono dispiegate intorno alle prigioni per impedire loro di scappare”, ripete con rabbia mista a paura e ai ricordi di quando è stata detenuta. “In un’altra prigione dove sono stata detenuta, a Kermanshah, è successo qualcosa di simile”, aggiunge. “Quando iniziavano gli attacchi, le guardie scappavano nei rifugi e ci segregavano nelle celle di isolamento. Non potevamo uscire mentre i muri tremavano e alcune parti della prigione venivano colpite dai bombardamenti iracheni. L’abbiamo visto anche durante la guerra dei 12 giorni nel giugno scorso e succederà ancora e ancora finché ci sarà la Repubblica Islamica”.










