di Simona Musco
Il Dubbio, 25 settembre 2020
È stata riportata in carcere Nasrin Sotoudeh, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani vincitrice del Premio Sakharov. E ciò nonostante le sue gravi condizioni di salute, a 45 giorni dall'inizio dello sciopero della fame, che hanno reso necessario, una settimana fa, il ricovero in ospedale per insufficienza cardiaca. A renderlo noto è stato il marito Reza Khandan, che ha denunciato l'impossibilità di avere contatti con la moglie, arrestata nel 2018 con l'accusa di reati contro la sicurezza nazionale e incitazione alla prostituzione, per avere difeso donne che avevano osato mostrarsi senza lo hijab e condannata in via definitiva a 33 anni di prigione e 148 frustate. Secondo la legge, dovrà scontare almeno 12 anni prima di poter ottenere la libertà condizionale.
"Dopo 5 giorni di detenzione al Taleghani Security Hospital - ha scritto martedì sera Khandan suo suo profilo Facebook - Nasrin è stata riportata in prigione nelle peggiori condizioni fisiche, senza alcun trattamento medico. Questa azione non significa altro che metterlo in pericolo di morte".
Un pericolo concreto, denunciato anche da Bruno Malattia, noto per essere stato l'avvocato in Italia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, l'iraniana condannata alla lapidazione che poi venne rilasciata dopo una forte mobilitazione internazionale. "Quello che a noi pare è che anche a livello di Unione Europea non si dedichi l'energia necessaria per risolvere il caso - ha dichiarato all'Adnkronos.
Bisogna che la politica estera dell'Ue sia molto più forte e meno timida nei confronti dell'Iran. È Inaccettabile che si lasci morire una donna insignita per giunta del Premio Sakharov" per i diritti umani, ha aggiunto, precisando che insieme a una squadra di avvocati e all'ong di Pordenone "Neda Day" sta preparando un dossier sui presunti abusi di Teheran da presentare al Parlamento europeo. "Con i tweet non si risolvono i problemi", ha dunque sottolineato, chiedendo azioni più incisive da parte delle autorità europee, a partire dall'imposizione di "sanzioni" contro Teheran.
"Altrimenti - ha concluso - in situazioni come questa la posizione dell'Ue lascia il tempo che trova". Una posizione condivisa anche da Elisabetta Zamparutti, tesoriera di "Nessuno Tocchi Caino", che ha evidenziato il "rapporto privilegiato" e le "interlocuzioni" dell'Italia con l'Iran, che imporrebbe al nostro Paese di prima di parlare di affari, di "sollevare la questione dei diritti umani". Secondo Zamparutti, quanto accaduto a Sotoudeh è "emblematico: parliamo di una donna, di una combattente e attivista per i diritti umani che si batte anche contro l'obbligo di indossare il velo e che sta scontando una pena disumana".
Da qui l'invito ai governi europei a chiedere una "ispezione internazionale delle carceri iraniane, dove sono rinchiuse in condizioni disumane tante persone arrestate in Iran durante le proteste antigovernative dello scorso novembre e si applica la tortura". Ma anche l'avvocatura italiana si mobilita: l'Organismo congressuale forense, a nome di tutti gli avvocati d'Italia, ha interpellato il governo e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiedendo "un intervento immediato per esercitare pressioni sul Governo dell'Iran e protestare contro le notizie che giungono da quel Paese".
"Una nazione che voglia dirsi civile non può tacere davanti a tali aberrazioni che con il diritto non hanno nulla a che vedere - ha commentato Giovanni Malinconico, coordinatore dell'Ocf - non possiamo restare fermi, ignorare per convenienza economica o calcolo politico. All'Esecutivo chiediamo di intervenire in tutte le sedi possibili, a cominciare dalle Nazioni Unite. Chi ignora i fatti, è semplicemente disinformato. Chi sa e tace ugualmente, invece è complice". Preoccupato anche il presidente dell'Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza.
"È allarmante che ci sia una situazione del genere e che nel mondo accadano queste vicende che violano la libertà. Bisogna intervenire per evitare tutto ciò. Se un avvocato non può essere libero, allora vuol dire che anche un intero Paese non lo è", ha commentato.
Oltre alla detenzione ingiusta di un gran numero di prigionieri politici, Sotoudeh ha denunciato le condizioni delle carceri iraniane durante la pandemia: molti prigionieri, infatti, hanno contratto il virus, rimanendo comunque in stato di promiscuità in prigioni sporche e affollate. Le autorità giudiziarie hanno rilasciato un gran numero di prigionieri, ma la maggior parte di coloro che si trovano in carcere per ragioni politiche è stata esclusa dal beneficio.
Ad informare la famiglia di Sotoudeh delle sue condizioni di salute sono state le compagne di cella, due delle quali, le prigioniere politiche Mojgan Kavousi e Rezvaneh Khan Beigi, arriva l'appello alla magistratura affinché l'appello di Sotoudeh venga accolto. "Poiché la sua richiesta non è altro che l'attuazione della legge approvata di recente sulla riduzione delle pene, vi chiediamo di affrontare la questione, il prima possibile, per porre fine allo sciopero della fame della signora Sotoudeh".










