sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Fabiana Magrì

La Stampa, 4 febbraio 2023

Scarcerato su cauzione dopo oltre 200 giorni di cella, era condannato a sei anni. Jafar Panahi sorride emozionato, stretto nell’abbraccio dei suoi cari all’uscita dal carcere di Evin a Teheran, nella foto twittata dal quotidiano riformista Sharagh. Quarantotto ore dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua condanna a sei anni, dopo oltre 200 giorni in cella, il regista iraniano è stato rilasciato e appare in buona salute. Non ci sono stati commenti immediati da parte della magistratura ma il Centro indipendente per i diritti umani in Iran (l’Ong con sede a New York) e gli avvocati di Panahi, Yusef Moulai e Saleh Nikbakht hanno fatto sapere che si tratta di libertà su cauzione. Poco dopo, Tahereh Saidi ha postato su Instagram una foto con il marito, a bordo dell’automobile con cui sono tornati a casa insieme. La notizia è stata accolta con gioia dalla comunità cinematografica globale che da mesi si batteva per la liberazione di Panahi, tanto che anche il mensile francese Cahiers du cinéma, ricevuto lo scatto da Panah, il figlio del regista, divulgato su Twitter l’immagine che immortala il sollievo di una famiglia che si ricongiunge.

L’incarcerazione di Panahi è una delle storie di escalation nei tentativi del regime iraniano di imbavagliare gli intellettuali in generale e i professionisti dell’industria cinematografica nazionale in particolare. Gli artisti persiani erano nel mirino dei mullah già prima della nuova ondata di manifestazioni, generata dalla morte di Mahsa Amini. Su Panahi pendeva una condanna a sei anni di reclusione risalente al 2010, collegata alla sua partecipazione al funerale - nel 2009 - di uno studente ucciso durante la Rivoluzione Verde e al suo progetto di girare un lungometraggio ambientato sullo sfondo della rivolta. All’epoca la sentenza era stata negoziata con il divieto di produrre film e di viaggiare all’estero nei successivi vent’anni. Una pena severa per un regista abituato a calcare i red carpet di festival come Cannes, Berlino e Venezia. Ma da quando la voce delle celebrità iraniane si è levata forte e chiara a sostegno delle continue proteste anti governative, la macchina della repressione si è rimessa in moto puntando ancora di più l’attenzione sul mondo della cultura libera e riformista. Così il regista era stato arrestato all’inizio di luglio, e la sua sentenza rispolverata, per aver sfidato le autorità con la sua richiesta di informazioni sulla situazione dei colleghi Mohammad Rasoulof e Mostafa Al-Ahmad, imprigionati qualche giorno prima a Evin.

Il caso Panahi, soprattutto dopo la lettera aperta dal carcere in cui annunciava lo sciopero della fame e l’intenzione di interromperlo solo all’uscita del penitenziario, che fosse da vivo o da morto, è stato seguito da vicino dalle rassegne cinematografiche internazionali. La Biennale di Venezia aveva rinnovato proprio ieri l’appello per l’immediata liberazione di Jafar Panahi e di tutti i dissidenti “immotivatamente arrestati in seguito alle pacifiche proteste pubbliche di tante giovani donne e uomini in corso da mesi”. La Biennale e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica hanno anche ribadito in una nota che “proseguiranno fermamente nell’impegno di sensibilizzare i media, i governi e le organizzazioni umanitarie, unendo la propria voce alle tante che nel mondo si levano, in difesa del popolo iraniano oppresso in modo violento”.

L’agenzia degli attivisti iraniani per i diritti umani Hrana ha divulgato un comunicato dell’Unione dei sindacati iraniani del Cinema “Khaneh Cinema” che, sempre ieri, esprimeva preoccupazione per le condizioni di salute di Panahi e della regista Mojgan Ilanlu, arrestata in ottobre per avere manifestato sostegno alle proteste anti governative. Il comportamento della magistratura iraniana resta per lo più imperscrutabile ed è difficile attribuire la decisione di rilasciare Panahi alla sollevazione di voci internazionale. L’avvocato del regista dissidente, Saleh Nikbakht, ha dichiarato di essere soddisfatto nonostante “il rilascio del signor Panahi avrebbe dovuto avvenire tre mesi fa, a seguito dell’accettazione della nostra opposizione alla precedente decisione del tribunale”.

Intanto ancora ieri, come accade quasi ogni venerdì da quattro mesi, un gruppo di manifestanti si è radunato a Zahedan inneggiando “Morte a Khamenei”, come si vede nel video diffuso sui social dall’agenzia degli attivisti dei diritti umani Hrana. L’Ong ha fatto sapere che dimostrazioni anti governative si sono svolte anche nel villaggio di Nanaleh, nei pressi di Sanandaj, la capitale del Kurdistan iraniano.