di Greta Privitera
Corriere della Sera, 22 novembre 2022
Sono centinaia le giovani vite spezzate durante le manifestazioni: “Questa volta è diverso, accanto a noi ci sono anche amici e compagni. Non c’era mai stata una rivolta nelle strade per una donna”.
Azita sale sul tetto di una macchina parcheggiata sul lato della strada. “Non so dove abbia trovato il coraggio, non l’avevo mai fatto prima”, scrive. Nella mano destra stringe il velo che non mette quasi mai ma che porta sempre con sé perché lo ha promesso a sua madre. Lo alza al cielo come si fa quando si vince e gli dà fuoco con l’accendino che ha in tasca, anche se non fuma. Sotto, ad applaudire, ci sono decine di ragazze e ragazzi tra cui il fratello e le quattro amiche del quartiere che sono andate alla manifestazione con lei e che stanno facendo un video.
“Mi sono sentita fortissima. Ma subito dopo ho visto la polizia correre verso di noi”, scrive su Instagram, “sono saltata giù e ho iniziato a correre anche io più veloce che potevo”. Le amiche la seguono. Qualcuna va verso l’università, qualcun’altra riesce a infilarsi in strade più piccole e far perdere le proprie tracce.
Azita si sente braccare alla schiena, “ho urlato. Un agente mi ha presa, fatta cadere e mi teneva il volto schiacciato sull’asfalto. Mi diceva “metti quel velo”, “metti quel velo”. In quel momento di terrore ho dato un bacio alla terra. Non so perché l’ho fatto, ma ho baciato l’asfalto”. Su quello che in gergo si chiama “direct”, un messaggio privato via Instagram, Azita, 21 anni, spiega che mai come in queste ultime settimane ha provato amore e pietà per la sua città, Teheran, e il suo Paese, l’Iran, soffocato dalle rigide leggi spirituali dell’Ayatollah Khamenei e dal suo regime teocratico. Prova un sentimento così forte che d’improvviso le è venuto di baciare l’asfalto, come succede con le persone a cui si vuole bene.
È da oltre sessanta giorni che le ragazze e i ragazzi d’Iran si danno appuntamento nelle piazze e nelle strade per chiedere la fine del regime. Tutto è iniziato il 16 settembre, quando la notizia dell’uccisione di Mahsa Amini - una ventiduenne del Kurdistan iraniano in visita con il fratello a Teheran, morta dopo tre giorni in custodia della polizia morale perché si è fatta sfuggire una ciocca fuori dal velo - ha fatto il giro dei social scatenando la rabbia delle sue coetanee. Al telefono da Meredith, New Hampshire, Fatemeh Haghighatjoo, la più giovane donna che ha fatto parte del parlamento iraniano dal 2000 al 2004 (“eravamo tredici in totale”), racconta: “La prima settimana dopo la notizia di Amini, hanno protestato soprattutto le ragazze che chiedevano lo smantellamento della polizia morale”.
“La seconda settimana si sono uniti anche gli amici, i fidanzati, i compagni di classe per chiedere la fine della legge sull’hijab obbligatorio. Poi è arrivata la terza settimana e ai giovani della Generazione Z si sono uniti una parte degli insegnanti, i commercianti, i borghesi dei quartieri ricchi, i lavoratori del settore petrolifero, e poi uomini e donne delle regioni più tradizionaliste, come il Kurdistan. Ora, tutte le etnie, le classi sociali, le generazioni gridano insieme “Morte al dittatore”.
Non è la prima volta che in Iran si protesta. Le ultime contestazioni risalgono al 2019. L’aumento del prezzo del carburante aveva portato migliaia di persone a manifestare contro il governo, “ma in quelle settimane si voleva soprattutto una cosa: l’abbassamento dei prezzi. Le classi più povere non arrivavano - e non arrivano - a fine mese e chiedevano di mangiare”, dice Haghighatjoo. Nel 2009 ci furono grandi manifestazioni di piazza contro l’irregolare rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad: “Anche in questo caso c’era un motivo specifico - le elezioni - e chi protestava erano le classi medio-alte del Paese”.
Oggi è tutto diverso, non sono più i motivi economici o politici a guidare gli animi. Si protesta in nome del principio più grande di tutti: la libertà. Ogni persona con cui parliamo usa questa parola che ci eravamo dimenticati di quanto fosse potente, ma che nel 2022 è tornata a vivere grazie alla Gen Z che da Kiev a Teheran la scrive di chat in chat, la esercita nelle piazze, la pretende sotto le bombe degli oppressori e i manganelli delle guardie religiose. “Questa rivoluzione è unica nella storia iraniana perché è partita dalle giovani donne e successivamente si è allargata agli amici maschi. Non è mai successo in Iran che si manifestasse per la morte di una ragazza. Lo si è fatto per gli uomini, ma l’uccisione di Amini ha innescato una reazione che nemmeno il presidente Raisi e la sua sempre più brutale polizia morale potevano immaginare e, soprattutto, che non riescono a fermare”, dice Haghighatjoo. Secondo la politica attivista, sebbene le donne iraniane non siano ben rappresentate nei luoghi di potere, sono molto influenti nelle comunità e nelle famiglie. I loro gesti e le loro parole hanno la forza di incoraggiare anche chi coraggio pensava di non averne. I movimenti guidati dalle donne fanno più paura ai regimi perché hanno metodi comunicativi ed espressioni opposte a quelli delle autocrazie, e, quindi, sfuggono al loro controllo.
“Le donne cantano slogan - “Donna, vita e libertà” - si tagliano i capelli, bruciano veli. Fanno gesti non convenzionali che arrivano dritti al cuore, più della propaganda religiosa. C’è un altro aspetto interessante: nelle società patriarcali, quando un uomo vede una donna battersi per i propri diritti si sente in dovere di aiutarla. Se una donna non ha paura anche lui non dovrebbe averla e, se ne condivide i motivi, si unirà alla lotta”. Un principio che funziona soprattutto con le generazioni più grandi.
Parliamo via chat con Azan, 20 anni, giovane studente di una città nel Kurdistan iraniano, non lontana da dove è nata Mahsa Amini: “Dopo qualche giorno dall’inizio delle proteste delle ragazze, sono sceso in strada anche io. Sto sempre con mia sorella e la mia fidanzata che sono molto più coraggiose di me. In queste manifestazioni ci sono solo leader donne che guidano i cortei. Nella mia vita, non ho mai visto tanto coraggio insieme. Sento che noi maschi abbiamo il dovere di sostenere le nostre sorelle e sento che saranno loro a liberare il Paese”, dice.
Anche Arash, 24 anni, attivista iraniano, ci parla di libertà: “Essere giovani in Iran significa perdere i bisogni più elementari, vivo in un posto in cui devo stare attento che la mia ragazza non finisca in prigione perché non indossa il velo”. Adel dice di non avere più desideri. “L’Iran è un Paese bellissimo, vorrei che fosse invaso dai turisti, ma siamo isolati dal mondo. Non c’è lavoro, la gioia e la felicità sono punite. Come posso pensare al matrimonio o ad avere dei figli in questo deserto? Speranza e desiderio sono morti”.
Da quando nel 2021 Ebrahim Raisi è stato eletto presidente, le libertà, soprattutto per le donne, sono tornate a restringersi. La polizia morale ha un ruolo sempre più centrale nel controllo del loro abbigliamento e del comportamento, e la legge sull’uso obbligatorio dell’hijab - su cui persino Ahmadinejad era scettico - è tornata più forte che mai. Il regime che stringe lacci non ha fatto i conti però con la capacità dei più giovani di sciogliere nodi grazie anche agli strumenti digitali poco conosciuti dai leader politici. In un Paese dove i il 60% degli 84 milioni di abitanti ha meno di 30 anni, diventa sempre più difficile per i dittatori arginare i loro sogni e le loro visioni del mondo. “Si tratta di un nuovo rinascimento”, dice Azam Bahrami, attivista iraniana scappata dieci anni fa in Italia. “Per i nostri genitori e fratelli era impensabile immaginare quello che sta succedendo. I giovani hanno imparato tutto da internet, conoscono altri modi di vivere, vedono sui social che cosa vuol dire essere cittadini di paesi liberi e non hanno bisogno di palchi per far sentire la loro voce. Non sono più disposti a fare compromessi”.
Azam racconta che questa nuova rivoluzione vive nelle piazze ma si organizza, si pensa e si diffonde su TikTok, Twitter, Instagram e Clubhouse. “Clubhouse, il social fatto di audio che funziona come una radio e che in Europa e Stati Uniti non ha avuto molto successo, è usatissimo in Iran. Ci sono “stanze” con migliaia di persone che dialogano e seguono il dibattito”. Anche se Raisi rallenta internet, ogni mattina la gen Z si inventa nuovi modi per aggirare le limitazioni. “Non dobbiamo sottovalutare i rischi”, continua Fatemeh Haghighatjoo. “Il regime sa come usare la violenza e sa che l’unico modo perché una rivoluzione abbia effetti reali sulla vita politica di un Paese è avere dei leader che la guidino”. Motivo per cui ogni volta che se ne individua uno, viene arrestato. “Un altro rischio è che la brutalità della polizia aumenti.
Siamo già a quasi trecento persone uccise dall’inizio delle proteste, moltissimi gli studenti dei licei e delle università. Questa escalation frena il desiderio di altre persone di unirsi alla lotta, toglie energia. Se questo movimento perde forza e si ritorna a fare la vita di prima, il regime potrebbe diventare ancora più feroce, soprattutto con le donne”. Nonostante la lunga lista di giovani donne e uomini uccisi dalla polizia, Azita e le sue amiche non hanno paura: “Penso a Asra, Abolfazl, Nika, Sarina, Mahsa, Diana, Efran e mi dico che devo tornare in strada anche per loro. Sognavano di vivere in un Paese libero, proprio come voglio io. Sento che abbiamo la forza di cambiare le cose se continuiamo a lottare tutti insieme, sorelle e fratelli”.
Ma come fa una rivoluzione senza leader a crescere? Possiamo ancora chiamarlo il movimento delle donne o è diventato il movimento di tutti? A queste domande risponde Haghighatjoo: “Che cosa è rivoluzione? Per me è quando in tanti chiedono un cambiamento fondamentale, in questo caso la fine del regime: io la vedo. I più conservatori fanno ancora fatica a chiamarla rivoluzione perché per loro i numeri sono importanti. Dicono: nel 1979, quando è stato cacciato lo Scià, il 10% della popolazione è andata in piazza. Vero, ma anche nel 1979 ci è voluto almeno un anno perché accadesse. Allora rispondo così: siamo agli inizi di una grande rivoluzione”. E sulle donne, Haghighatjoo non ha dubbi: “Questo è e sarà il movimento nato dalle ragazze che sono riuscite a diffonderlo tra gli amici maschi, i padri. Se non ci fossero state le giovani donne con i veli in fiamme, le forbici arrabbiate, i canti su TikTok, non si sarebbe ramificato così profondamente nella società. Abbiate tutti il coraggio di chiamare quello sta succedendo nel mio Paese la rivoluzione delle ragazze”.









