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di Fabiana Magrì

La Stampa, 10 gennaio 2026

Studentessa di giurisprudenza a Teheran, Noor, 30 anni, parla sfidando censure e intercettazioni: “Arresti, fame e repressione. Vogliamo la fine della dittatura. Anche se il prezzo è la vita”. Il regime in Iran reagisce alle nuove ondate di proteste contro la Repubblica Islamica. Iniziate il 28 dicembre 2025, si sono finora allargate a oltre cento città e comunità rurali in tutte le province iraniane. La Human Rights Activist News Agency (Hrana), dalla sua sede negli Stati Uniti, riferisce di oltre 40 persone uccise negli scontri tra manifestanti e forze di polizia e di 2.200 arresti. La rabbia dei commercianti dei bazar per la disastrosa crisi economica ha contagiato gli studenti universitari. Da Teheran alla provincia più profonda, le piccole e grandi folle che scendono in strada giorno e notte cantano slogan contro l’ayatollah Ali Khamenei ma, soprattutto - è questa la novità delle proteste di inizio 2026 - invocano il nome di Reza Pahlavi, l’erede in esilio dell’ultimo scià, che si prepara a incontrare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la prossima settimana. L’ayatollah Khamenei, nel suo discorso di oggi, ha avvertito che non “tollererà che i manifestanti servano interessi stranieri”.

Dall’interno dell’Iran, parlare con il mondo esterno è già considerato un atto di resistenza. Noor (nome di fantasia, per motivi di sicurezza) ha 30 anni, studia giurisprudenza a Teheran, e ha superato censure, l’instabilità della connessione e la paura di essere intercettata per rispondere alle domande de La Stampa. Ogni giorno rischia la vita, ormai diventata “insostenibile” per potersi permettere un futuro.

Noor, cosa significa oggi vivere a Teheran?

“Non abbiamo libertà, sociali o politiche. L’economia ci spezza la schiena. Il costo degli affitti e del cibo sono fuori controllo. Molti hanno due lavori ma comunque non basta. Mancano acqua ed elettricità, l’aria è irrespirabile. Il regime incolpa il clima, gli Stati Uniti, Israele. Ma noi lo sappiamo che è solo colpa loro. Hanno distrutto il Paese, l’ambiente, le nostre vite. Vivo con la paura quotidiana di essere arrestata. Ma so che è nulla in confronto alle madri che piangono figli uccisi in strada o impiccati come “nemici di Dio”.

Tu studi diritto in un Paese senza stato di diritto: che effetto fa?

“Mi hanno raccontato, come in una favola, che una volta l’Iran aveva leggi laiche, che proteggevano gli individui. Il mio amato Iran ha introdotto i diritti delle donne prima della Svizzera. Io sono nata all’ombra della repressione, dell’odio e di una dittatura che non ha rispetto per la legge e la dignità umana. Studio i principi e il quadro del diritto perché spero, un giorno, di contribuire a costruire leggi che proteggano libertà, diritti e laicità. Ma se il regime non cade, la mia laurea in giurisprudenza è un pericolo per me e per la mia famiglia. Avvocati che hanno difeso prigionieri politici sono stati arrestati, picchiati, uccisi”. 

Puoi farci comprendere la gravità della crisi economica?

“I fornai tagliano il pane in porzioni sempre più piccole perché le famiglie non possono permettersi una pagnotta intera. Un lavoro a tempo pieno copre a malapena l’affitto per una settimana. Non posso permettermi un’auto. E posso ancora considerarmi “fortunata” perché ho abbastanza per sopravvivere. Molti, giovani e anziani, rovistano nei bidoni dell’immondizia alla ricerca di avanzi di cibo. Sono scene sempre più frequenti, tanto che quasi non ci facciamo più caso. Intanto i figli delle famiglie vendute al regime vivono nel lusso, guidano auto sportive, hanno l’ultimo modello di iPhone”.

Come vi organizzate nonostante repressione e blackout?

“Viviamo in cerchie ristrette e fidate. E la fiducia va conquistata. Non c’è amico di un amico che possa unirsi alla tua rete. Siamo molto attenti a ciò che diciamo in pubblico e a dove ci incontriamo. Spie e informatori sono ovunque. Feste di compleanno e gruppi di studio sono parole in codice per darci appuntamento in luoghi concordati. Un bar vicino all’università può significare un parco da tutt’altra parte. È come vivere in un film di spionaggio, ma senza glamour: rischiamo davvero il carcere, la violenza sessuale e la morte. Ecco, benvenuti nel mio Iran”. 

Quando hai avuto più paura?

“Nell’autunno del 2022 avevo le gambe che tremavano. Poi ho visto migliaia di persone in strada e ho capito che non ero sola. Siamo su una nave che affonda: se non facciamo qualcosa, anneghiamo tutti. La vita è una e voglio viverla da donna libera, non da schiava di islamisti estremisti che mi odiano. Se morirò per il mio Paese, così sia”.

La tua famiglia ti sostiene?

“Sono cresciuta dando la colpa ai miei nonni per quello che è accaduto all’Iran. Nel 1979 sono rimasti a guardare. Mia madre mi chiama ogni giorno, mi raccomanda di stare zitta, di studiare. “Il Paese si sistemerà da solo, non farti coinvolgere”, mi ripete. I miei genitori hanno paura di perdermi ma non capiscono che, sotto questo regime, sono già morta. No, non saremo la maggioranza silenziosa”.

Cosa volete?

“La mia famiglia e i miei amici vorrebbero riformare la repubblica. La maggioranza sogna il ritorno del re. Ma prima di tutto, vogliamo la fine della dittatura. Poi saranno gli iraniani a decidere, con un referendum libero. Reza Pahlavi oggi è visto da molti come la guida per arrivarci. Anche tanti giovani cresciuti sotto la Repubblica Islamica vogliono lui, per poi poter finalmente scegliere”.

Che idea avevi da bambina della Repubblica Islamica?

“A sei anni il velo obbligatorio mi sembrava normale: lo portavamo tutte e sembrava perfino divertente. Poi cresci, ti fai domande, capisci che certe cose ti vengono imposte anche se non le vuoi. Internet è stato di gran lunga l’errore di valutazione più grande dell’intelligence del regime. Abbiamo scoperto com’era l’Iran nel 1978, il nostro glorioso passato, le nostre invenzioni, i contributi alla medicina, alla tecnologia, all’astronomia, alla letteratura e all’arte. In ogni iraniano c’è una fenice ardente che il regime ha cercato di spegnere. Ma ha fallito”.

Come vedete, dall’interno, un cambiamento favorito dall’esterno? Non temete che dopo possa andare peggio?

“Il vero pericolo non è il dopo. È lasciare in vita questo regime. E senza aiuto rischiamo l’ennesimo stallo. Comprensibilmente, l’Occidente è titubante dopo essere intervenuto in Libia, Afghanistan e Iraq e aver visto come è andata a finire. Ma l’Iran è diverso. Vogliamo ricostruire un Paese tollerante che possa essere di nuovo accolto dalla comunità internazionale. Vogliamo pace e prosperità. Paradossalmente, chiediamo che siano imposte più sanzioni. È ironico: noi in Iran, in condizioni di estrema difficoltà, chiedendo più sanzioni mentre alcuni iraniani di sinistra, in esilio, fanno una campagna contro. Ma cosa ne capiscono del nostro dolore e della nostra sofferenza? È vero, siamo già poveri. Ma il governo usa le sue entrate per pagare le milizie nello Yemen e in Iraq o il lusso in cui vivono i figli del regime a Teheran, Vancouver o Londra. Il dentista di famiglia una volta mi ha detto che togliere un ascesso è doloroso ma necessario. E che una volta guarito, il dolore si dimentica. Ecco, la Repubblica Islamica è quell’ascesso”. 

Dagli iraniani all’estero che stanno combattendo la loro battaglia dalla diaspora, vi sentite più supportati o fraintesi?

“È emozionante vedere i nostri connazionali manifestare in Occidente. Abbiamo bisogno che siano la nostra voce, visto che noi non possiamo urlare. E che piangano i nostri morti e mostrino il nostro dolore. Che vi mettano in guardia sul disastro imminente, se il regime non cade. Molti dei miei amici sentono che alcuni nella diaspora hanno perso il contatto con la nostra generazione. Abbiamo bisogno del loro aiuto e siamo fiduciosi di avere il loro pieno sostegno ma devono avere fiducia nel nostro processo decisionale”.

Come vedi una possibile mossa di Trump, simile a quella in Venezuela?

“Siamo disarmati. Le milizie sparano sulla folla e i nostri giovani cadono come le foglie d’autunno. Vogliamo che il presidente Trump e Netanyahu mantengano la loro promessa: o armano noi giovani o mandano i droni a distruggere la polizia del regime. Se colpiscono i loro centri di potere, il castello di carte può crollare in una notte. Questa volta hanno paura”.

Come sogni il futuro, tuo e dell’Iran?

“Pieno di vita. Ridere per strada, andare in bici in un parco, creare una famiglia. Il mio cordone ombelicale è legato a questo Paese. Se muore, muoio anch’io”.