di Luciana Borsatti
huffingtonpost.it, 1 gennaio 2024
Un gruppo di prigioniere di coscienza accoglie la visita dei magistrati nel reparto femminile dove è reclusa anche la Premio Nobel Narges Mohammadi e costringe le guardie a metterli al sicuro in una stanza. “Fermate la macchina della morte e il ciclo di violenza contro la gente di questa terra”. “Processati” e costretti ad andarsene da un gruppo di detenute del carcere di Evin, dove sono reclusi un gran numero di prigionieri politici e di coscienza, fra i quali il Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi. È accaduto a un gran numero di magistrati e funzionari dei settori Giustizia e Sicurezza, che il 27 dicembre si erano recati per una visita nel reparto femminile della nota prigione di Teheran.
Fra i giudici il capo della sezione 28 della Corte Rivoluzionaria Mohammad Reza Amouzad, che aveva condannato a morte Mohsen Shakeri - il primo a finire sul patibolo tra i manifestanti del movimento Donna Vita Libertà, Nel gruppo vi erano anche il capo della sezione 26, Iman Afshari, il responsabile ad interim della Corte di sicurezza, Ali Qanatkari, e il capo della magistratura della Provincia di Teheran, Alqasi-Mehr.
A riferire l’episodio quasi in presa diretta è un resoconto fatto pervernire dalle celle dello stesso carcere, e pubblicato anche sulla pagina Instagram in persiano della stessa Narges Mohammadi, dove si parla con soddisfazione di un vero processo messo in atto dalle detenute e di una “fuga” dei magistrati.
Dopo avere saputo dell’arrivo di alcuni giudici responsabili delle condanne più pesante contro attivisti e manifestanti, le detenute sono entrate nel corridoio dello staff su cui affacciano le stanze dove questi erano riuniti, e a far sentire le proprie voci contro la repressione, le carceri, la detenzione, la tortura e le esecuzioni. Non appena hanno cominciato a cantare in coro alcuni inni - fra i quali l’italiana “Bella Ciao”, ormai una canzone di rivolta anche in persiano - le guardie hanno chiuso le porte dall’interno. Una delle prigioniere, cercando di entrare, si è trovata con le dita incastrate nello stipite della porta: ma le guardie, nonostante l’ordine di soccorrerla - prosegue il racconto - non le hanno prestato attenzione. Non appena altre nove donne sono entrate nel corridoio, anche la porta che lo separa dalle sezioni è stata chiusa a chiave, lasciando fuori le altre prigioniere. Ma tutte gridavano “Morte al dittatore” “Morte alla Repubblica islamica” “Donne, vita, libertà”. E cantavano anche “Khoon Arghavanha” (un inno del movimento di sinistra della rivoluzione del 1979, dedicato al sangue dei martiri e alla luce della libertà dopo il buio) e altre canzoni nate dopo la morte di Jina Mahsa Amini. Anche il nome di Mohsen Shekari (dopo di lui sono stati una decina i manifestanti giustiziati) è risuonato decine di volte nel reparto femminile.
Mentre il numero delle guardie aumentava, i funzionari della prigione chiedevano alle detenute di andarsene, insistendo sul fatto che si potevano chiedere informazioni solo sui propri casi. Ma loro erano lì, hanno risposto le detenute, per “dichiarare che l’autorità giudiziaria deve fermare la macchina della morte”, come “il mortale ciclo di violenza contro la gente di questa terra”. Una richiesta avantata, si sottolinea nel resoconto, con lo stesso metodo di resistenza e lotta contro l’oppressione usato nelle strade, e con un chiaro messaggio ai giudici: “Un giorno sarete ritenuti responsabile di tutti i vostri crimini disumani”, perché “avete ucciso persone innocenti, avete giustiziato, torturato e imprigionato.”
Nel momento in cui le detenute venivano circondate e respinte dalle forze di sicurezza, e alcune cadevano a terra a poca distanza dalla stanza della loro riunione, i giudici - che per tutto quel tempo erano rimasti chiusi, senza far udire alcuna voce - si allontanavano dal reparto femminile, inseguiti dalle grida “Assassino, vattene!” e “Donne, vita, libertà”, finché le porte del carcere non si sono chiuse alle loro spalle.
Questo era “il momento sognato di mettere i criminali a processo e chiedere giustizia - conclude il resoconto-. È stato un momento potente, che riflette la volontà del popolo e la rottura del muro della tirannia”. In un commento al post sulla pagina Instagram di Narges Mohammadi una nota aggiunge che, benché non vi siano registrazioni né foto di quanto accaduto, le voci delle detenute resteranno bene impresse nelle menti dei giudici.
L’episodio conferma quanto va dicendo da tempo la stessa Premio Nobel tramite i messaggi che riesce a far giungere alla famiglia dal carcere, come quello letto dai due figli durante la cerimonia di premiazione dell’11 dicembre scorso a Oslo: è la società civile, che si mobilita dall’interno dell’Iran e anche dalle sue carceri, la vera anima della lotta per il cambiamento del sistema politico del Paese. E le sue voci più autentiche, come ribadito in una recente intervista anche dal marito Taghi Rahmani, sono quelle di “studenti, insegnanti, attori del cinema, attivisti sindacali e personaggi politici in carcere o agli arresti domiciliari, detenute delle carceri femminili”, che stanno prendendo sempre più coraggio e determinazione.









