di Mariano Giustino
huffingtonpost.it, 19 ottobre 2025
I due viaggiatori condannati in Iran per spionaggio. Un ricatto di Teheran affinché Parigi rilasci una cittadina iraniana detenuta in territorio francese, Mahdieh Esfandiari. Nel famigerato carcere di Evin vi sono ancora almeno altri ventidue cittadini di altri paesi. Cécile Kohler e il suo compagno Jacques Paris erano in gita per scoprire le meraviglie dell’Iran, ma il loro viaggio turistico si è trasformato in un vero e proprio incubo, finiti rinchiusi in condizioni disumane nel famigerato carcere di Evin con indosso la divisa grigia a righe da carcerato. Di loro si erano perse le tracce dopo che erano stati trasferiti in un luogo segreto.
Detenuti arbitrariamente con l’accusa di essere spie al servizio dell’intelligence francese e di quella israeliana. Rapiti, condotti in una località sconosciuta, presi in ostaggio il 7 maggio del 2022 e ora, dopo oltre tre anni di detenzione, il “Tribunale rivoluzionario” della Repubblica islamica li ha condannati a un totale di 63 anni di carcere per spionaggio, per “cospirazione contro il regime” e “corruzione sulla Terra”, accuse che secondo la legge iraniana sono punibili con la pena di morte. Cécile e Jacques, di nazionalità francese, sono professori, impegnati a contribuire allo sviluppo educativo dei loro alunni, dirigenti della Federazione nazionale dell’Istruzione, della Cultura e della Formazione professionale, la più grande federazione sindacale degli insegnanti in Francia.
Cécile e Jacques sono diventati pedine di un gioco di ricatto brutale: l’ultimo esempio della campagna iraniana della “diplomazia degli ostaggi”, in cui Teheran arresta occidentali per scambiarli con esponenti del regime detenuti in Europa o negli Stati Uniti, per spionaggio, terrorismo o violazioni dei diritti umani. In Iran stiamo assistendo a una escalation della caccia agli oppositori del regime degli ayatollah e ai malcapitati cittadini stranieri tenuti in ostaggio nelle carceri iraniane dalla Repubblica islamica.
Intanto Parigi denuncia i processi “segreti” in corso e fa appello alla Corte di giustiiza internazionale per le accuse rivolte ai suoi cittadini, ritenute “ingiustificate e infondate”. Come è consuetudine nei cosiddetti “tribunali della rivoluzione islamica” in Iran, il processo si è svolto a porte chiuse (cioè in gran segreto) e ai condannati viene negato l’assistenza legale di un avvocato di fiducia e l’inquisito non accesso alle prove raccolte a suo carico.
Ad ogni modo, la sentenza contro Cécile e Jacques non è definitiva: i ricorsi possono essere presentati entro 20 giorni presso la Corte Suprema iraniana. L’Iran rapisce gli oppositori del regime e i cittadini stranieri o con doppio passaporto, in una sorta di “diplomazia degli ostaggi” che sistematicamente mette in atto, come è ben noto, dal 1979.
Nel famigerato carcere di Evin vi sono ancora almeno altri ventidue cittadini di altri paesi, tra cui statunitensi, del Regno Unito, di Svezia, della Germania e del Belgio. Soprattutto da quando è scoppiata la rivoluzione della “generazione z” guidata dal movimento “Donna, Vita, Libertà”, il regime è grave difficoltà sia interna che a livello internazionale e ricorre a una violenza inaudita e brutale per terrorizzare la popolazione scoraggiandola e facendola desistere da ogni volontà di partecipazione alle proteste. Per questo il regime ha bisogno, se non dell’assenso, del silenzio della comunità internazionale.
Gli stranieri arrestati sono di fatto presi in ostaggio per essere utilizzati come oggetto di scambio e per ottenere il silenzio dei governi occidentali. Il loro “sequestro” serve, inoltre, ad alimentare la propaganda interna secondo la quale tali persone sarebbero al servizio di agenti stranieri, in particolare degli Stati Uniti e di Israele, accusati, senza prove, di complottare contro la Repubblica islamica; etichettati pretestuosamente come spie e utilizzati come merce di scambio nei rapporti con i loro rispettivi paesi.
Il governo francese ha reagito con fermezza. Il presidente Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot avevano più volte sollecitato il rilascio dei loro due cittadini, definendo le accuse “una montatura” e il loro arresto del tutto arbitrario. Alla base di questa ultima condanna c’è l’intenzione di Teheran di dotarsi di una leva di ricatto da usare contro la Francia affinché rilasci una cittadina iraniana detenuta in territorio francese, Mahdieh Esfandiari, in cambio della liberazione di Cécile e Jacques.
Dalla guerra dei “12 giorni” ad oggi, tra Israele e Iran, sono stati 21 mila i cittadini stranieri e iraniani arrestati per sospetta attività di spionaggio. Si moltiplicano gli appelli degli attivisti iraniani alle istituzioni internazionali e al Parlamento europeo affinché sostengano il popolo iraniano nella sua lotta contro il regime e si astengano da ogni collaborazione con la Repubblica islamica.
La condanna di Kohler e Paris arriva in un momento di grande tensione tra Iran e stati occidentali per la riluttanza di Teheran a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e per le sanzioni internazionali che hanno messo in ginocchio l’economia del paese. Le organizzazioni per i diritti umani internazionali ne avevano denunciato le orribili condizioni di detenzione e le torture fisiche e psicologiche a cui erano stati sottoposti.
Il 6 ottobre 2022, i canali dei pasdaran della Tv iraniana trasmisero un video in cui Kohler e Paris confessavano, dopo indicibili torture psicologiche, di essere stati coinvolti in attività di spionaggio. “Sono Cécile Kohler”, dichiarava la turista francese. “Sono un agente dei servizi segreti e delle operazioni presso la DGSE [Direzione generale per la sicurezza esterna francese]. Eravamo in Iran per preparare il terreno alla rivoluzione e al rovesciamento del regime dell’Iran islamico”. Il suo compagno Jacques Paris a sua volta dichiarava: “Il nostro obiettivo per conto dei servizi di sicurezza francesi era quello di finanziare gli scioperi e le manifestazioni in Iran”.
Un destino tragico fu riservato a un altro cittadino francese di nome Ruhollah Zam, anch’egli fu “rapito”, torturato e costretto a rilasciare false confessioni alla Tv iraniana, prima di essere impiccato. Analoga sorte fu riservata a Jamshid Sharmahd, un ingegnere americano di 69 anni, vittima di una esecuzione sommaria avvenuta all’alba di lunedì 28 ottobre nel carcere di Evin al grido di Allahu Akbar.
Sharmahd viveva negli Stati Uniti, era stato rapito dai pasdaran cinque anni fa a Dubai, condannato a morte in un processo farsa con l’accusa di “Mofsed fel-Arz”, un’espressione che significa “Diffusore della corruzione sulla terra”, una locuzione questa utilizzata per colpire i dissidenti politici. Il tribunale rivoluzionario di Teheran lo aveva anche accusato di essere responsabile dell’attentato del 12 aprile 2008 compiuto in una moschea di Shiraz, nel sud dell’Iran, che aveva provocato 14 morti e 300 feriti e di essere a capo del gruppo monarchico denominato Tondar, noto come l’Alleanza imperialista dell’Iran, una organizzazione bandita dalla Repubblica islamica. Per il famigerato giudice Salavati, Sharmahd era un agente straniero che avrebbe pianificato 23 attentati terroristici. Salavati è noto con l’appellativo di “giudice della morte” per il numero elevato di impiccagioni comminate ed è uno dei tanti esponenti della Repubblica islamica sottoposto a sanzioni dagli Stati Uniti.
Jamshid Sharmahd non era un terrorista, era semplicemente un progettista di software che avrebbe creato il sito Web del gruppo Tondar. Ha pagato con la vita perché era diventato un capro espiatorio, anch’egli ostaggio nelle mani del regime che intendeva così rispondere alle sanzioni statunitensi e a quelle varate il 20 febbraio 2023 dall’Unione europea contro 32 funzionari pasdaran. Sanzioni emesse per la repressione delle proteste scatenate dalla morte di Jîna, Mahsa Amini, la giovane curda-iraniana di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo.
Secondo un recente rapporto pubblicato da Bloomberg, i pasdaran starebbero reclutando adolescenti tramite app di messaggistica istantanea come Telegram, WhatsApp e TikTok per addestrarli a colpire obiettivi israeliani in Europa. Il denaro pagato ai giovani individui assoldati dalla Repubblica islamica per un omicidio ammonterebbe a circa 1500 euro, mentre, ad esempio, la tariffa per un attacco a un distributore di benzina sarebbe di 120 euro.
Kylie Moore-Gilbert, accademica australiana-britannica, Olivier Vandecasteele, attivista umanitario belga, Johan Floderus, diplomatico svedese e la giornalista italiana Cecilia Sala sono stati gli ultimi clamorosi casi di sequestro di cittadini europei sul suolo iraniano. Presi in ostaggio per costringere i loro paesi a liberare pericolosi criminali pasdaran con le mani grondandi di sangue.
Gilbert è docente di Scienze politiche mediorientali; nel 2018 si recò a Teheran per partecipare ad una conferenza su invito ufficiale della direzione della presidente della Repubblica. Dopo la conferenza fu arrestata mentre era all’aeroporto in procinto di lasciare il paese. Rimase a Evin oltre due anni, rinchiusa in una piccolissima cella in condizioni inumane con l’accusa di spionaggio. Fu rilasciata il 25 novembre 2020 in cambio di tre terroristi iraniani condannati in Thailandia perché ritenuti responsabili dell’attentato di Bangkok del 2012.
Ora si batte per la democrazia e i diritti umani in Iran e per dare supporto alle vittime prese in ostaggio dalla Repubblica iraniana tramite l’Australian Wrongful and Arbitrary Detention Alliance. Gilbert non smette di denunciare l’approccio morbido e non sanzionatorio dei paesi occidentali nei confronti delle autorità iraniane, “permettendo loro di praticare in piena impunità la presa di ostaggi che avviene in modo sempre più palese e sfacciato”.











