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di Gabriella Colarusso


La Repubblica, 13 settembre 2020

 

Eseguita la condanna per omicidio nonostante la mobilitazione del mondo dello sport e di Trump. Navid Afkari aveva 27 anni, era cresciuto con la passione per il wrestling, era diventato un lottatore professionista: è stato giustiziato per omicidio ieri mattina nel carcere di Adelabad, a Shiraz, nel Sud dell'Iran, dopo un processo che le organizzazioni per i diritti umani e gli avvocati hanno definito ingiusto e senza prove, e dopo che Navid stesso ha ritrattato la sua confessione denunciando di essere stato torturato.

A nulla sono valsi gli appelli del comitato olimpico internazionale e della Fifa, della United World Wrestling Scientific Commission, di wrestler iraniani, americani, europei, del presidente americano Donald Trump. Afkari era stato arrestato nel 2018 dopo avere partecipato alle manifestazioni anti-governative che da Shiraz, considerata roccaforte liberale, si erano diffuse ad altre città del Paese, ed era stato condannato a due pene di morte: una per moharebeh, "guerra a Dio", ovvero alla Repubblica islamica e l'altra per il presunto omicidio di Hassan Torkaman, un dipendente della società idrica locale che secondo i manifestanti e Human Rights Watch era anche un basij, collaborava con i Guardiani della rivoluzione responsabili della repressione della piazza. Fu trovato morto davanti casa, ucciso con un coltello.

Il procuratore della provincia di Fars, Karem Mousavi, ha detto alla televisione di Stato che la sentenza per "qesas", la legge della ritorsione, è stata eseguita "su insistenza della famiglia della vittima". Per l'avvocato di Afkari, Hassan Younes, invece la famiglia della vittima era disposta a concedere il perdono e Navid è stato impiccato poche ore prima che le due famiglie si incontrassero per trovare un accordo che avrebbe potuto evitare la condanna a morte con il carcere e un risarcimento.

"Mi stavo imbarcando su un volo per Shiraz con il fratello di Vavid, Saeed, perché la famiglia della vittima aveva accettato un incontro per parlare di perdono. Speravamo tutti che avrebbero accettato ma pochi minuti prima che l'aereo partisse ci hanno chiamato per informarci che Navid era stato giustiziato", ha raccontato il giornalista e attivista per i diritti umani Mehdi Mahmoudian, che sta seguendo il caso. Due fratelli di Navid, Vahid e Habib, che avevano partecipato alle manifestazioni, sono stati condannati a 54 e 27 anni. Navid aveva inizialmente ammesso di avere ucciso l'uomo, ma ha poi ritrattato rivelando che la confessione gli era stata estorta con la tortura.

"È sconvolgente che le richieste degli atleti di tutto il mondo e il lavoro dietro le quinte del Cio, insieme al comitato olimpico iraniano, alla United World Wrestling e alla National Iranian Wrestling Federation non abbiano raggiunto l'obiettivo sperato, i nostri pensieri vanno alla famiglia e gli amici di Navid Afkari", scrive il Cio in una nota.

Il presidente Thomas Bach si era rivolto direttamente "alla Guida suprema e al presidente iraniano" per chiedere clemenza. Sulla vicenda era intervenuto anche Donald Trump, senza esito. L'anno scorso l'Iran ha eseguito più di 280 condanne a morte secondo Amnesty International, il numero più alto al mondo dopo la Cina. A novembre, le proteste scoppiate in tutto il Paese contro l'aumento del prezzo della benzina, la crisi economica, la corruzione, sono state duramente represse: Amnesty conferma almeno 300 morti, un report della Reuters a dicembre parlò di 1.500 morti. Migliaia di persone sono state arrestate e di molti non si conosce la sorte. Per quelle proteste erano stati condannati a morte tre ventenni, Amirhossein Moradi, Mohammad Rajabi e Saeed Tamjidi, ma la sentenza è stata poi sospesa grazie a una ampia mobilitazione internazionale. Avranno un nuovo processo.