di Caterina Soffici
La Stampa, 26 aprile 2024
Teheran condanna al patibolo il rapper: aveva partecipato alle proteste in memoria di Mahsa Amini e cantato la sua rabbia contro il regime degli ayatollah. Toomaj Salehi è un rapper. Ha 33 anni e 2 milioni di followers su Instagram. Per quanto possa contare, significa che è famoso. In Iran, dove la musica è proibita, è il più famoso di tutti, una sorta di idolo. Il tribunale rivoluzionario lo ha condannato a morte. Per impiccagione, come si usa da quelle parti, con l’accusa di “corruzione sulla terra”. Non è il primo, non sarà l’ultimo. La notizia è stata data al quotidiano Shargh da Amir Raesian, il suo avvocato.
Cosa significa questa condanna? Probabilmente che il regime alza il tiro. Condannare a morte un personaggio così famoso è il segno che siamo entrati in una fase nuova, ancora più dura, della repressione delle proteste. Dopo la raffica di missili sparati su Israele, i talebani serrano i ranghi, anche all’interno. E colpiscono dove fa più male. Un nuovo monito contro i giovani, contro chi è sceso in piazza nel 2022 abbracciando le proteste antigovernative scoppiate in varie città del Paese dopo la morte dei Mahsa Amini, massacrata di botte per un velo indossato male.
“Il punto di non ritorno - dice la 34enne avvocatessa italo-iraniana Shady Alizadeh - è tutto nelle ultime fortissime parole dal carcere della Premio Nobel Narges Mohammadi (che La Stampa ha anticipato lunedì). Narges ha detto che uniti vinceremo. Ancora oggi con la condanna a morte di Toomaj Salehi pensano di spaventarci, ma non servirà, le diciottenni non hanno più paura, vanno in strada senza velo e le donne velate le accompagnano, la disobbedienza civile è diventata unione sociale”.
Salehi è conosciuto per aver cantato la protesta. I suoi testi sono di denuncia sociale contro la corruzione, la povertà diffusa, l’uccisione dei manifestanti. È entrato e uscito di prigione varie volte. Nell’ultimo video su Youtube prima dell’arresto del 2022 cantava: “Il crimine di qualcuno è stato ballare con i capelli al vento. Il crimine di qualcuno è stato di essere coraggioso e di criticare 44 anni di governo. Questo è l’anno del fallimento”.
Il primo arresto è del 12 settembre 2021. Sono andati a prenderlo a casa. L’accusa allora era di “propaganda contro il regime” e “insulto all’autorità suprema”. Dieci giorni dopo è stato rilasciato su cauzione, in attesa del processo. Nel gennaio 2022 una condanna a sei mesi e una multa. Poca roba, se si considerano le circostanze.
Poi ci sono state l’uccisione di Mahsa, le rivolte, il movimento “Donna Vita Libertà” e Toomaj è diventato uno dei simboli e delle voci più ascoltate. I media del regime lo descrivono come “uno dei leader delle rivolte che hanno promosso la violenza”. Altro arresto e questa volta le cose peggiorano. L’accusa è di “attività propagandistica contro il governo, cooperazione con governi ostili e formazione di gruppi illegali con l’intento di creare insicurezza nel Paese”. Finisce a Evin, il carcere di Teheran riservato agli oppositori del regime. E qui, come al solito, le versioni divergono. Due versioni opposte: i familiari denunciano torture, mentre un gruppo di attivisti pro regime pubblica un video dove un uomo bendato, che dice di essere Toomaj, ammette i suoi errori. Rilasciato nuovamente su cauzione nel novembre 2023 pubblica su Internet un video in cui racconta le sevizie durante la prigionia in una cella costantemente illuminata per più di 200 giorni, iniezioni di adrenalina, pestaggi. Fake news, secondo il regime, che gli costano un altro arresto, il 30 novembre. Ora il suo avvocato ha 20 giorni per evitare l’esecuzione.
Commenta Raha, 31 anni, rapper iraniano emigrato in Italia, come tanti. “Sono scappato dall’Iran dopo la morte di Mahsa Amini, protestavo con gli altri e attraverso la mia musica, se fossi rimasto nella Repubblica Islamica potrei essere oggi al posto di Toomaj Salehi, che purtroppo non è il primo artista ad essere stato condannato per le sue parole in questi due anni”. L’hip hop, il rock, il rap, dice, agitano il regime: “Ci tolgono l’ossigeno e noi cantiamo la nostra rabbia, ci arrestano e ci chiedono di mettere la musica al servizio del regime pena la morte ma noi cantiamo la nostra rabbia, ci giustiziano ma noi, come Toomaj Salehi cantiamo la protesta della nostra rabbia”.










