di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Per le strade della capitale con i manifestanti pro-democrazia. Anche il premier iracheno insiste, secco no di Pompeo. Quasi tutti i soldati italiani a Erbil. "Via, via, via l'America e via l'Iran dall'Iraq", scandiscono a migliaia battendo le mani: "Non siamo il campo di battaglia della guerra tra Washington e Teheran". Uno slogan che è anche una richiesta di legittimazione ai governanti: "L'Iraq agli iracheni, fuori tutte le truppe straniere".
Il grido echeggiava ieri da piazza Tahrir all'antica Rasheed Street, sino alle stradine del "mercato dei libri" di Muthanabbi e lungo i quartieri di casupole in mattoni rossi sul Tigri, di fronte alla Zona Verde, la cittadella del potere dove c'è l'ambasciata Usa (più blindata che mai).
A una settimana dal blitz Usa contro Qassem Soleimani ("Voleva colpire quattro ambasciate americane", ha detto ieri Donald Trump), i giovani delle rivolte rilanciano la mobilitazione per abbattere il governo, porre fine alla corruzione, ottenere "lavoro e dignità".
Dai primi di ottobre la polizia e le milizie hanno ucciso quasi 600 dei loro, e i feriti sono oltre 22.500. Lungo la strada ecco i memoriali dei "martiri", candele, libri del Corano e foto, tanti ripresi moribondi sul selciato insanguinato. Barricate, auto bruciate e tanti sogni. Temevano che il raid Usa, seguito dal lancio di missili iraniani, offuscasse le loro voci. Ma oggi gli slogan invadono i siti, i social, la stampa locale.
Cercando una nuova legittimità politica, che proprio questi giovani avevano indebolito sino a costringerlo alle dimissioni in dicembre e a guidare ora un governo transitorio, anche il premier Adel Abdul Mahdi si riferisce a loro nel chiedere agli americani di organizzare il ritiro delle truppe. Mahdi l'ha fatto con una telefonata diretta giovedì sera al Segretario di Stato Usa, Mark Pompeo.
"Ho chiesto a Pompeo di inviare una delegazione e preparare il ritiro delle truppe straniere", spiega in un comunicato. Un passo che segue la decisione (non vincolante) di domenica scorsa, quando il parlamento di Bagdad ha votato a risicata maggioranza (tutti deputati sciiti, assenti sunniti e curdi) "l'espulsione del contingente internazionale". Nel Paese si dibatte sulla validità del voto. In ogni caso, Mahdi ripete che il blitz Usa "costituisce una violazione dello spazio aereo iracheno", un'offesa della sua sovranità e degli accordi militari con Washington.
Muro contro muro. "Le truppe non se ne vanno", replica secco Pompeo. Ieri il Dipartimento di Stato ha ribadito che la presenza americana resta fondamentale per sconfiggere l'Isis e impedirne la rinascita. "Qualsiasi delegazione inviata in Iraq servirà per ricostruire la nostra collaborazione strategica, non per discutere il ritiro delle truppe".
Intanto l'Isis stesso in un comunicato plaude alla morte di Soleimani, mentre una fonte del Washington Post ha rivelato che l'operazione approvata dalla Casa Bianca era più vasta di quanto si pensasse: Il giorno prima che il drone uccidesse il generale iraniano e il numero due delle milizie sciite irachene, gli Usa hanno cercato di uccidere un altro comandante dei pasdaran, in missione nello Yemen (ma l'attacco contro Abdul Reza Shahlai è fallito).
A Washington si pensa a un ruolo più rilevante della Nato per l'addestramento delle forze di sicurezza irachene. Il tema è scottante e confuso. Per il momento le attività di addestramento degli iracheni da parte della settantina di contingenti della coalizione internazionale a guida Usa (10.000 soldati in tutto) sono congelate. Gran parte dei 926 soldati della missione italiana sono dall'altro ieri concentrati a Erbil con il comandante, generale Paolo Fortezza. A Camp Dublin, presso l'aeroporto di Bagdad, restano circa 120 carabinieri.










