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di Lorenzo Cremonesi


Corriere della Sera, 13 gennaio 2020

 

"Qui sta nascendo un nuovo Iraq laico, con noi ci sono le nostre famiglie". Da ottobre si protesta in tutto il paese e tra le canzoni dei ragazzi c'è quella dei nostri partigiani. Le parole del loro "Bella ciao" sono "noi siamo qui, restiamo qui, resteremo sempre qui".

Diverse dal motivo dei partigiani italiani, ma cantate battendo le mani allo stesso ritmo. Semplici e pregnanti, come del resto è lo slogan madre delle proteste: "arida watan", voglio un Paese, che spesso è seguito da "nazel achuf aqqi", "vengo a prendere i miei diritti".

Li ripetono di continuo Fatima Ramadan, 23enne studentessa di Farmacia, e Rua Zeidi, tre anni più anziana e laureata in Economia alla ricerca del primo impiego. "Sono le canzoni, i motti della nostra giornata. In questi giorni dormiamo a casa e non più qui nelle tende di piazza Tahrir, perché ora fa freddo e girano i cecchini delle milizie pagate da Teheran. È pericoloso la notte. Ma dalle 10 alle 19 siamo presenti. Non abbiamo alternative, non si torna indietro. L'Iraq deve cambiare", spiegano felici.

Le abbiamo incontrate ieri pomeriggio di fronte alla "Casa degli artisti", una delle centinaia di tende che costellano il paesaggio della rivoluzione irachena nel centro di Bagdad. La chiamano proprio così, "thaura", rivoluzione, molto più profonda e importante di una semplice "intifada" (rivolta). Sono serissime e allo stesso tempo allegre. "I nostri genitori sono con noi. Mio papà, professore di giornalismo qui all'università, dice che dobbiamo stare in piazza e farci sentire. Mia mamma aggiunge solo che devo scappare se sento sparare. Quasi tutti i giovani che conosco fanno lo stesso, partecipano con il sostegno delle famiglie. Così, per sapere quanti siamo, non dovete contare solo chi protesta in pubblico. Dietro di noi c'è gran parte degli iracheni", dice Rua.

Il suo programma preferito alla televisione è il talk show al venerdì sera di Ahmad Bashir, un giovane giornalista minacciato di morte che adesso parla dagli studi dell'emittente Dijla Tv in Germania: i loro uffici a Bagdad e quelli della popolare emittente Al-Hurra sono stati di recente attaccati dalle milizie. Dalla tenda emerge incuriosito "Gibuti", un 21enne studente alla scuola d'arte, che gira e musica brevi filmati della rivolta.

"Non rivelo il mio nome vero. Appena uno di noi diventa noto viene eliminato", spiega. Ma intanto mostra un suo video che sta andando forte: un appello alla gente, perché torni a manifestare. Il ritmo ricorda quelli del Sessantotto europeo: stessi slogan, come "continuare uniti la lotta". Ama declinare "Bella ciao" in arabo. "Mi sono messo a fare canzoni dopo i nostri primi morti. Molti erano scappati per paura. E noi abbiamo contribuito al loro ritorno", aggiunge.

Più avanti due ambulanzieri, Ala Karim di trent'anni e Ali Mohammad, 26, si sono offerti volontari per intere giornate. "Dal primo ottobre ci sono stati almeno 600 morti e oltre 22.500 feriti. I danni più gravi li causano i cecchini che sparano dai tetti. Ma ci sono anche sicari delle milizie che accoltellano di nascosto per le strade. I punti più pericolosi sono le periferie della piazza. E c'è anche un largo numero di rapiti di cui non si sa nulla", raccontano mostrando la carrozzeria dell'ambulanza, danneggiata dai candelotti.

Sicuri che siano le milizie sciite? "Certo, qui tanti dicono che Qassem Soleimani era venuto a Bagdad per organizzare la repressione totale delle nostre rivolte. Ma ovvio che nessuno lo dirà mai a Teheran e neppure tra i loro alleati iracheni. Non volevano ammettere le loro responsabilità nell'abbattimento dell'aereo ucraino neppure di fronte alle prove schiaccianti presentati da Nato e canadesi, come possiamo credere che confessino le loro colpe qui in Iraq?"

Dove vogliono arrivare questi ragazzi? "Qui sta nascendo un nuovo Iraq laico, senza differenze tra sciiti, sunniti, cristiani, ebrei, yazidi o atei. Una società civile che rispetta i diritti del cittadino a prescindere da etnia, fede o appartenenza tribale. I nostri riferimenti devono essere Voltaire e Montesquieu, non il Corano", risponde netto Hussein Basem, 22enne studente di Legge.

Concorda senza riserve il 23enne Abdel Rachman, che abbassa la voce quando si dice "ateo" e alterna la mobilitazione politica con la pratica da violoncellista in una scuola di musica lungo l'Eufrate. Per la prima volta dall'invasione americana e la caduta della dittatura di Saddam Hussein nel 2003 sono queste migliaia di manifestanti a marcare un vero salto di qualità.

Chiedono lavoro, fine della corruzione, politici nuovi. "Continuerete a sentire le nostre parole come raffiche di mitragliatrice", dice una loro canzone, che esalta la povertà dei tuc tuc. E la ricchezza generosa di chi per la causa è pronto a morire.