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di Marta Serafini

 

Corriere della Sera, 30 maggio 2021

 

Nel 2014 l'Isis nel Kurdistan iracheno mise in atto il genocidio della piccola minoranza: furono le donne le più colpite. Oggi un progetto italiano dà loro l'opportunità di ricominciare coltivando e rivendendo fiori mentre gli uomini producono funghi. Dice Gul: "Raccontate la nostra storia".

"Quando sono arrivati stavo raccogliendo i cocomeri nei campi". Halida ha 25 anni, gli occhi chiari, sulla pelle i segni del sole e del dolore. "Era il 3 agosto. Siamo scappati, siamo scappati tutti. Ma c'è chi non c'è riuscito". Sono passati quasi sette anni da quel giorno. E non c'è notte in cui ad Halida venga concesso di dimenticare. Le urla delle sorelle strappate via dalle braccia l'una dell'altra, la paura, la corsa, le auto in colonna per fuggire da quella che era casa, Sinjar.

Il genocidio yazida: lo inizia a chiamare così oggi la comunità internazionale, mentre alle Nazioni Unite è stata istituita una squadra per indagare sui crimini di guerra commessi dai miliziani dell'Isis contro le donne e gli uomini di questa minoranza. "Sono adoratori del diavolo, da sottomettere e convertire, fate quello che volete di quella gente", dissero i comandanti dello Stato islamico ai loro miliziani, pensando così che si potessero giustificare migliaia di donne ridotte in schiavitù, uomini uccisi, bambini rapiti, come se la guerra potesse mai avere un torto o una ragione. Ora le ferite di quella violenza sono ancora tutte lì, aperte, nel nord dell'Iraq, sotto il sole di primavera che già promette caldo feroce, mentre il mondo dimentica in fretta.

Una lacrima scivola piano sulla pelle di Halida e cade sulla terra scura del campo di Essyan, 180 chilometri a est di Sinjar, dove vivono ancora in 15 mila, anche oggi che l'Isis è dichiarato sconfitto. Tornare a casa non si può, ancora troppo pericoloso. Le mine, la lotta tra le diverse fazioni curde, le mire turche, le vendette. Un gruppo di donne cammina lento verso la collina. Sono arrivate qui nel 2014. "Vedi queste piantine? Le ho coltivale io", sorride Assia mentre accarezza i petali di una pelargonia. "Due mie sorelle e gran parte della mia famiglia, quella che è rimasta, sono andati in Germania. Mi mancano, vorrei raggiungerli. Ma ho nostalgia di casa".

Otto serre, un progetto nato a metà 2019 che cerca di ridare a queste donne un'occupazione e tenta di offrire un poco di sollievo a una comunità resa fragile dal conflitto. A volerlo la Ong Avsi. "Grazie a un finanziamento di mezzo milione di euro di Aics, l'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, siamo riusciti a fare prima corsi di training, poi già con l'aiuto delle famiglie beneficiarie, tutte yazide, e quasi tutte provenienti da Sinjar, abbiamo installato le serre, dove le donne ora lavorano ogni mattina", sottolinea Giulia Cegani, project manager dell'organizzazione italiana.

Ad aiutare Avsi nella realizzazione delle serre è stata Adar, una donna curda originaria di Duhok. Un dottorato negli Stati Uniti in botanica, esperta di erbe e medicinali della regione del Kurdistan, Adar conosce a memoria i nomi di tutte le piante e di tutte le donne con cui lavora. "Guarda questa foto". Adar mostra il telefono. Una delle "sue" ragazze, Haula, "è tornata a vivere a Sinjar. E dopo avere imparato qui a seminare e far crescere le fragole, ora ci sta provando a casa", spiega orgogliosa. La interrompono Husein e Sherazade, marito e moglie.

Dopo aver saputo delle serre da un post su Facebook pubblicato da un amico emigrato in Gran Bretagna, hanno deciso di sostenere la comunità yazida. E sono venuti a comprare le piante all'ingrosso per il loro negozio di fiori. "L'obiettivo del progetto è proprio questo: vendere le piante ai vivai di Duhok, in modo che si crei un commercio. Con alcuni negozi, i beneficiari hanno stretto accordi: i primi forniscono i semi, i secondi li fanno crescere nelle serre e poi li rivendono a un prezzo di favore che permette di riconoscere alle donne un piccolo corrispettivo mensile", sottolinea ancora Cegani. Un passo simbolico in avanti in una zona dove la disoccupazione dilaga, aiutata dalla pandemia, e dove i membri della comunità yazida vivono ancora quasi tutti nei campi sfollati, senza un impiego né una casa.

"Un proverbio della mia gente dice: se incontri una persona che ha bisogno, aiutala senza chiedere la sua religione". È appena iniziato il Ramadan, il mese sacro per i musulmani, sta per finire l'anno yazida. La coda di automobili verso Lalish, il tempio più importante per questa minoranza antica e misteriosa, si allunga a vista d'occhio. Ci sono le mascherine per proteggersi dal virus. Ma c'è anche la voglia di rendere omaggio. Le ragazze sono vestite a festa, i bambini portano le corone di fiori e le uova dipinte a mano. I ragazzi hanno sui capelli ancora più gel del solito. "Qui tutti hanno perso qualcuno".

Jamal ha 34 anni, lo sguardo fiero. Ma a fare male non sono solo i ricordi. "Di mio fratello non so più nulla da sette anni. Lo hanno ucciso. Ma come faccio a piangerlo se nessuno mi dice che è davvero così? Non ho mai visto il suo corpo. E l'ho cercato, sapeste quanto l'ho cercato". Dopo l'invasione di Sinjar, Jamal è riuscito a mettersi in salvo. "Ho lavorato per i soldati americani come traduttore, ero orgoglioso del mio impiego. Ma ora che se ne sono andati non so come trascorrere la maggior parte del giorno", racconta. La fila per entrare nel tempio si snoda a fianco del serpente di pietra che occhieggia sullo stipite della porta. Jamal prova a sorridere, a piedi scalzi supera il gradino di ingresso senza calpestarlo, come vuole la tradizione e poi entra nella parte più antica dell'edificio per il rito del lancio della sciarpa. "Prova tre volte a occhi chiusi, se riuscirai a fare in modo che non cada il tuo desiderio si avvererà". Poi abbassa gli occhi e dice piano: "Il mio sogno è di avere, un giorno, giustizia. Solo questo".

A Old Sharya, la strada sale verso una collina rocciosa. All'orizzonte, l'acqua della diga di Mosul, la stessa che l'Isis ha messo in pericolo dopo che Al Baghdadi salì sul pulpito della moschea di Al Nuri, brilla al sole. Più sotto, in una piccola grotta, Sheik Heshyar - che appartiene a una delle "caste" più alte della comunità yazida, quelle che custodiscono i segreti del culto - si muove veloce. Intorno a lui sacchi di funghi sembrano galleggiare tra il vapore delle spore e la luce fioca della lampada a olio.

"In queste stesse grotte si nascondevano i peshmerga durante gli anni di Saddam. Oggi, dopo la guerra con Isis, abbiamo scoperto che c'è un'altra cosa che possiamo fare qui, oltre a nasconderci". Così ora gli uomini della comunità yazida riescono a vendere i funghi oyster nei mercati della zona, guadagnando qualche soldo. "Siamo in Iraq dal 2014 - spiega Lorenzo Ossoli, country director Avsi - e quello che abbiamo capito lavorando con le minoranze, quella cristiana prima e quella yazida dopo, è l'importanza di realizzare progetti che incoraggino la coesione sociale e l'inclusione, come del resto ha ribadito Papa Francesco durante il suo primo viaggio in queste terre, nel marzo scorso". Appigli e segnali di speranza cui aggrapparsi. "La chiave, soprattutto per sostenere le donne, è partire dal basso puntando sulla resilienza di queste comunità", gli fa eco Laura Cicinelli, responsabile Aics in Iraq.

Il sole tramonta dietro la collina al campo di Essyan. Tre bimbi giocano vicino alle serre mentre le pecore pascolano tranquille e le madri iniziano a preparare la cena con quel poco che c'è. Uno di loro impugna una spada di plastica. Fa il gesto di tagliare la gola a sua sorella. Sono entrambi nati qui, lontano da casa, di quel 3 agosto hanno sentito parlare dagli adulti, a bassa voce, nelle sere d'inverno intorno al fuoco. Poco più in là una giovane sorride e fa cenno con la mano. Stringe un quaderno sul cuore. "Mi chiamo Nasrin, sto studiando inglese, vorrei diventare un dottore e lavorare qui, un giorno".

La raggiungono le sorelle, lo stesso sguardo, gli stessi capelli castani lucidi. "Io sto provando a imparare il tedesco per raggiungere mio marito in Germania", spiega Assia. Piano piano esce dalla tenda anche lei, nonna Gul. Prende una sedia di plastica e si siede. Oggi Gul, le sue figlie e le sue nipoti vivono tutte insieme. Hanno paura. A proteggerle è rimasto solo uno dei figli. Vivere, in mezzo alla guerra, è difficile. Se sei una donna è ancora peggio. Gul guarda lontano verso l'orizzonte. Il sole è ormai andato. Strizza gli occhi per un secondo, poi sposta lo sguardo dritto negli occhi di chi le parla. Alza il mento. "Raccontate la nostra storia. Io sono Gul e il mio nome significa rosa".