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di Renzo Guolo

 

La Repubblica, 23 febbraio 2015

 

Ancora un video dell'Is. L'orrore a puntate questa volta mette in scena, nella sua logica terribile seriale, ventuno peshmerga curdi. Portati in giro, chiusi in gabbie, per le strade di una località indicata come parte del Wilayat di Kirkuk, zona della provincia irachena sotto il controllo jihadista. Anche questa volta, come già nelle spiagge libiche, i prigionieri sono trascinati, per il collo o il bavero, dai loro carcerieri non tutti in nero e a volto coperto.

Poi sono fatti entrare nelle gabbie. Costruzioni metalliche, disposte a quadrato, che non svolgono solo la funzione di custodirli e renderli visibili, in una sorta di panopticon islamista, a uso di sorveglianti e folle plaudenti, o intimorite, e delle fotocamere dei mujahidin; ma che rinviano, come già le tute arancioni, a Guantánamo e alle stie per umani nelle quali venivano reclusi i prigionieri degli americani. Ma qui, dopo il tragico rogo del giordano Muadh al-Kasasbeh, la gabbia evoca immediatamente il fuoco. E, puntualmente il video mostra proprio quelle fiamme. Come a lasciare intendere un destino già segnato.

Poi i prigionieri sono intervistati, o meglio interrogati, sulla loro identità, provenienza, appartenenza politica, confessione religiosa, da un comandante militare con tanto di microfono che parla in curdo. E che si rivolge, in primo luogo, alla popolazione locale. Sono loro, curdi come gli ostaggi, i destinatari del messaggio dell'Is. È a loro che l'uomo, in abiti beige e turbante bianco, si rivolge quando dice: "La nostra guerra non è contro i musulmani curdi ma contro gli infedeli e i loro infidi agenti".

Indicando come nemico i governanti curdi che non solo condividono una concezione etnica e non religiosa della loro identità ma sono anche alleati delle potenze "crociate" e dei "governanti empi" della Mezzaluna. L'interrogatorio-intervista, con gli insistiti primi piani, ha la funzione di mostrare il prigioniero ma anche di renderlo riconoscibile, di individualizzarlo.

Prospettiva che rende più naturale l'empatia con quanti vedranno il video e sperano, e magari premono, per la sua salvezza. Oppure solleva, nelle polverose strade mesopotamiche e in quelle solo apparentemente asettiche della Rete, la muta di caccia dei fautori dell'odio vendicatore che inneggiano alla morte del "miscredente" che ha osato combattere quanti si battono per i " diritti di Dio".

Le gabbie e il loro degradato contenuto sono poi issate a bordo di pick up bianchi, vigilate da uomini in nero che sventolano vessilli nero-cerchiati, e fatte sfilare tra una folla maschile apparentemente esultante. Il clamore della folla, reale o meno, è coperto dalla solita colonna sonora retoricheggiante che accompagna le "gesta" dei seguaci del Califfo Nero. Infine, cambio di scena, fatti scendere dai furgoni i prigionieri sono fatti inginocchiare con i soliti boia mascherati alle spalle. Questa volta non in morbide, anche se fatali, sabbie ma in un duro selciato. A monito di quanto sta per accadere, scorrono intanto le scene dell'orrendo sgozzamento dei copti sulle rive libiche. Poi, ancora primi piani delle vittime designate, affiancati da didascalici cartelli che ne ricordano identità e le " colpe".

Vite che sembrano troncate da quel cartello nero che scende di colpo come una ghigliottina. E che evoca un'imminente decapitazione. Un video che appare più sofisticato di quello sull'esecuzione dei copti che secondo la Fox sarebbe stato manipolato attraverso il "rotoscoping": tecnica che permette di "catturare" l'immagine da un altro video e inserirla in uno nuovo. Tra gli indicatori di questa manipolazione l'anomala altezza degli uomini in nero, che avevamo già segnalato. Del resto, a proposito di anomalie, era apparsa quanto meno incauta una simile esibizione di forza in una località che si voleva a pochi chilometri da Tripoli.

Troppo rischiosa, in un contesto militarmente instabile e in cieli affollati da droni. Il rotoscoping aveva, probabilmente, lo scopo di rendere il video più simile a quelli della "casa madre". Per trasmettere il senso che, Libia o Iraq o Siria, si tratta sempre della medesima battaglia. Condotta dal medesimo esercito: quello dell'Is. Del resto, nella guerra psicologica e di propaganda non è rilevante ciò che è vero ma ciò che è verosimile. E come tale la rappresentazione del massacro è volutamente apparsa. Di autentico bastano le vittime, quelle sì drammaticamente reali.