di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 agosto 2025
Parla la Garante regionale dei detenuti della Sardegna. “Dolori lancinanti, convulsioni, incontinenza fecale, a volte morte. È un’arma che non si può usare contro malati psichiatrici o persone alterate dalle sostanze”. Prima di Gianpaolo Demartis, morto ad Olbia sabato sera, e di Elton Bani, deceduto a Manesseno domenica sera, c’erano stati Riccardo Zappone (30 anni, Pescara) e Simone de Gregorio (35enne affetto da problemi psichiatrici, Chieti); e l’anno prima era accaduto a Barletta, a Vipiteno e a Roma. Tutti morti dopo essere stati colpiti con una pistola taser. Troppi, per non porsi almeno qualche domanda. Lo ha fatto, com’è sua abitudine, la radicale Irene Testa, Garante regionale dei detenuti della Sardegna: “Uso di scariche elettriche per contenere il disagio, provocando effetti fisici e psichici devastanti. A volte la morte. Si può ancora consentire l’uso di strumenti di tortura legalizzata?”, ha scritto sui suoi canali social.
E tanto è bastato perché la Lega la accusasse di attaccare indiscriminatamente polizia e carabinieri...
Non è nel mio stile puntare il dito contro le forze dell’ordine. Il problema è lo strumento in sé, di cui innanzitutto sappiamo ancora troppo poco e rispetto al quale stanno emergendo evidenti problematiche. Non sappiamo bene come i taser sono tarati, se e su chi sono stati testati, non si sa come l’organismo reagisce se le scosse inferte sono una, due o tre. E ancora: quanto dura il corso per preparare il personale all’uso dell’arma? Abbiamo visto che il rischio è alto per le persone con problemi cardiaci ma anche per i soggetti in grave stato di agitazione, che sia dovuto ad alterazioni psichiatriche o all’effetto di sostanze. Ma proprio a causa di questo alto rischio di arresto cardiaco, in alcuni Paesi europei le stazioni di polizia sono dotate di defibrillatori. E in Italia? Ne possiamo almeno discutere?
Lei ha detto che i taser sono uno strumento di tortura...
Non lo dico io, lo dice il Comitato Onu contro la tortura che parla di arma potenzialmente mortale. Inoltre, le persone che hanno subito un fermo con il taser riferiscono di dolori lancinanti, incontinenza fecale, convulsioni. E allora bisogna chiedersi prima di tutto se questo è lo strumento appropriato. E poi magari capire anche se è possibile porre un limite al numero e alla potenza delle scosse, in modo da azzerare i rischi di morte e attenuare le sofferenze.
A parte le motivazioni della Lega, è uno strumento voluto per sopperire alla mancanza di personale adeguato?
Non lo so. Perché ricordiamo casi come quello di Federico Aldrovandi, giusto vent’anni fa, Giuseppe Uva e altri morti in seguito ad interventi effettuati da vari agenti e senza taser. Ed è vero che ci sono casi delicati in cui bisogna fermare persone, in stato di alterazione, che possono essere pericolose per sé e per gli altri. La questione è complessa e non va strumentalizzata. Ma cosa facciamo, il far West? È lecito chiedersi se non vi sia un altro modo per neutralizzare una persona che in quel momento è pericolosa perché ha un disagio psichiatrico o è in preda a una crisi dovuta all’uso di sostanze. Poi magari il soggetto che si sente braccato e che prova forti dolori può reagire in modo ancora più scomposto. Sono situazioni in cui sarebbe utile, invece, che le forze dell’ordine fossero accompagnati da uno psichiatra, uno psicologo, un familiare, una equipe che in qualche modo valuti la situazione. Tra l’altro l’uso di un’arma i cui effetti sono ancora ignoti mette in difficoltà anche le stesse forze dell’ordine che devono poi risponderne - giustamente - davanti alla magistratura.
C’è chi vorrebbe introdurlo anche nelle carceri, in dotazione alla polizia penitenziaria. Lei cosa ne pensa?
Non oso neanche pensarci, perché sarebbe una tragedia inaccettabile. Per fortuna, mi pare che da questo punto di vista certi istinti siano stati frenati.
Come ogni anno, lei e il Partito Radicale avete passato Ferragosto in carcere...
Sono appena uscita dal carcere di Lanusei, un istituto tutto sommato piccolo e non tra quelli più problematici. Ma la situazione nelle carceri, lo sappiamo, è drammatica. E non da oggi. Nei giorni scorsi, quando c’era un caldo atroce, sentivo dalle celle gridare “Aiuto, aiuto, stiamo morendo”. Gente che urlava, persone che sbattevano… La politica non può continuare a girarsi dall’altra parte. Occorre riformare le carceri e tutto il sistema giudiziario. Nel frattempo, da subito, bisogna applicare almeno quelle misure alternative che già esistono. Non è un grosso sforzo: non c’è niente di nuovo da inventare.











