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di Luigi Manconi


La Repubblica, 29 ottobre 2019

 

Nel processo ai foreign fighter italiani sembra non esservi differenza tra scegliere le milizie dello Stato Islamico e battersi a sostegno della resistenza curda. Negli ultimi tempi la categoria di ipocrisia ha avuto ampio corso, diffusa a piene mani e stiracchiata di qua e di là, fino al trionfo finale, quando i cittadini e gli Stati europei hanno tuonato contro la doppiezza morale dei cittadini e degli Stati europei a proposito della questione curda.

Di questo atteggiamento sempre difficile da trattare perché sempre venato di moralismo si ha un caso esemplare in una vicenda giudiziaria in corso a Torino dove, per due uomini e una donna, tra i 20 e i 30 anni, è stata proposta, in ragione dell'ipotizzata pericolosità sociale, la sorveglianza speciale. Una misura di prevenzione, questa, che contempla obblighi e divieti, limitazioni e prescrizioni tali da ridurre significativamente la libertà personale di chi vi è sottoposto.

Sullo sfondo, un interrogativo: se la tutela dei diritti fondamentali della persona è patrimonio dell'umanità, come è possibile che chi per quel patrimonio si è battuto, fino a mettere a repentaglio la propria vita, sia considerato una minaccia per l'ordine pubblico e per la sicurezza collettiva? Non è un sofisticato paradosso giuridico: è, piuttosto la manifestazione di una delle mille contraddizioni che rendono ingarbugliata la matassa dei rapporti tra valori universali e normative degli Stati nazionali.

Accade che, infatti, proprio in queste settimane, alcuni giovani che hanno combattuto con le milizie curde contro lo Stato Islamico siano sotto processo a Torino anche per questa loro scelta. Tra il 2015 e il 2017 quei giovani, e chissà quanti altri, provenienti dall'Italia e dall'Europa, si sono recati in quel lembo di terra detto "Rojava", nella Siria settentrionale, portando il proprio contributo a una lotta che si è rivelata decisiva per sconfiggere il terrorismo dell'Isis.

Eppure l'idea che si ha di loro in Italia è condizionata da molti preconcetti: innanzitutto la memoria sgualcita e non sempre encomiabile di un antico internazionalismo proletario che si è rivelato, in più circostanze, pernicioso. Poi, un'opzione pigramente pacifista che ha finito con l'accreditare una lettura irenista dei conflitti internazionali e un ruolo provvidenzialista dell'attività diplomatica. Infine, una concezione esasperata della suddivisione dei compiti e del mestiere di ognuno che induce a reclinare su sé stessi, occultando una sostanziale indifferenza verso l'altrui destino.

A ciò si aggiunga la sensazione che questi "combattenti per la libertà" siano degli avventurieri, mossi più dal narcisismo eroicista che da un afflato di fratellanza universale. Dunque, ciò che tra le due guerre mondiali indusse una parte della "meglio gioventù" europea a partire per la Spagna, diventa oggi - nei nostri tempi meschini - "roba da centro sociale".

E se poi quei giovani i centri sociali li hanno frequentati davvero, magari condividendone trasgressioni e illegalità, ecco che il passato diventa un "precedente" penalmente rilevante e - nella fantasia inquisitoria di alcuni funzionari di polizia e di alcuni magistrati - si realizza un cortocircuito tra un sit-in in difesa di un lavoratore e le capacità militari acquisite in Siria. E tra un petardo fatto esplodere durante una festa e le bombe dei mortai.

Questo è il punto. La misura di sorveglianza speciale viene chiesta dalla procura per comportamenti relativi a conflitti sociali in Italia e, allo stesso tempo, per la partecipazione a una guerra in difesa di un popolo perseguitato. Quest'ultima circostanza, lungi dal risultare un'attenuante, appare invece come un'aggravante compromettente.

Certo, pesano indagini condotte con superficialità, incapaci di distinguere e di contestualizzare e pesa l'ambiguità strutturale delle misure di prevenzione, spesso affidate, come scrive l'avvocato Claudio Novaro, a "ordinanze, denunce, atti investigativi e acquisizioni istruttorie", indizi delle forze di polizia e non a "elementi di fatto", accertati quanto meno davanti a un giudice terzo.

Ma sembra avere un ruolo molto rilevante nella formulazione delle richieste della procura il pregiudizio che, dalla militanza in Italia, si estende fino a quella scelta meritoria di combattere in Rojava. Così, nelle richieste della procura sembra non esservi alcuna differenza tra scegliere di fare il foreign fighter con le milizie dell'Isis e, invece, battersi a sostegno della resistenza curda. Questo mentre i democratici di tutto il mondo esprimono, con parole variamente vibranti, la solidarietà nei confronti dei curdi.

E tutti i commentatori occidentali parlano della funzione insostituibile svolta da quei combattenti, "gli unici sul campo", nel contrastare le milizie dello Stato Islamico. Questo ruolo militare è stato unanimemente apprezzato e oggi gli si rende onore, per così dire, "alla memoria". Ne consegue che, alla guerriglia curda viene riconosciuto lo statuto di "guerra giusta". Se mai c'è stata una guerra, infatti, che rispondesse a incontrovertibili ragioni etiche, è stata la resistenza opposta all'offensiva dello Stato Islamico tra il 2014 e il 2017.

"Giusta" innanzitutto perché rivelatasi come l'estrema ratio, l'unico mezzo in grado di affrontare con efficacia un nemico non convenzionale e dotato di enormi risorse. Ma, se questo è vero, chi "quella guerra giusta" ha sostenuto condividendone i rischi e le fatiche, la sofferenza e l'orrore, dovrebbe essere considerato a sua volta come un giusto.