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di Chiara Daina

Corriere della Sera, 18 maggio 2024

Le lavoratrici provenienti dai Paesi extra Ue sono penalizzate due volte. Il divario con gli uomini supera i 30 punti. Ismu: sottopagate, non siamo attrattivi. Opportunità mancate non solo per loro ma anche per le aziende. L’Italia sul lavoro, come tristemente noto, non è un Paese per donne. Se poi la donna è extraeuropea (e proveniente da un Paese a forte flusso immigratorio), la discriminazione che vive è doppia. Nel 2022, secondo l’ultimo rapporto di Fondazione Ismu (ente scientifico che studia i fenomeni migratori), il tasso di occupazione delle donne straniere non comunitarie è del 43,7%, di 30,5 punti percentuali in meno rispetto a quello degli uomini extra-Ue (74,2%). E in discesa di 3 punti dal 2019. Mentre la percentuale di donne italiane occupate è un po’ più alta, del 51,5%, e il gap con gli uomini (68,6%) più ridotto. Anche i dati sulla disoccupazione sono a sfavore delle donne extraeuropee: risulta disoccupato il 15,6% contro il 10% dei maschi immigrati, con un divario di genere maggiore di quello nella popolazione italiana (8,8% contro 7%). Ma i numeri non parlano da soli.

“Ci sono dei pregiudizi inconsci esercitati dai datori di lavoro, spesso rivolti anche alle seconde generazioni nate in Italia, legati al colore della pelle, al cognome straniero o al fatto che la donna indossi il velo. Si dà per scontato - sostiene Emanuela Bonini, ricercatrice per Ismu e docente all’Università Cattolica di Milano - che avendo una di queste caratteristiche la donna non sappia parlare bene l’italiano e abbia un basso livello professionale. Poi c’è lo stereotipo della “badante straniera”, e la convinzione automatica che tutte le donne straniere siano disposte ad accettare lavori domestici, sottopagati, per avere il permesso di soggiorno e mantenere la famiglia. Questa stigmatizzazione è un ostacolo concreto all’inserimento formativo e alla possibilità per le donne extraeuropee di trovare impieghi in altri settori”.

Laura Zanfrini, responsabile del settore economia e lavoro di Ismu e docente all’Università Cattolica, osserva: “Un’alta concentrazione nel lavoro domestico e di assistenza domiciliare evoca i tratti di un sistema quasi castale, che impedisce di fare carriera altrove. Non si capisce, tra l’altro, perché nella società odierna così sensibile all’inclusione delle diversità l’esibizione di simboli religiosi per molte aziende sia un problema. Va passato il messaggio che la donna musulmana può conciliare la sua fede religiosa con il lavoro e la partecipazione attiva in tutte le sfere della vita sociale”.

Le donne extra-Ue scontano un’ulteriore penalizzazione: quella di non riuscire a far valere le proprie competenze quando presenti. Quelle sovraqualificate, riporta Fondazione Ismu nel suo report, sono ben il 66,5% a fronte del 44,7% delle donne immigrate da un Paese dell’Unione europea e il 22,5% delle italiane. “La difficoltà a candidarsi per posizioni di alto livello - sottolinea Zanfrini - deriva anche dal mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti nel Paese di origine: procedura lunga, costosa e dall’esito incerto, per cui spesso non si tenta neppure. A questo si aggiunge che le donne laureate, provenienti in particolare da Pakistan e Bangladesh, che arrivano qui per ricongiungersi al marito, sono impreparate: non hanno studiato l’italiano né sanno come inserirsi nel mercato del lavoro. Si potrebbe quindi pensare a iniziative pre-partenza per il rafforzamento delle competenze linguistiche e professionali rivolte a chi entra attraverso il ricongiungimento familiare”, suggerisce l’esperta. Che aggiunge: “Per valorizzare il capitale umano straniero inutilizzato bisognerebbe far funzionare come si deve i centri per l’impiego, che ancora oggi faticano a combinare domanda e offerta e che in altri Paesi giocano un ruolo fondamentale”.

Stipendi bassi - In Italia perdurano due criticità. La prima è che il nostro Paese attrae un’immigrazione poco istruita (stima l’Istat che solo il 12,5% degli stranieri occupati possieda una laurea: il 18% delle donne e l’8,8% degli uomini) perché i salari sono tra più bassi in Europa. “Dal 2010 al 2020 mentre nel resto dei Paesi Ocse la quota di stranieri immigrati con elevata istruzione è cresciuta mediamente di 9 punti percentuali - evidenzia Zanfrini - da noi solo di un punto”. Così a molte donne immigrate conviene restare a casa a badare ai figli. “Se lo stipendio è troppo basso e senza il supporto dei nonni rimasti all’estero - continua la professoressa - non possono conciliare il corso di italiano, il lavoro e la famiglia”. Il tasso di inattività più alto è tra le donne provenienti da Pakistan (90%), Bangladesh (87%), Egitto (84%) e India (77%). La seconda criticità, conclude, è che “molte aziende ignorano l’opportunità di ingaggiare i lavoratori altamente qualificati extra-Ue tramite la Carta Blu europea, decisamente sottoutilizzata. È un canale di ingresso che consente l’assunzione da Paesi terzi di persone con titoli di istruzione e qualifiche professionali elevati al di fuori delle quote fissate con il decreto flussi”.