di Giovanni Maria Flick*
Il Dubbio, 15 settembre 2025
Il mio piccolo disagio è rappresentato dal disagio di chi deve concludere ma, evidentemente, non può che concludere con estrema rapidità, per non costringere l’uditorio ad attese immani. Il secondo disagio è che quanti hanno parlato prima, e che io ho avuto la fortuna di ascoltare, sono stati estremamente istruttivi, hanno ampiamente arato il terreno, e rendono inutile quella che si dice una relazione di sintesi. E allora vi dirò, esattamente, cosa penso della separazione delle carriere, nella mia posizione di persona che ha dedicato alla giustizia, nei suoi vari aspetti, tutta la propria vita e la propria esperienza professionale, cominciando dal partecipare a giudicare le persone per passare poi ad occuparsi, come accademico, di come cercare di fare le leggi, da avvocato di come applicarle, vedendone tutti i problemi, passando per una breve tappa ministeriale, come ministro della Giustizia, per poi infine arrivare a quello che era il porto d’approdo migliore, giudice non delle persone ma giudice delle leggi, cioè della conformità alla Costituzione delle leggi che regolano il nostro Paese.
Parto dal titolo “Il futuro della Magistratura: questioni costituzionali aperte”. Oggi mi pare che vi siano tre grandi “questioni costituzionali aperte”; la prima è quella del Premierato. È stata chiusa, o meglio, è stata rimessa nel cassetto rapidamente per la certezza che non sarebbe stata praticabile. Dopo aver discusso tanto, a non finire, abbiamo scritto tanto e perso tanto tempo, ci siamo formati una cultura costituzionale tutti. La seconda questione era la autonomia differenziata delle Regioni a Statuto ordinario (autonomia differenziata, autonomia competitiva o autonomia solidale?), ma anche qui vi sono state discussioni a non finire: ci ha pensato la Corte a dichiarare incostituzionale la legge Calderoli e a impedire il referendum per l’abrogazione della legge sull’autonomia differenziata.
Il terzo aspetto: è rimasta in piedi soltanto la separazione delle carriere, cioè è rimasto in piedi soltanto l’aspetto più bello, più mitico, più interessante e più inutile che possiamo discutere oggi, di fronte alla crisi della Giustizia. Ditemi voi se uno solo, piccolo, dei mille problemi che accompagnano oggi la Giustizia, il suo dramma e la sua quotidianità, possa trovare soluzione nella separazione delle carriere, che costituirà l’oggetto del referendum costituzionale necessario per far passare questa legge.
Ecco, io credo, con tutto il rispetto per tutti gli argomenti che sono stati portati, che la decisione, positiva o negativa, sulla separazione delle carriere, non porterà un minimo beneficio ai grandi problemi della durata del processo, della violazione o del progressivo indebolimento del principio della riserva di legge (che dovrebbe essere il cardine del processo), del discorso della formazione dei giudici e della responsabilità dei giudici. Ecco, non credo che possa aiutare a nessuno dei problemi che dovremo affrontare e il più presto possibile, perché continuiamo ad accumulare problemi e continuiamo a non risolverli, per ciò che attiene ai problemi della Giustizia.
E allora a me dispiace questo, perché io mi ero illuso, raccogliendo anche un’indicazione del Presidente della Repubblica, che dovesse maturare un’alleanza tra magistrati e avvocati, tra i due protagonisti operatori della giustizia che gestiscono, difendono, o limitano i diritti della persona, che potesse trovarsi una forma di alleanza, proprio per costringere il legislatore ad assumere le sue responsabilità e ad arrivare alla risoluzione dei problemi della crisi della Giustizia.
Non è così. Non è così perché di tutto si parla tranne che dei problemi concreti della Giustizia e quindi rimango per certi versi abbastanza indifferente di fronte a quello che si sta svolgendo sul piano della riforma costituzionale. Scusate la brutalità con cui vi dico le cose, ma credo che sia giusto, quando uno arriva alla mia età, che dica quello che pensa purché pensi quello che dice. E io penso quello che dico, ecco. Perché sono molto perplesso?
Perché il tema della separazione delle carriere, come della distinzione dei poteri, è un tema che è da parecchio all’attenzione dell’opinione pubblica e dell’opinione tecnica; è un problema nel quale la separazione dei poteri, a me sembra, è stata travisata, cioè il problema che la Magistratura aveva e che la società pone non è la separazione dei poteri nella Magistratura, ma è la separazione della Magistratura dal potere (che è un’altra cosa).
Secondo discorso: il problema della separazione dal potere della Magistratura, cioè della capacità di avere una Magistratura che non partecipi per parti politiche, non prenda nessuna posizione, ma che gestisca il riconoscimento dei diritti, dei doveri, in modo chiaro e semplice, è il vero problema che noi abbiamo di fronte. Ed è un problema che difficilmente verrà risolto dal tema della separazione delle carriere. Tutti siamo d’accordo che l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura sono irrinunciabili.
Tutti siamo d’accordo, almeno a parole, che la separazione tra potere giudiziario decisorio e potere istruttorio inquirente non porterà mai a recidere il legame o a non attuare il legame del Pubblico Ministero, una volta isolato, con il potere politico. Perché il vero problema è questo: il vero problema è l’applicazione di un principio che i Romani, nella loro saggezza, dicevano molto brutalmente, “divide et impera”. Si ha a che fare con 10.000, esponenti della Magistratura che in un modo o nell’altro ti danno fastidio? Bene, li si dividono.
Metti i Pubblici Ministeri da una parte e metti i Giudici dall’altra! E si avrà a che fare con un blocco di 3.000 persone da un lato, che è certamente più debole del blocco delle altre 7.000 persone dall’altro lato. E si è risolto il “problema” di poter, senza dirlo troppo, attirare il Pubblico Ministero nella sfera dell’Esecutivo.
Scusate, io sono preoccupato, e dico subito perché. Voglio dire che noi siamo di fronte a un cambiamento di sistema, di regime, che qualcuno ha tentato di operare anche nell’assetto costituzionale, perché la proposta di quelle tre modifiche costituzionali, premierato forte, autonomia differenziata e separazione delle carriere, era l’idea di trasformare completamente l’assetto del nostro Paese. Le prime due riforme si son perdute per strada o sono state sepolte o sono state messe nel cassetto, sebbene si voglia, ad esempio, riprendere il tema dell’autonomia differenziata. Vedremo, non lo so. Mai e poi mai si dice che si assisterà a un passaggio del Pubblico Ministero sotto l’Esecutivo, perché non l’abbiamo voluto adesso nella Costituzione.
Ma la nostra Costituzione, come tutte le Costituzioni, dimostra la sua possibile mutevolezza; e la tentazione, ad esempio, di dire - non domani, non dopodomani, ma fra qualche giorno o fra cinque anni -: “Bene, risolviamo questo problema di questi 3.000 pubblici ministeri che viaggiano da soli senza potere che li controlli, senza appoggio che li aiuti, risolviamo il problema”. Ma voi pensate veramente che possiamo permetterci il lusso di tenere una categoria di 3.000 pm indipendenti da tutti? E non lontani dal potere? Mi pare un’utopia come discorso, abbiate pazienza. E soprattutto mi pare un’utopia perché io ho sempre avuto la sensazione, nelle mie esperienze giudiziarie, che l’arcipelago della Giustizia fosse un po’ come il mare di Tiberiade, un lago sottoposto a frequenti tempeste, un lago dentro il quale io vedo una sorta di rosa dei venti, e cioè l’aspetto delle leggi.
Il primo problema, in tal senso, è quello della riserva di legge come garanzia cardine, che si sta notevolmente attenuando, e questo mi preoccupa moltissimo, perché stiamo perdendo il rispetto e il significato della riserva di legge: le leggi dovrebbero nascere in Parlamento, l’ultimo esempio di legge che doveva nascere in Parlamento è la legge sul fine vita; la Corte Costituzionale ha di fatto introdotto una modifica del regime di fine vita, stabilendo la non punibilità dell’aiuto al suicidio, quando vi siano quattro tipi di paletti; se nei tempi tecnici, con cui il Parlamento raccoglie o non raccoglie il suggerimento, la richiesta, la trappola se vogliamo, della Corte Costituzionale che lo invita a legiferare, vuol dire che il principio della riserva di legge si sta attenuando notevolmente.
Ciò avviene anche da un altro punto di vista: le leggi diventano sempre meno comprensibili, perché diventano sempre più proposte non già di comportamenti ma in funzione di compromesso, sicché la legge diventa difficilmente interpretabile. E apre la strada a quello che noi tutti conosciamo, cioè al diritto giurisprudenziale di tipo creativo, rispetto al diritto legislativo, che è un diritto destinato a morire. Io dico sempre che, se tornassi a fare il ministro della Giustizia, prescriverei due statue in ogni tribunale: una al diritto vivente e al diritto giurisprudenziale, l’altra al diritto morente che è il diritto legislativo. È inutile che continuiamo a trastullarci con principi fondamentali, quando la realtà è molto più drammatica.
E che sia molto più drammatica, ce lo dimostra un’altra cosa, che non è nel titolo del Convegno, ma è nella realtà. Non solo la progressiva attenuazione del principio della riserva di legge, ma anche il progressivo venir meno della legge come strumento privilegiato per formulare delle regole che servono per attuare i principi costituzionali.
Noi ormai abbiamo un sistema nel quale impera il principio della cosiddetta legislazione d’urgenza, cioè il decreto-legge con riserva di conversione. E vorrei non azzardare le cose, quando penso e sono preoccupato, che il futuro, se andiamo avanti di questo passo, sarà sempre più un futuro o di leggi delegate dal carattere generalissimo, nonostante quello che avesse tentato di dire anche con fatica la Corte Costituzionale, o di decreti legge, che poi vengono convertiti, anche perché nella legge di conversione, come si fa attaccando un carro merci al Frecciarossa, si attaccano tutte le cose che non c’entrano nulla con il contenuto del decreto, ma che occorre far passare. Questa è la realtà.
In tutto questo, si inserisce un’ulteriore problematica: dal processo per repressione di un reato si è pervenuti al processo di prevenzione per adozione di una misura di prevenzione rispetto a un mero pericolo. In buona sostanza stiamo ripercorrendo la stessa vicenda che abbiamo percorso con Mani Pulite. Siamo riusciti, dopo trent’anni di fatica, a trovare un certo equilibrio nel confronto con la criminalità organizzata, affrontando, da un lato, “Nerolandia”, cioè tutto quanto non sufficientemente disciplinato. E si è fatto qualcosa, abbastanza sul piano del Diritto penale finanziario, non troppo ma abbastanza. Accanto a ciò, abbiamo affrontato l’altro aspetto della criminalità nella crisi degli anni ‘90-’92, cioè il proliferare della criminalità organizzata a livelli pazzeschi, che ha portato, come diceva Sciascia, il livello della palma al livello della corruzione, cioè a farlo salire progressivamente. Perché ormai la palma, la corruzione, sta al Nord esattamente come la criminalità organizzata. Ma la terza cosa che era rimasta, invece, in piedi, era il problema di Tangentopoli: la corruzione e il malgoverno nella gestione del denaro pubblico.
E il legislatore cosa ha fatto? Ha trasformato un processo di repressione in un processo di prevenzione, cioè, invece di celebrare processi di accertamento di reato (accerto un reato, verifico di chi è la responsabilità, controllo che vi siano prove e non soltanto indizi, e affermo la responsabilità di una persona o di più persone per quel reato) si passa all’affermazione di un paradigma precauzionale in nome della pericolosità sociale. Quella che un tempo veniva usata soprattutto, se non soltanto, come misura di prevenzione per i soggetti pericolosi per criminalità di mafia, adesso è diventato un parametro molto più ampio, di uso trasversale.
Io ho l’impressione che quello che noi vediamo come futuro del processo penale, in realtà diventerà il futuro del procedimento di prevenzione nel quale non si lavora più e non si decide più sulla base della prova del fatto di reato, ma si lavora sulla base dell’indizio della pericolosità dell’attività di una impresa o del comportamento di una persona. E questo mi pare molto preoccupante.
Pare molto preoccupante anche perché i protagonisti di questa nuova evoluzione del Diritto penale, che non è più Diritto penale del processo, non è più Diritto penale del fatto, ma è Diritto penale del fenomeno criminale (cioè si guarda non tanto al singolo fatto di reato o alla somma di reati che si mettono insieme - vedi maxiprocesso -, non si guarda alla pericolosità del fatto, ma alla pericolosità del fenomeno criminale come tale).
Ed è lo schema con cui molti Pubblici Ministeri in questo momento lavorano. Uno schema che, tra l’altro, mi fa pensare, con un po’ di preoccupazione, all’idea che, la separazione delle carriere porti i Pubblici Ministeri a creare delle piccole isole di potere, che moltiplicheranno le situazioni di enfatizzazione o di ricerca. Anche perché la motivazione con cui queste cose vengono fatte è una motivazione molto bella: abbiamo costretto l’imprenditore di lusso ad assumere un sacco di persone.
Abbiamo costretto l’imprenditore di lusso a pagare danaro che altrimenti non avrebbe pagato e che ha pagato spontaneamente in una situazione di questo genere. Ecco il quadro un po’ provocatorio che volevo darvi, perché ci rendiamo conto che cambia profondamente il sistema penale. O meglio, il sistema di controllo sociale (e lo vediamo attraverso quegli esempi che vi ho citato).
Ho cercato, insomma, di concludere il discorso in tre momenti: primo, muovendo dalle tre ipotesi di cambiamento sistemico istituzionale del Paese (premierato, autonomia differenziata e riforma della giustizia), è emersa soltanto l’ultima, la riforma della giustizia. Ed è emerso che non si vuole affrontare le vere crisi che la Giustizia ha, e che tutti sentiamo e che i magistrati conoscono a menadito. Io dico che questo discorso può essere, non dico superato, ma essere messo in cantiere solo se riusciamo a ricreare una coesione tra magistrati e avvocati, perché la politica, che finora ha perseguito una via di disinteresse reale ai problemi della giustizia, se non di fronte a certi episodi enfatici, di penalizzazione, dovrebbe rispondere a quelle che sono le carenze che costringono, pressoché tutti i giorni, i magistrati a dare un’interpretazione creativa di una legge che ormai è desueta e superata e gli avvocati a combattere contro le incertezze di questo discorso.
Guardate, non l’ho detto io questo: lo diceva già Cossiga e lo diceva anche Mattarella nei primi interventi del suo (primo) mandato.
Il rapporto tra quello che disse nel primo discorso di insediamento e nel secondo discorso conferma dieci anni dopo la validità di quelle osservazioni. Il primo riferimento di Mattarella da Presidente della Repubblica alla Magistratura e alla Giustizia fu l’elogio di una Magistratura che aveva testimoniato, con i suoi protagonisti, una lotta alla criminalità organizzata, veramente degna di miglior apprezzamento e di migliore approvazione. Nella seconda occasione di confronto che Mattarella ha avuto, al discorso di insediamento, con la Magistratura, ha dedicato un quarto del tempo che aveva usato nel primo discorso per elogiare la Magistratura e ha ricordato che occorreva recuperare quel credito, quel patrimonio di fiducia che la magistratura aveva e che ora non ha più. Ecco, credo che dovremmo metterci di fronte a questo problema, per capire quanto sia necessario guardare al futuro tenendo conto che il quadro che ci era stato disegnato non si sta verificando. Che l’unica cosa che si vuole realizzare è la - invero abbastanza inutile - istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura, uno per 7.000 persone uno per 3.000, e di una Corte Disciplinare che giudichi gli operatori della giustizia. Ecco, io non so se possa essere questo il futuro della giustizia, il futuro della risoluzione dei problemi della giustizia. E allora, quando penso, appunto, al lago di Tiberiade, penso che le tempeste sul lago coinvolgano tutti i punti salienti della realtà della giustizia.
In primo luogo, la legge e la riserva di legge. In secondo luogo, il giusto processo, che sta perdendo le sue cartucce, le sue risorse, perché il processo, in questo momento, rischia di diventare ingestibile, in particolare il processo penale, il processo sul reato, dal momento che rischia di diventare dominante il processo di prevenzione che non punisce il reato, ma che colpisce il sospetto e impedisce che il sospetto diventi reato (per esempio, siamo ora alle prese con la riforma del Diritto penale dell’impresa, con la responsabilità penale dell’impresa; dal 2000 abbiamo aperto la pagina secondo cui societas delinquere potest, si può stabilire una responsabilità penale per l’impresa; e lo stiamo facendo con molte difficoltà, dopo che ci siamo accorti che la legge varata allora non ha funzionato granché).
Ecco, io non so cosa capiterà in futuro, perché il mio tempo sta finendo, credo però che per i nostri figli e per i nostri nipoti si aprirà un discorso di giustizia abbastanza difficile, se non ci decidiamo, finalmente, a mettere mano a una riforma seria, la quale, tra l’altro prenda atto che la giustizia non può prescindere dal problema delle sue leggi, dal problema del giusto processo, dal problema dell’accertamento del reato, con l’applicazione di una sanzione, la reclusione in carcere, che per la sua situazione attuale grida vendetta al cospetto di Dio (aspetto per il quale non abbiamo fatto nulla, e continuiamo a non far nulla, se non a progettare la risistemazione di carceri o a creare container o, addirittura, ad esternalizzazione l’esecuzione della pena per tutti coloro di cui possiamo lavarci le mani, perché vadano a scontare quella pena da un’altra parte). Non è un bel quadro, né questa è una bella relazione di sintesi, ma le riflessioni svolte mi sembravano doverose.
*Trascrizione integrale dell’intervento conclusivo che il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick ha svolto al convegno dell’università di Salerno su “Il futuro della magistratura: questioni costituzionali aperte”, lo scorso 28 maggio, presso l’Istituto della enciclopedia italiana.











