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recensione di Giancarlo De Cataldo

La Repubblica, 23 aprile 2022

Valerio Calzolaio, politico e saggista, analizza le isole diventate carceri. Da Ventotene a Robben Island. Nessuna isola è nata per essere un carcere. Molte, però, lo sono diventate nel corso del tempo.

Si è così generato, per una sorta di insano connubio fra disposizione naturale e volontà umana, il “doppio isolamento”: un’isola evoca di per sé il senso di separazione, in chiave geografica e territoriale, il carcere rimanda al concetto di segregazione in senso giudiziario, repressivo, ma in definitiva umano. Sulle isole esiste una letteratura sterminata, e sul carcere molti e ampi studi. Ma trattare in un unico contesto l’isola e il carcere sotto la particolare prospettiva geografica e storica del “doppio isolamento” è una novità assoluta.

Dobbiamo la felice intuizione a Valerio Calzolaio, già politico di sinistra (fu sottosegretario all’Ambiente), autore di saggi su Moro e Berlinguer e di un’illuminante riflessione sul tema delle migrazioni (“Libertà di migrare”, con Telmo Plevani).

Nella sua lucidissima introduzione, Calzolaio inquadra immediatamente il tema della ricerca: l’isola è generatrice di un ecosistema produttore di biodiversità - lo sviluppo delle specie si articola in un ambito circoscritto, differente, per intenderci, da quello garantito dagli interscambi continui dei territori più vasti - così come il carcere acquista progressivamente le connotazioni di territorio dell’isolamento, dando vita, a sua volta, a un ecosistema interno storicamente determinato.

L’isola è tale perché così è definita dal suo essere ontologico, il carcere è una costruzione umana. I romani impiegarono le isole come terre di deportazione o relegazione, per togliere di mezzo oppositori politici, eredi scomodi di grandi dinastie, voci dissonanti, prigionieri di guerra.

Ma la loro idea di carcere non era sovrapponibile all’attuale: non si deteneva per sorvegliare e punire, secondo la nota definizione di Foucault, ma per assicurare integrità al corpo del custodito, che andava preservato in vista del giudizio e tutelato dalla vendetta di chi si era ritenuto danneggiato dalla sua condotta. Il carcere come luogo di espiazione è idea relativamente recente; l’abbinamento fra carcere e isola un’evoluzione - sovente tragica - dell’antica deportazione romana. L’ecosistema isola e quello penitenziario si mutuano e compenetrano, ci spiega Calzolaio, ma ciò non cancella l’anomalia animata dalla più angosciosa contraddizione di fondo: un’isola è per sua vocazione finestra sul mare, e dunque metafora di un orizzonte senza confini, il carcere è brutale privazione della libertà.

Calzolaio ha censito migliaia di isole-carcere, molte le ha visitate, e una cinquantina le racconta, con un intento di obbiettività scientifica opportunamente percorso da una calda vena di pietas. E le pietre di quegli antichi - o purtroppo ancora attuali - luoghi di sofferenza, paradossalmente calati nel contesto di una natura che non tollera di lasciarsi imprigionare - ci parlano attraverso vicende esemplari di dolore, prevaricazione, atrocità, ma anche riscatto e persino trionfo: la Santo Stefano - ora in via di recupero e riconsegna ad una nuova vocazione di polo culturale - dove languirono i patrioti del Risorgimento e Sandro Pertini; la Ventotene del Manifesto per l’Europa di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi; l’Asinara, oggi parco naturale di incomparabile e struggente bellezza; Goli Otok, l’isola calva perché senz’acqua, dove Tito confinò gli ortodossi dopo la rottura con Stalin; la Gorgona di memoria dantesca, oggi avanzato esperimento di carcere aperto; Chateau d’If, rocca-prigione a vista di Marsiglia, nota più per “Il Conte di Montecristo” che per i veri prigionieri che vi erano rinchiusi; l’Isola del Diavolo, dove l’innocente Dreyfus fu relegato, vittima sacrificale dell’antisemitismo della società francese di fine Ottocento e, tanti anni dopo, il forzato Papillon ambientò le sue più o meno credibili imprese; Imrali, dove da vent’anni tengono Apo Ocalan, leader dei curdi oppressi, in un regime di isolamento che mira a colpire il corpo come la mente; Robben Island, che Nelson Mandela, nella sua lunga prigionia, trasformò nell’università della futura liberazione del Sudafrica.

E, naturalmente, Lampedusa, dove ancora una volta la contraddizione fra l’isola come avamposto verso l’infinito e le mura di contenimento esplode con il trattenimento dei migranti. Da tutto questo materiale discende una delle più profonde e convincenti riflessioni scritte negli ultimi anni sul rapporto fra natura, natura umana, istituzioni e pena.

“Falcone fu chiamato Batman, lo sceriffo, il giustiziere. Anche così cominciò la sua fine”

di Teresa Ciabatti

Corriere della Sera, 23 aprile 2022

Il nuovo romanzo di Roberto Saviano “Solo è il coraggio” (Bompiani) riesce di nuovo - come “Gomorra”, come “La paranza dei bambini” - a spostare l’immaginario collettivo. Restituisce una realtà complessa, molto più complessa di come l’abbiamo creduta fin qui. Nel caso specifico: Falcone, il pool antimafia, e il Maxiprocesso. Saviano lo fa mettendo in fila fatti (che a oggi nessuno aveva allineato con tanta precisione, eliminando gli intervalli di tempo che hanno sfumato sentimenti e colpe). Attraverso il montaggio dunque, e attraverso la letteratura lo scrittore racconta una storia nuova. Indaga il privato, ovvero “lo spazio intimo dove ci si muove al riparo dai pubblici sguardi”. Lì “dove maturano le scelte cruciali, si prova il dolore più profondo, si gioisce dell’ebbrezza più piena”. E ancora: “Ciò che la letteratura può fare per testimoniare la solitudine e il coraggio”.

Quanti anni aveva lei il 23 maggio 1992?

“Tredici”.

Cosa ricorda di quel giorno?

“Il silenzio. Davanti alla televisione che dava la notizia della strage, ricordo che nessuno parlava: mio padre, mia madre, le zie. Fuori la stessa cosa, uscendo dal portone si sentivano solo le tv, nessuna voce”.

Insolito?

“Qualcosa del genere, il palazzo che produce un unico suono, era successo per il Mondiale di calcio. In seguito, per la faida di Secondigliano, quando le persone - sintonizzate sulle radio locali che davano Napul’è di Pino Daniele - aprirono le finestre. Il modo per dire alla faida di fermarsi”.

Perché un romanzo su Falcone?

“La sua figura mi ha insegnato a leggere il potere, la semantica del potere, quanto Max Weber”.

Corleone 1942...

“Il libro inizia e finisce con una bomba. Lungo la storia ci sono tante esplosioni, l’idea è quella di una guerra civile costante. La bomba iniziale riguarda Totò Riina che vede morire il padre e un fratello nell’esplosione di un residuo bellico che stanno disinnescando per rivenderne i pezzi. Un altro fratello rimane gravemente ferito. Totò ha dodici anni: fra quelli presenti è l’unico rimasto illeso, insieme alle donne della famiglia Riina che sono in giro per il paese”.

Lei fa dire a Buscetta: “Che gli vuoi insegnare la diplomazia, a uno che gli è saltata in aria la famiglia davanti agli occhi”. È davvero Riina il più feroce?

“Riina non risparmia nessuno. Casomai ammazza uno in più, mai uno in meno. Con Bontate, Badalamenti e Liggio al vertice della cupola ancora era possibile qualche forma di mediazione. Le guerre andavano evitate, ai mafiosi come allo Stato. La mafia doveva esistere all’interno dello Stato, aiutarlo, se c’era una reciproca convenienza. Viceversa con Riina e Provenzano il mondo intero è in pericolo: mafiosi, magistrati, poliziotti, testimoni, politici”.

Il passaggio dai palermitani ai corleonesi?

“Riina si estende con la violenza, non rispetta le regole degli omicidi, uccide chiunque”.

Un esempio?

“Totuccio Contorno, guardaspalle del boss Stefano Bontate, sapendo che è sotto tiro dei corleonesi, decide di portarsi in macchina un amichetto di suo figlio”.

Motivo?

“La legge della vecchia mafia voleva che con un bambino al seguito nessuno potesse essere ucciso”.

Invece?

“I corleonesi se ne fregano. Ma Contorno capisce l’agguato in anticipo, vedendo un uomo affacciato al bancone, come in attesa di qualcosa, e poi un altro ancora. Allora spinge il bambino fuori dalla macchina, esce, spara e fugge. A quel punto la guerra è di tutti contro tutti”.

Dall’altro lato, a cercare di fermarli?

“Un gruppo di magistrati, prima sotto Rocco Chinnici, poi sotto Nino Caponnetto - la nascita del pool vero e proprio”.

Il metodo d’inchiesta di Giovanni Falcone?

“Falcone lo impara da Rocco Chinnici e lo migliora. La regola di seguire i soldi, follow the money, è un esempio del metodo Falcone. Chinnici desume le verità, Falcone trova le prove”.

Nel libro è ribadita l’importanza del lavoro di gruppo, quel “più persone sanno meglio è”...

“Prima di Falcone indagini e processi erano separati per territori. La teoria che andava per la maggiore era che la mafia non esistesse, che non ci fosse un’organizzazione vera e propria e che si trattasse piuttosto di quattro contadini impegnati a farsi giustizia tra loro”.

Altro principio di Falcone: il senso della staffetta...

“Più che un principio era una maledizione. Non si faceva in tempo a finire un’indagine, che si veniva ammazzati: questo mi ha suggerito l’immagine di un uomo che corre e che riesce a consegnare il testimone a quello che sta davanti a lui appena prima di cadere. All’altro, purtroppo, toccherà la stessa sorte, e così via. Quella di Chinnici, Falcone, Borsellino è una scelta individuale che nasce anche dal dovere nei confronti dei colleghi e amici che li hanno preceduti. Nessuno voleva essere un eroe. Falcone parlava di compito. Considerava la sua una consegna”.

La vera svolta è l’arresto di Buscetta?

“Senza Buscetta non si sarebbe saputo neanche che la mafia si chiamava Cosa Nostra”.

Il significato di Cosa Nostra?

““Occupati di ciò che è tuo”, concetto che implica un giudizio sugli altri considerati in base a come si sono comportati con te. Non valgono le voci, la giustizia. L’unica domanda di fronte a una persona è: cosa ha fatto per noi? È stato cosa nostra?”.

10 febbraio 1986: Maxiprocesso...

“Subito i boss negano l’esistenza di un’organizzazione. Sostengono che sia colpa dei film se la gente pensa che esiste la mafia, la mafia non esiste. Il boss Michele Greco dice: “Sono i film di violenza e di pornografia”, citando Il Padrino, colpa de Il Padrino” .

Il Padrino?

“Per loro è un punto di non ritorno, non per un problema d’inchiesta, ma per un problema di immagine: la mafia non era mai stata raccontata così, come una famiglia, come l’insieme di regole di famiglia. C’erano stati film sui gangster, sì, che tuttavia non svelavano niente. Difatti il giorno in cui Coppola va a fare i sopralluoghi a Little Italy gli bruciano le camere, provano in ogni modo a fermare il film”.

Tornando al Maxiprocesso...

“Riina si presenta così: “Io sono un terza elementare”. Contorno parla in siciliano stretto tanto che sono costretti a chiamare un traduttore. Eppure dialetto non significa ignoranza, cosa che Falcone sa bene. Nelle case di ogni mafioso, a cominciare da Riina, c’è il romanzo I Beati Paoli (di William Galt, pseudonimo del palermitano Luigi Natoli, ndr) che ciascuno di loro ha letto e riletto. Gli uomini d’onore chiamano Contorno col nome del protagonista: Coriolano della Floresta. Lui stesso, storpiandone il nome in “Curiano della Foresta” e dimostrando così di non aver letto il libro, ammette di essere chiamato in quel modo”.

Durante il Maxiprocesso gli imputati negano ogni accusa?

“Dagli avvocati difensori agli imputati, chiunque cerca di mettersi di traverso. Turi Ercolano, cugino del boss Nitto Santapaola, si presenta con la bocca cucita a colpi di spillatrice. Vincenzo Sinagra fa scattare il metal detector dichiarando di aver ingoiato due chiodi”.

Vincenzo Sinagra, colui che fa il racconto più cruento...

“Parla della “camera della morte”, un deposito in apparenza abbandonato nella zona sud est di Palermo dove venivano torturate le persone, e poi gettate nell’acido, nella vasca piena d’acido, “diventavano liquidi” racconta”.

Intanto sui giornali prende avvio la delegittimazione di Falcone?

“Dicono che è un carrierista, che dà spettacolo. Scrivono che il Maxiprocesso è utile ai fini spettacolari, ma dannoso ai fini giudiziari. Sul Corriere della Sera Leonardo Sciascia scrive: “Nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Parlano di “un gruppo di giudici presenzialisti che vogliono vedere la propria foto sul giornale”.

Falcone resiste?

“Da anni, da quando ha iniziato l’indagine, in tribunale viene deriso: “Batman”, “il giustiziere della notte”, “lo sceriffo”. Se va in un ristorante, se esce di casa, il pensiero comune è che sia osceno che uno come lui si diverta. Non è per questo che i cittadini pagano la sua scorta, ma perché patisca e incarni la sofferenza”.

Il momento peggiore?

“Dopo l’attentato all’Addaura definito poco credibile. Fanno girare la voce che la bomba se la sia fabbricata lui stesso con l’aiuto della scorta. In un’intervista a Corrado Augias, Falcone dice: “Questa è l’Italia: se ti mettono una bomba sotto casa e non muori, sei responsabile”.

Al suo fianco, in ogni momento, Francesca Morvillo?

“Magistrato a sua volta, e dei migliori, Francesca sapeva bene cosa rischiava Giovanni. Decide di condividerne il destino”.

Nel libro emerge la figura di Giulio Andreotti, il suo ruolo apparentemente ambiguo...

“Io riporto i fatti, come la telefonata a Falcone dopo l’Addaura. Non si conoscevano, non si erano mai parlati. Andreotti lo chiama per congratularsi dello scampato pericolo”.

Andreotti perciò?

“Nella ricostruzione tengo aperta la complessità. Di sicuro era in stretti rapporti con Salvo Lima e i cugini Salvo. È pur vero però che fosse contro i corleonesi. Ayala fa notare che Capaci avviene nel momento in cui Andreotti sta per essere rieletto. L’attentato ha il valore di un avvertimento”.

Quando decidono di uccidere Falcone?

“Ci provano nuovamente nel periodo romano. Un giorno in un bar vedono Renzo Arbore e pensano: peccato che non sia nella lista delle celebrities da ammazzare. Avevano preso di mira anche Pippo Baudo, Maurizio Costanzo, Enzo Biagi, Andrea Barbato, Michele Santoro...”.

Il senso?

“Ammazzare uno famoso per farsi notare. Per fare rumore e far capire che tutti sono esposti. Poi capiscono che un attentato in Sicilia è maggiormente tutelato”.

I mafiosi costruiscono narrazioni parallele ai loro omicidi?

“Per l’omicidio di Don Puglisi fanno sapere che raccoglieva droga, sottintendendo che molta se la teneva per sé. Quindi inventano la storia del tossico bruciato in una macchina, facendo credere che sia stato lui a uccidere il sacerdote. Su Ninni Cassarà c’è l’invenzione dei debiti di gioco. In generale la risposta consueta agli omicidi di mafia è che “era un femminaro”.

Perché?

“L’ossessione dei mafiosi per la monogamia. Riina ha avuto un’unica donna nella vita, la moglie. Così il padre, così il nonno. L’adulterio è una prova: se tradisci tua moglie, puoi tradire anche gli altri. Fino agli anni Settanta c’erano condizioni precise per poter diventare affiliato: non essere iscritto al partito comunista, non essere iscritto al partito socialista, non essere gay, non avere i genitori divorziati, non tradire, non andare a prostitute”.

Buscetta è diverso?

“Amavo troppo la vita per stare a queste regole” si giustifica. Ha avuto tre mogli, nove figli di cui due uccisi su ordine di Riina. Durante una festa in Brasile, l’ultima moglie lo vede flirtare con un’altra donna, e gli spacca una bottiglia in testa”.

Esiste un’estetica criminale?

“Anche questa ha le sue leggi. Prendiamo l’unghia del mignolo lunghissima, a triangolo: quella comunica che in carcere non rassetti, non cucini, non ti fai la barba, ma qualcuno lo fa per te”.

Altro?

“I pantaloncini sono malvisti. Nel momento in cui Liggio prova ad attaccare Buscetta dice: “Io non vorrei scoprire il culetto a nessuno, ma Buscetta venne in pantaloncini corti a dirmi...” e lo accusa di avergli detto del famoso Golpe Borghese di cui racconto nel libro. Il dettaglio dei pantaloncini è fondamentale per screditarlo”.

Ulteriori oggetti o comportamenti giudicati male?

“Niente ombrello, niente trolley, il trolley ti rovina la reputazione. Devi bagnarti, e avere il borsone a tracolla. Il capitano dei carabinieri settentrionale che a Casal di Principe va in caserma in bicicletta, viene richiamato. Gli chiedono di non usare la bicicletta, lui pensa per una questione di sicurezza, invece: “La gente vi vede che siete venuto a prendere Sandokan in bici” spiegano. Costituiva un segno di debolezza, qualcosa da femmina”.

I film su camorra e mafia possono sviare qualcuno (come sosteneva Michele Greco per Il Padrino)?

“Nessuno, che non fosse già in un mondo criminale, ha preso le armi e sparato per aver visto un film. Diverso è il discorso mediatico. Se sui giornali trovi titoli come “rapina alla Gomorra”, significa che prima non la vedevi, e ora, dopo aver visto la rappresentazione, la vedi”.

Gomorra, al pari de Il Padrino, ha dato fastidio?

“Sui muri di Scampia non troverai scritte contro i boss e le famiglie mafiose, ma sempre: “Saviano merda”.

La corrispondenza tra Falcone e Saviano nella dimensione intima?

“Con i miei anni di scorta so che significa la gestione del proprio corpo quando tutto è vietato”.

Cos’è la solitudine?

“Falcone sente che la sua è una vita mancata, ha scelto di non avere figli: “Non si mettono al mondo orfani”, dice. Sono poche le persone di cui può fidarsi, molti amici si trasformano in nemici. Un’esistenza di rinuncia, che comunque attira dubbio, sospetto”.

Il peso della delegittimazione continua?

“Lo capisce Falcone, lo capisce Pasolini: dalla maldicenza, dal fango, solo la morte dà pace”.

Nient’altro?

“Nient’altro”.