di Luigi Manconi
La Stampa, 27 settembre 2023
El-Qaisi, 29 anni, ricercatore alla Sapienza, sposato con un figlio di 4 anni, è anche cittadino palestinese. Lo hanno arrestato il 31 agosto dopo una vacanza a Betlemme ma contro di lui non ci sono imputazioni. Ormai da quasi un mese un nostro connazionale, Khaled El-Qaisi, si trova detenuto nel carcere di Petah Tiqwa, a est di Tel Aviv. El-Qaisi è studente presso l’università La Sapienza di Roma e ricercatore di storia della Palestina; ha 29 anni, è sposato con una donna italiana, ha un figlio di 4 anni ed è titolare della cittadinanza italiana e di quella palestinese.
Il 31 agosto scorso è stato arrestato dalle autorità israeliane mentre si accingeva a tornare a Roma, dove vive, dopo essere stato in vacanza a Betlemme. La famiglia, una volta giunta al valico di frontiera Allenby, al confine fra Giordania e Israele, viene fermata ed El-Qaisi ammanettato. La polizia fa domande sui loro spostamenti e sugli orientamenti politici dell’uomo. Le richieste di spiegazioni da parte della moglie non ottengono risposta e, dopo aver trattenuto il marito, le autorità rilasciano la donna e il bambino, sequestrando loro documenti, denaro ed effetti personali.
A oggi le motivazioni dell’arresto non sono state rese note né ai familiari né al legale Flavio Rossi Albertini; e si sono susseguite più udienze, tutte finalizzate alla proroga della misura della custodia cautelare in carcere. Il 21 settembre il tribunale di Rishon Le Tzion ha predisposto l’ulteriore proroga fino al primo ottobre, data oltre la quale - è stato comunicato - “le investigazioni dovranno presentare delle accuse, poiché in caso contrario il termine per questa forma di detenzione cautelare decadrebbe”.
El-Qaisi, da quando è detenuto, non è stato destinatario di alcuna ordinanza di custodia cautelare e dunque non è stato informato dei capi di accusa, né tantomeno delle ragioni dell’arresto. L’avvocato ha potuto incontrare l’assistito solo dopo 15 giorni, ma non ha avuto accesso ad alcun atto che gli permettesse di verificare la rilevanza di indizi e prove e la legittimità dell’arresto. Gli interrogatori a cui è sottoposto quotidianamente El-Qaisi si svolgono senza alcuna assistenza legale e vengono condotti non da un giudice, bensì - presumibilmente - da membri della polizia giudiziaria o da appartenenti ai servizi di sicurezza. Infine, da quando è in prigione, El-Qaisi non ha potuto né ricevere visite da parte dei familiari, né comunicare con loro telefonicamente; e continua a non conoscere gli atti e dunque il merito delle accuse.
Come si è detto, dopo il primo ottobre la detenzione penale nei confronti di El-Qaisi non potrebbe più essere prorogata e la preoccupazione è che - in attesa di raccogliere prove contro di lui - essa venga tramutata in detenzione amministrativa. In tale caso, anche in assenza di processo, la reclusione sarebbe della durata di sei mesi, prorogabile senza limiti di tempo.
Si pone, dunque, una grande questione giuridica e politico-diplomatica: è possibile che un cittadino italiano, protetto nel proprio Paese da un sistema di garanzie, proprie dello Stato di diritto, si trovi completamente indifeso e privo di tutele quando viene sottoposto a procedimento giudiziario in un Paese terzo? Tanto più che questo Paese - Israele, nel caso - è legato all’Italia da antichi e solidi rapporti politici? Sono interrogativi ineludibili per due ragioni: intanto perché nella situazione di El-Qaisi risultano violate tutte, ma proprio tutte, le prerogative di un procedimento giudiziario che voglia essere equo e rispettoso del diritto moderno, del quale il diritto alla difesa è condizione essenziale. In secondo luogo perché i dati più recenti dicono che i detenuti italiani all’estero sono oltre 2 mila; e una parte consistente tra loro ha conosciuto, sin dal momento del primo arresto, la violazione sistematica di tutti i diritti fondamentali della persona e le condizioni processuali e detentive che offendono la civiltà giuridica.
Il ministero degli Esteri italiano ha provveduto a far incontrare la nostra rappresentanza diplomatica con il detenuto e ha dichiarato che avrebbe continuato a “sensibilizzare le autorità israeliane sui diritti del nostro connazionale”. Ma che, dopo quattro settimane di reclusione, le istituzioni e l’opinione pubblica in Italia non abbiano ricevuto la più elementare informazione, e che un nostro connazionale resti recluso senza che vengano resi noti i capi di accusa, appare comunque scandaloso. Ne converranno, mi auguro, i sinceri amici di Israele. Anche perché emerge una singolare coincidenza. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, ma ancora una volta un giovane ricercatore, come già Giulio Regeni e Patrick Zacki, risulta il bersaglio di una pesante attività di repressione. Certo, restano incomparabili le differenze, ma colpisce il dato comune rappresentato dalla personalità delle vittime: giovani intellettuali colti e cosmopoliti, già ricchi di esperienze, a cavallo tra mondi diversi, impegnati in uno studio e in un lavoro proiettati oltre i confini tradizionali.











