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di Enrica Muraglie

Il Manifesto, 17 luglio 2026

Abu Safiya si trova a Rakefet, il carcere sotterraneo riaperto nel 2023 per volere del ministro israeliano della sicurezza nazionale Ben Gvir. “Non ha mai avuto in mano altro che il suo stetoscopio”. Così Elyas Abu Safiya ha raccontato il padre Hussam durante l’audizione al Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. Il pediatra dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza è detenuto da oltre 18 mesi senza accuse formali né processo in base legge israeliana sui “combattenti illegali”. Una normativa crudele che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili “nei confronti di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello Stato o di essere coinvolto in atti ostili e senza l’obbligo di presentare alcun atto di accusa”, spiega Tina Marinari, coordinatrice delle campagne di Amnesty international Italia.

Abu Safiya si trova a Rakefet, il carcere sotterraneo riaperto nel 2023 per volere del ministro israeliano della sicurezza nazionale Ben Gvir. Dall’ultima visita, all’inizio di luglio, il suo avvocato Nasser Odeh ha restituito l’immagine di un uomo con evidenti segni di torture su tutto il corpo, al punto da essere quasi irriconoscibile. La sua detenzione è confermata almeno fino a ottobre in condizioni che rientrano nel “sistema di apartheid imposto ai palestinesi - sottolinea Marinari - quella politica sistemica e istituzionalizzata di tortura e abusi nei confronti delle persone detenute”. È messo nero su bianco da innumerevoli rapporti di ong e testimonianze: uso di elettroshock, granate stordenti, ustioni con sigarette e liquidi bollenti, percosse con manganelli. Anche il ricorso alla violenza sessuale è sistemico, le ultime immagini arrivano dal documentario “Bodies of evidence” prodotto da Al Jazeera: stupri anche di gruppo e con cani, stupri con oggetti, nudità forzata, tutto nel quadro di disumanizzazione, dominio e impunità che Israele può permettersi.

Sembrano quasi un contorno il sovraffollamento estremo, l’incatenamento prolungato, la negazione dei contatti con il mondo esterno e la fornitura di cibo insufficiente che pure si sommano al trattamento riservato ai palestinesi nelle carceri israeliane. Pur correndo questi rischi, mentre il Kamal Adwan veniva assediato dai raid israeliani a dicembre 2024, il dottor Abu Safiya ha scelto di restare a fianco di “187 bambini che combattevano tra la vita e la morte”, dice il figlio Elyas. “Alcuni di questi arrivavano come porzioni di cadaveri e non potevano essere restituiti alle famiglie a causa dei bombardamenti”. Tra questi anche il fratello tredicenne di Elyas e figlio di Hassan, Ibrahim Abu Safiya, ucciso da un bombardamento israeliano e seppellito dal padre nel cortile dell’ospedale, prima di riprendere a curare gli altri bambini senza smettere mai di appellarsi alla comunità internazionale. La richiesta era sempre la stessa: salvare ciò che restava dei pazienti e dei reparti dell’ospedale nel nord della Striscia.

Oggi è il figlio Elyas a chiedere che quel “non credo che sopravvivrò” pronunciato da Hassan in carcere non “diventi una profezia”. Oltre a una commissione d’inchiesta delle Nazioni unite e agli appelli in giro per il mondo per il rilascio del pediatra di Gaza. Da settembre 2025 più di diecimila persone palestinesi sono state classificate come “prigionieri di sicurezza”. Oltre duemila provengono da Gaza, cinquecento hanno cittadinanza israeliana. Più di tremila sono in detenzione amministrativa senza processo e senza possibilità di contestare le accuse. Oltre duemila sono detenute sulla base della legge sui combattenti illegali.

Tra questi c’è anche Hassan Khalil Almukayed, uno degli almeno 15 medici palestinesi di Gaza detenuti da Israele. Chirurgo vascolare al Kamal Adwan, Almukayed, come Abu Safiya, si era rifiutato di abbandonare i suoi pazienti sotto i bombardamenti. Nato nel campo profughi di Jabalia, Almukayed ha studiato medicina in Romania. Poi ha esercitato per qualche tempo in Svezia e nel 2010 ha deciso di tornare a Gaza. Oltre ai turni in ospedale, gestiva anche un ambulatorio dentro casa.