di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 18 agosto 2025
“È in atto un genocidio e la gente inizia a pensare che non dovrebbe far parte dell’Idf: fa l’opposto di ciò in cui crede”, spiega Itamar Greenberg subito dopo essere stato rilasciato dalla polizia. Itamar Greenberg risponde al telefono che è appena stato rilasciato dalla polizia ad Haifa. Sarà la quarta o quinta volta che lo fermano, questa è perché partecipava a un sit-in di solidarietà con Yona Roseman, 18 anni, che ha presentato formalmente il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito israeliano. Yona andrà in prigione, come chiunque diserti in Israele, e come è successo a Itamar, il pioniere dei refusenik israeliani. Un anno fa, 18 enne anche lui, ha deciso di ribellarsi alla leva: è stato condannato cinque volte e in totale ha passato 197 giorni nella prigione militare di Neve Tzedek.
Cos’è successo ad Haifa?
“Mi hanno fermato insieme a un’altra decina di ragazzi. Era una manifestazione in solidarietà con Yona Roseman che ha rifiutato l’ordine di leva e ora è in prigione. Questa è la nostra lotta”.
Perché ha scelto di rifiutare l’obbligo di leva?
“Non voglio far parte di un sistema responsabile di genocidio a Gaza, di apartheid in Cisgiordania. E l’unica alternativa era andare in prigione”.
Pensa che Israele stia commettendo un genocidio?
“La terminologia non è la cosa più importante, ma credo di sì. Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese non solo a Gaza ma anche con i coloni e il loro tentativo di pulizia etnica in Cisgiordania”.
Come sono stati i suoi 197 giorni in prigione?
“È stata un’esperienza forte e molto difficile, vivere nella stessa cella con persone che non ti piacciono a causa delle loro idee politiche. Dopo un po’ però ho sviluppato legami con alcuni di loro”.
La consideravano un “traditore”?
“Certo, e per qualche giorno sono stato anche in cella di isolamento a causa dei rischi per la mia vita”.
Migliaia di persone protestano contro le decisioni del governo Netanyahu. È un no alla guerra o la priorità sono gli ostaggi?
“La gente comincia a pensare che forse non dovrebbe far parte di un esercito che sta facendo l’opposto di ciò in cui crede. E per un Paese come Israele, in cui le persone ascoltano sempre e tutto ciò che dice l’esercito, è un fatto straordinario. Ora iniziano a pensare ai bambini uccisi. Anche se la maggioranza non manifesta in difesa dei palestinesi, ma perché considera la guerra un male per gli israeliani, per me è comunque un bene che lo facciano. Sono felice che stiano protestando. Anche noi vogliamo riportare indietro gli ostaggi”.
Perché ci è voluto così tanto tempo perché le persone scendessero in piazza?
“È molto difficile se sei israeliano vedere la fame dei palestinesi, e farci i conti. Viviamo nella propaganda. A volte è più facile che qualcuno diventi un attivista per i diritti degli animali prima che lo diventi per i diritti dei palestinesi”.
La sua famiglia cosa dice?
“Vengo da una famiglia haredi, ultraortodossa, conservatrice. Non gli piace quello che faccio, mi arrestano di continuo. E mio padre è un ufficiale dell’esercito. È complicato. Ma io vado avanti”.
State pianificando nuove proteste nei prossimi giorni?
“Sì, faremo altre marce verso Gaza. Ci abbiamo già provato, partendo da Sderot, ma la polizia ci aspettava e ci ha fermato. Ci riproveremo, non pubblicamente, così ci vorrà più tempo prima che ci prendano”.











