sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Stefano Stefanini

La Stampa, 2 settembre 2024

Il “tutti e due” di Netanyahu è naufragato sui sei ostaggi caduti in un combattimento nei tunnel di Gaza. Israele sostiene che siano stati uccisi da Hamas che offre la versione opposta, che siano vittime del fuoco amico dell’Idf. Ne farà giustizia l’esame forense dei corpi che, anticipano già fonti israeliane, confermerà l’esecuzione degli ostaggi da parte dei carcerieri. Fa un’enorme differenza: trucidare gli ostaggi per vendetta o anche farsene scudo sarebbe l’ennesima barbarie dei massacratori del 7 ottobre. Tuttavia, la morte dei sei ostaggi mette ugualmente a nudo il drammatico dilemma del conflitto fra guerra senza quartiere ai resti del Movimento di Resistenza Islamica e salvataggio degli ostaggi. L’una mette a repentaglio il secondo.

Gli israeliani sono supremamente addestrati nel recupero di ostaggi tenuti sotto minaccia di esecuzione. Ma, a Gaza, non stanno conducendo una singola operazione ma una guerra, con un numero ancora ampio di ostaggi, un centinaio anche se si può dubitare che siano ancora tutti vivi. Il successo in un salvataggio come quello di alcuni giorni fa è l’eccezione che conferma la regola. La regola è che nel momento in cui le operazioni militari di Israele contro Hamas giungono alla stretta finale, come sta avvenendo, i due obiettivi, sconfitta di Hamas e liberazione di Hamas, entrano in collisione. Perché mai i miliziani di Hamas, che non peccano certo di cuore tenero, sul punto di venir sopraffatti, dovrebbero lasciare incolumi gli ostaggi, tenuti in cattività da quasi un anno esattamente per tutelarsi dalla rappresaglia israeliana?

La triste verità della guerra sulla pelle degli ostaggi è ben presente alle loro famiglie che da mesi scendono in piazza per chiedere la tregua a Gaza che consentirebbe lo scambio ostaggi israeliani-prigionieri palestinesi, oltre che il sollievo umanitario per la popolazione della Striscia e una finestra di opportunità per allentare la crescente conflittualità negli altri teatri, Libano e Cisgiordania.

Il Foro delle Famiglie ha tenuto ieri una massiccia manifestazione di protesta; oggi, Histadrut, il sindacato del settore pubblico in Israele, ha proclamato lo sciopero generale. L’ira non è rivolta tanto o solo contro i carnefici di Hamas quanto soprattutto contro il primo ministro di Israele - Benjamin Netanyahu. Non a caso. Dall’inizio della crisi il primo ministro israeliano ha dato alla guerra la precedenza sugli ostaggi. Non ha mai avuto il coraggio di dirlo perché Bibi, pur genio politico inaffondabile, non ha il carisma dei grandi leader.

All’indomani del 7 ottobre, quando Hamas conservava tutto l’ingente potenziale militare, era abbastanza comprensibile che prima di tutto venisse l’intervento militare - anche Hamas avrebbe dovuto sapere di aver firmato la propria condanna all’annientamento militare, e che gli ostaggi non lo avrebbero protetto da un Israele che vedeva a rischio la propria sopravvivenza.

Sono passati undici mesi. A Gaza, asserragliato nei tunnel, il Movimento è al lumicino quanto a capacità offensive, in calo di popolarità nella popolazione civile che sa di essere stata usata come carne da cannone - al di là della Striscia non è eliminato come forza politica e movimento terrorista ma è un discorso più complesso.

È arrivato il momento in cui la liberazione degli ostaggi ancora in vita sarebbe non solo possibile ma favorita dai fattori che spingono al cessate il fuoco: situazione umanitaria, apertura del fronte Nord con Hezbollah, rischio Iran, pressioni internazionali soprattutto americane - uno degli ostaggi deceduti, Hers Goldberg-Polin, era anche cittadino americano; Biden e Harris hanno immediatamente condannato Hamas, ma in cuor loro si domanderanno se la tregua non avrebbe potuto liberarlo.

I media israeliani riportano che in un ennesimo scontro nel governo di Gerusalemme, il ministro della Difesa, Yoav Gallant, aveva accusato Netanyahu di dare la priorità al corridoio Philadelphi, fra Gaza ed Egitto, sulla vita degli ostaggi. Questo avveniva due giorni prima della morte di sei di loro. Che il loro sacrificio sblocchi finalmente la tregua e la liberazione degli altri? Nelle paradossali logiche del Medio Oriente premierebbe la barbarie di Hamas, ma non è impossibile.