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di Davide Assael

Il Domani, 3 aprile 2026

Nella notte fra il 30 ed il 31 marzo la Knesset ha approvato la nuova legge sulla pena di morte. Un obbrobrio giuridico che approfondirà ulteriormente le spaccature nel Paese e nell’ebraismo tutto. Come mi conforta in un’intervista a Daniel Reichel, pubblicata sul sito del’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), moked.it, il giurista italo-israeliano Michael Sierra, la legge sulla pena di morte approvata nella notte fra il 30 e il 31 marzo dalla Knesset, con 62 voti a favore e 47 contrari, è talmente oscena da andare incontro ad una più che probabile bocciatura della Corte Suprema, per poi, aggiungo io, usare l’ormai strutturale conflitto fra poteri dello Stato che da anni immobilizza la democrazia israeliana, nella campagna elettorale in atto ormai da mesi. Perlomeno da quando il governo Netanyahu è, di fatto, diventato un governo di minoranza in conseguenza delle rotture con i partiti charedim, o ultraortodossi. La legge, ricorda Sierra, presenta molte, macroscopiche criticità: anzitutto introduce una distinzione fra sistemi giuridici, differenziando, di fatto, fra tribunali militari che operano in Cisgiordania e corti competenti sul territorio israeliano, minando così il principio di uguaglianza.

Secondo, compromette la discrezionalità dei giudici, che ne risulta molto limitata. Terzo, nella legge manca, o è talmente ridotto da divenire assente, un meccanismo di clemenza, ponendola in rotta di collisione con le Convenzioni di Ginevra a cui Israele aderisce. Anche la Germania prende le distanze dalla pena di morte reintrodotta in Israele Ovviamente, altri giuristi israeliani hanno sottolineato quale obbrobrio giuridico sia la formula che prevede l’applicazione della legge verso quegli atti terroristici che minacciano “l’esistenza dello Stato di Israele”, sfacciatamente coniata per proteggere i crimini terroristi, mafiosi e squadristi degli uomini di Ben-Gvir in Cisgiordania, che stanno, fallendo, portando avanti una ristrutturazione irreversibile della geografia del kibbush, l’occupazione della Cisgiordania iniziata nel ‘67, quando lo Stato ebraico subì l’attacco che scatenò la Guerra dei Sei Giorni e decise di crearsi un cuscinetto protettivo, poi ampliato a dismisura con logiche di espansione territoriale. Ma questa palese stortura, comprensibile senza avere alcuna competenza giuridica specifica, è ancora più inquietante perché talmente ampia da poter essere applicata anche ai rivali politici, a conferma che l’obiettivo del sionismo religioso in versione Ben-Gvir e Smotrich (in realtà galassia eterogenea, ulteriormente deflagrata dopo il ritiro di Gaza nel 2005) sono sì i palestinesi dei territori e i cittadini arabo-israeliani, ma anche la parte democratica dello Stato, che si mette di traverso al loro tentativo suprematista e autoritario dal momento in cui si sono insediati al governo a fine dicembre 2022.

Disconoscere gli altri da sé: così Israele mina il dialogo Più schifo della legge, se possibile, è stata l’esultanza da stadio a favor di telecamere di Ben Gvir, che porta a casa la sua vittoria personale nella competizione con HaTzionut HaDatit (il partito del Sionismo religioso) di Bezalel Smotrich, che anche gli ultimi sondaggi confermano in forte bilico per l’ingresso nella prossima Knesset. Osceni brindisi che infangano quella tradizione ebraica ereditata dalla Carta del ‘48, per cui la pena di morte è una misura simbolica: un sinedrio che eseguiva una condanna a morte anche solo una volta ogni 70 anni era considerato “sanguinario” nell’Israele antico, una sola volta applicata nella storia dell’Israele moderno, nel ‘62 per Adolf Eichmann. Peggio, spille raffiguranti il cappio giallo che degradano l’immagine della democrazia israeliana al livello dell’infame Repubblica islamica.

La reazione della società israeliana, in mobilitazione e polarizzazione permanente è, ovviamente, scattata: l’Associazione per i diritti civili in Israele ha già presentato una petizione alla Corte Suprema, Yair Lapid ha parlato, così come si è fatto sentire l’ebraismo diasporico, approfondendo quel distacco fra Israele e diaspora in atto da ben prima della guerra, come riflettono le indagini del Pew Research Center. La legge israeliana sulla pena di morte, un nuovo capitolo dell’apartheid contro i palestinesi Il punto raggiunto è talmente basso che si spera faccia maturare anche dalle nostre parti la consapevolezza di dover accantonare l’antisionismo militante, tornato ad essere una delle parole d’ordine della sinistra di piazza e di governo (ma attenti al ritorno in grande stile della destra). Ancora si sono letti in questi giorni articoli allucinanti sull’affaire Pizzaballa, in cui una ricostruzione palesemente parziale e faziosa degli eventi è servita a tirare fuori precostituite teorie sulla rimozione dell’Altro in Israele (scritto con la maiuscola perché una spruzzata di Levinas fa sempre molto chic). Proprio quando persino i rabbini della Gisgiordania, dopo il grido di allarme lanciato da Eyal Zamir, hanno denunciato i crimini delle squadracce di Smotrich e Ben Gvir.