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di Alessandro Fioroni

Il Dubbio, 13 febbraio 2026

Non è più soltanto un’ipotesi agitata nel dibattito politico: in Israele si stanno muovendo passi concreti verso la possibile introduzione della pena di morte per prigionieri palestinesi accusati di terrorismo. A rilanciare la notizia sono stati proprio i media dello Stato ebraico, secondo cui il Servizio Penitenziario (Israel Prison Service, IPS) avrebbe già avviato le procedure preliminari per prepararsi all’ applicazione della pena capitale. Secondo fonti interne al sistema carcerario, funzionari dell’IPS stanno studiando il quadro giuridico e normativo che regola l’esecuzione delle condanne a morte. In che modo verrebbero giustiziati i detenuti? Oltre alla fucilazione, tra i sistemi presi in considerazione vi sarebbe l’impiccagione, con squadre specializzate composte da volontari appositamente formati.

Almeno in una prima fase, i destinatari delle eventuali condanne sarebbero palestinesi accusati di appartenere alla Nukhba, l’unità d’élite di Hamas, coinvolta direttamente nei massacri del 7 ottobre 2023.

L’iniziativa si inserisce nel solco dell’iter legislativo avviato lo scorso anno, quando la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge che introduce la pena di morte per i palestinesi che hanno ucciso cittadini israeliani per motivi di odio razziale: 39 voti favorevoli e 16 contrari. Il provvedimento dovrà tuttavia superare altre due letture prima di diventare legge, ma il segnale politico è stato forte, sostenuto in particolare dai partiti della destra nazionalista e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir principale sponsor della legge.

Va ricordato che il codice penale israeliano già prevede la pena capitale per reati di natura eccezionale come il genocidio, i crimini contro l’umanità e l’alto tradimento. Tuttavia si tratta di un’opzione puramente teorica, nella storia dello Stato di Israele, la condanna è stata infatti eseguita una sola volta: nel 1962, nei confronti del gerarca nazista Adolf Eichmann, il pianificatore dello sterminio degli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale.

Da allora, la pena di morte è rimasta una previsione teorica, mai applicata nei casi di terrorismo. Dopo il 7 ottobre 2023, però, il clima politico e sociale è radicalmente cambiato. L’IPS opera tuttora in stato di emergenza: le carceri sono sovraffollate e le condizioni di detenzione per i prigionieri palestinesi sono state significativamente inasprite. In strutture di massima sicurezza come Nafha, Ketziot e Megiddo si registra una drastica riduzione dei contatti con l’esterno: sospensione delle visite familiari, limitazioni ai colloqui con gli avvocati, restrizioni sull’ora d’aria e sulle forniture di beni essenziali.

Per diversi osservatori, queste misure segnano un cambio di paradigma nella gestione penitenziaria, orientato a un controllo più rigido e centralizzato. Un nodo particolarmente delicato è rappresentato dalla base militare di Sde Teiman, nel Negev, dove vengono trattenuti molti detenuti catturati a Gaza. Organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato condizioni estreme e opacità procedurali. Pur essendo formalmente un centro di interrogatorio, la gestione militare consente di aggirare alcune delle garanzie previste nel sistema civile, accelerando il possibile passaggio ai tribunali militari.

Proprio in Cisgiordania i tribunali militari dispongono già, almeno in teoria, della facoltà di comminare la pena di morte. Attualmente è richiesta l’unanimità di tre giudici; l’esecutivo in carica ha però espresso l’intenzione di modificare questa soglia, introducendo la maggioranza semplice. Una revisione che renderebbe la condanna capitale più facilmente applicabile. Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere.

Nazioni Unite e Unione Europea hanno più volte avvertito che un ritorno effettivo alla pena di morte costituirebbe un arretramento significativo sul piano dei diritti umani e porrebbe Israele in tensione con i suoi impegni internazionali. Anche all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano non mancano perplessità: diversi analisti ed ex funzionari dello Shin Bet temono che eventuali esecuzioni possano trasformare i condannati in simboli e martiri, alimentando una spirale di radicalizzazione e violenza.