di Eliana Riva
Il Manifesto, 14 marzo 2026
Stuprarono un prigioniero palestinese riducendolo in fin di vita. Il video fece il giro del mondo, l’unica a pagare fu la “gola profonda”. Li ha definiti “eroici combattenti” i cinque militari ripresi mentre abusavano di un prigioniero palestinese bendato e ammanettato. Benyamin Netanyahu ha interpretato la notizia dell’archiviazione del caso come una vittoria dell’intero Paese, del bene che trionfa sul male. Eppure, quel filmato lo abbiamo visto tutti e abbiamo letto l’esito raccapricciante del referto medico della vittima. Non conosciamo neanche il suo nome: dieci giorni dopo il ricovero e l’operazione chirurgica l’esercito lo aveva già rispedito nella grotta degli orrori di Sde Teiman. Poco dopo lo ha deportato a Gaza, disfacendosene arbitrariamente, proprio come quando lo hanno sequestrato, insieme a migliaia di altri, senza accusa.
Catturato nella Striscia a marzo 2024 e detenuto nel campo di prigionia del Naqab, a luglio il trentenne è giunto in ospedale in fin di vita con costole rotte, polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto appuntito. Operato d’urgenza, dopo dieci giorni è stato riportato nel carcere. In seguito alle denunce mediche, il 29 luglio la procuratrice Yifat Tomer-Yerushalmi ha ordinato l’arresto dei soldati sospettati dell’aggressione, scatenando la protesta e l’assalto ai cancelli di Sde Teiman da parte di manifestanti e politici israeliani, tra cui il ministro Amichai Eliyahu. Mentre la procuratrice subiva attacchi per aver indagato sui militari, Canale 12 diffondeva il video delle telecamere di sicurezza che mostra i membri della Force 100 prelevare il detenuto per abusarne, nascosti dagli scudi antisommossa. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, generando sdegno e richieste di indagini.
Ma l’unica inchiesta che ha portato a conseguenze è stata quella sulla diffusione del filmato, una fuga di notizie per cui la procuratrice ha ammesso la propria responsabilità, con lo scopo di denunciare la gravità dell’accaduto. Netanyahu ha definito la pubblicazione del video il “più grave attacco propagandistico e mediatico contro Israele dalla sua fondazione”. Ma non ha pronunciato una parola di condanna per l’aggressione. Il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha costantemente difeso i militari, così come i più importanti rappresentanti del governo. Dopo le dimissioni e l’arresto di Yifat Tomer-Yerushalmi, Itai Ofir è stato nominato nuovo procuratore generale dell’esercito. Nonostante le indagini sullo stupro fossero ufficialmente in corso, a ottobre 2025 il prigioniero palestinese abusato è stato deportato a Gaza, senza una spiegazione sui 19 mesi trascorsi sotto sequestro e, soprattutto, senza essere interrogato.
È una delle motivazioni con cui Ofir ha giustificato l’archiviazione del caso e la revoca di tutte le accuse nei confronti dei cinque assalitori di Sde Teiman. La vittima non è stata ascoltata, ha scritto il procuratore militare, e trovandosi ora nella Striscia assediata, non sarà possibile riuscire a contattarla. E poi, secondo l’avvocato, la diffusione delle immagini non garantirebbe un processo equo. “Ha appena dato ai suoi soldati la licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese - ha dichiarato Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato pubblico contro la tortura in Israele - È l’ultimo di una lunga serie di provvedimenti volti a insabbiare gli abusi contro i detenuti”.
In un editoriale, il giornale israeliano Haaretz ha scritto: “l’esercito è moralmente castrato quando i suoi capi non intraprendono azioni serie contro una condotta militare vergognosa che non è all’altezza di qualsiasi standard concepibile per il servizio militare, per la salvaguardia della vita, la dignità e i principi fondamentali dell’umanità”.
Ma simili condotte militari in Israele sono all’ordine del giorno. Migliaia di palestinesi hanno raccontato di aver subito terribili torture e violenze sessuali, le testimonianze sono state raccolte da decine di giornalisti internazionali e da questo giornale, seguite da zero incriminazioni, nessun arresto e rare inchieste poi finite nel nulla. Il risultato di Israele che indaga su se stesso è sempre uguale: assolve se stesso. L’impunità dei soldati è la stessa di cui godono i coloni illegali che occupano la Cisgiordania. Gli attacchi sono quotidiani, come gli omicidi, eppure non ci sono arresti né indagini né processi. Ieri quattro palestinesi sono stati gravemente feriti a Khirbet Humsa. Anche i volontari internazionali sono stati aggrediti, comprese le donne. Gli israeliani hanno rubato circa 350 capi di bestiame. Nei pressi di Hebron si sono presentati in gruppo, puntando i fucili contro gli abitanti del Sa’ir; a Nablus hanno fatto irruzione in una casa, aggredendo il proprietario.
Intanto a Gaza non si fermano le violazioni del cessate il fuoco: proseguono quotidiani bombardamenti e omicidi. Anche ieri Israele ha ucciso tre persone a Gaza City, di cui due 17enni e i carri armati hanno aperto il fuoco sulle tende degli sfollati a Khan Younis. Dall’inizio della “tregua” Tel Aviv ha ammazzato 651 palestinesi e ne ha feriti 1741. Nello stesso periodo la protezione civile ha recuperato 756 cadaveri. L’ingresso di aiuti e carburante continua a essere totalmente insufficiente e la situazione umanitaria è disastrosa.









