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di Luca Foschi

Avvenire, 9 novembre 2025

Un’inchiesta giornalistica rivela gli abusi del carcere di Rakefet, chiuso negli anni Ottanta e riaperto dopo il 7 ottobre. Gli Usa si prendono la gestione degli aiuti a Gaza. Altre polemiche sul mandato per Netanyahu. “Dove sono, e perché mi trovo qui?”. Così il detenuto ha salutato gli avvocati del Comitato pubblico contro la tortura in Israele (Pcati), Janan Abdu e Misherqi Baransi, incaricati di salvarlo dall’inferno sotterraneo del carcere di Rakefet, a pochi chilometri da Tel Aviv.

Un reportage del quotidiano britannico The Guardian ha rivelato ieri che Israele tiene imprigionati in celle sotterranee in condizioni disumane quasi cento palestinesi provenienti da Gaza. Seppelliti dopo un processo sommario in locali sordidi, “per mesi, forse per anni sono stati picchiati, aggrediti dai cani, privati della luce del giorno, di cure mediche, di cibo adeguato e della possibilità di avere qualsiasi contatto con il mondo esterno”. Fra loro i due civili incontrati dal Pcati, un infermiere di 34 anni arrestato nel dicembre 2023 mentre lavorava in ospedale, e un giovane commerciante di 18 anni catturato dai soldati dell’esercito israeliano mentre attraversava un check-point nell’ottobre del 2024.

Entrambi sono stati trasferiti nella prigione sotterranea di Rakefet nel gennaio di quest’anno. Il carcere è stato costruito nei primi anni ‘80 per ospitare gli esponenti più pericolosi della criminalità organizzata israeliana, e chiuso cinque anni dopo perché ritenuto disumano. A ordinarne il ripristino, dopo l’attacco del 7 ottobre, è stato il ministro della Sicurezza, Itamar Ben- Gvir, intenzionato a rinchiudervi membri delle forze di élite di Hamas e Hezbollah.

Il Servizio penitenziario israeliano si è rifiutato di rispondere alle domande sullo status e l’identità degli altri reclusi nella struttura Il breve sguardo sull’orrore di Rakefet è coerente con lo scandalo dei brutali abusi avvenuti nella prigione di Sde Teiman, e con le dichiarazioni e i comportamenti offerti a favor di telecamera dal ministro Ben-Gvir durante le sue frequenti e intimidatorie visite ai detenuti palestinesi, siano essi di Gaza o della Cisgiordania. Continua nel frattempo a Gaza la ricerca e la restituzione dei corpi degli ostaggi israeliani.

Ieri è stato confermato che le spoglie restituite venerdì sera appartengono a Lior Rudeaff, israeliano di origine argentina di 61 anni, ucciso dalla Jihad islamica il 7 ottobre, mentre quelle cedute all’esercito israeliano ieri mattina sono di Hadar Golding, caduto durante la guerra del 2014 e da allora trattenuto nella Striscia. Regge la tregua nella Striscia, nonostante le violazioni dell’esercito. Ieri due palestinesi sono stati uccisi e un altro ferito dal fuoco israeliano. Fondamentale per la tenuta del fragile accordo è l’intervento di Washington.

Rispondendo alle pressioni della comunità internazionale, che denunciava da giorni l’insufficiente quantità di aiuti umanitari entrati nella Striscia, gli Stati Uniti hanno sostituito Israele nella gestione del flusso. Sarà il Centro di coordinamento militare e civile istituito dagli Usa a Kiryat Gat, nel sud dello Stato ebraico a occuparsene. Tel Aviv, che ha cercato di opporsi alla decisione, vedrà sensibilmente diminuito il ruolo del Cogat, l’organismo responsabile delle attività civili nei territori palestinesi. Il dissidio si è formalmente “risolto” con uno scambio di dichiarazioni. Un funzionario americano ha affermato che gli israeliani sono ancora “parte del dialogo”, ma le decisioni verranno prese dal centro di Kyriat Gat.

“Scegliamo in modo comune, l’integrazione del Centro di coordinamento è già in corso”, ha replicato un funzionario della sicurezza israeliano. Ben più accesa la risposta offerta da Tel Aviv alla Turchia, che venerdì ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di decine di altri funzionari israeliani con l’accusa di “genocidio”: “Nella Turchia di Erdogan la magistratura è da tempo diventata uno strumento per mettere a tacere i rivali politici e arrestare giornalisti, giudici e sindaci”, ha scritto su X il ministro degli Esteri Gideon Saar.