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di Anna Foa

La Stampa, 6 maggio 2025

“Non posso e non voglio tacere”, così la senatrice Segre intitola un suo libro in uscita il 6 maggio per le edizioni Solferino e anticipato in un’intervista sul Corriere il 5 maggio. Molti e importanti sono i temi che Liliana Segre tratta, non solo la questione mediorientale, ma la guerra russo-ucraina, la presidenza Trump, il crescere dell’antisemitismo. Un ampio panorama in cui anche i temi che riguardano più da vicino Israele e gli ebrei sono inseriti e ricontestualizzati. Per quanto riguarda Israele, Liliana Segre non crede, e lo dice, che quello che sta succedendo a Gaza sia un genocidio. Non esita però a definirlo un crimine contro l’umanità e un crimine di guerra, come aveva già fatto nel novembre, in un’intervista che le aveva suscitato contro violenti attacchi da parte dell’ala più estrema dei propal, attacchi spesso a carattere antisemita. E temo che anche questo accada adesso, che i titoli e le reazioni sui social si concentrino sulla questione del genocidio, da una parte accusandola di negarlo, dall’altra sottolineandone invece la negazione.

Quasi parlare della distruzione di Gaza in termini di crimini sia qualcosa di molto meno grave che usare il temine genocidio, quasi questi fossero termini condivisi dal mondo ebraico maggioritario della diaspora, che invece si è schierato con il governo di Israele e che ha glissato elegantemente su quel riferimento.

Considerai allora come oggi invece l’uso di quei termini del diritto internazionale come importanti e, da parte della senatrice Segre, coraggiosissimi e vidi nella volontà di ignorarli un’occasione perduta del mondo ebraico. E il richiamo di Liliana Segre a quel diritto, conculcato e denigrato da tante parti ma in particolare dal governo di Israele, va letto in questo contesto. Un diritto internazionale, che troppo spesso è stato dimenticato, e che ha colpito coi suoi mandati di cattura tanto i macellai di Hamas quanto i criminali del governo di Netanyahu.

Personalmente, credo che la questione del genocidio possa essere discussa, analizzata. E man mano che la guerra contro Gaza diventa più pesante e sanguinosa sono sempre più incline ad accettarlo, con grande infinito dolore. Ma credo che focalizzare il discorso su questo termine e sul suo uso sia oggi anche un modo per evitare di approfondire l’analisi di quanto succede e per sventolare invece dei vessilli propagandistici, da ambedue le parti, quella dei propal e quella dei sostenitori del governo israeliano. Mi si consenta, per la sintonia che trovo con le sue parole, di continuare a guardare all’intervista di Liliana Segre. Una sintonia che non elimina differenze, ma che vede in questo suo intervento un monito fondamentale su cui tutti dovremmo riflettere.

Liliana si definisce “una donna di pace”, la stessa pace che chiedono a gran voce sempre più israeliani in questi giorni. Una pace che non è quella della vittoria della forza sull’aggredito, come il suo riferimento alla Conferenza di Monaco del 1938 ci chiarisce, ma quella di un mondo caratterizzato dal riconoscimento e dal rispetto dell’altro. Di qui il suo riferirsi ancora, mentre tutti la definiscono impossibile, alla soluzione dei due Stati, che implica il diritto di ambedue i popoli a quella terra. Senza nascondersi i mille problemi, i mille dubbi, le mille violenze passate, a cominciare dalla Naqba e poi proseguendo col terrorismo a finire con gli attacchi dei coloni nella West Bank. Ma un futuro che è’ l’unico possibile, anche se i tempi di una vera convivenza ci appaiono sempre più lunghi.

E ancora: “Non posso e non voglio tacere” è quanto oggi gridano nelle piazze in Israele minoranze disperate, decise a resistere ad una guerra ingiusta contro i civili, all’attacco alla democrazia, alla distruzione di ogni futuro per israeliani e palestinesi, per ebrei e arabi. E anche, credo, per noi ebrei della diaspora.