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di Fabio Tonacci

La Repubblica, 18 agosto 2025

Sciopero generale contro il governo Netanyahu: “Fate tornare gli ostaggi a casa”. Cortei in altre città, 39 arresti. Bibi e i ministri estremisti: “Così rafforzate Hamas”. Se lo si conta, il numero è quello della rivolta di popolo. Un milione di israeliani su un totale di dieci è sceso per strada contro il governo e contro l’intenzione dichiarata di proseguire la guerra occupando l’intera Striscia di Gaza. Solo a Tel Aviv, secondo gli organizzatori, si sono radunati in 500 mila nella cosiddetta “piazza degli ostaggi” davanti al Museo d’Arte. Qualcuno addirittura, con stima assai generosa, parla di 2,5 milioni di adesioni. Se lo si pesa, però, si fa fatica a credere che questo secondo sciopero generale a conflitto in corso - il primo è stato nel settembre 2024 dopo il rinvenimento a Gaza dei cadaveri di sei ostaggi - sovvertirà davvero il corso dei piani di Netanyahu.

La protesta generale che doveva bloccare Israele, e che un po’ lo ha bloccato senza però arrivare a paralizzarlo come speravano gli animatori del Consiglio di Ottobre (famiglie degli ostaggi e delle vittime del terrorismo), è cominciata alle 6.29 di domenica mattina, allo stesso orario dell’avvio del pogrom del 7 Ottobre. I manifestanti chiedono a Netanyahu il ritorno a casa dei 50 rapiti (20 dei quali ancora vivi), quindi un accordo con Hamas e la fine del conflitto che sta spaccando la società israeliana, perché sempre più riservisti non vogliono tornare in servizio, sempre più soldati si rifiutano di combattere a Gaza dove tutto è già stato annientato da 22 mesi di bombe, sempre più israeliani vedono allungarsi lo spettro della crisi economica causata dall’onerosa macchina bellica.

In mattinata copertoni dati alle fiamme e sit-in hanno interrotto l’autostrada uno, l’arteria principale che collega Tel Aviv a Gerusalemme. Nelle stesse ore, i cortei fermavano il traffico ad Ayalon e Petah Tikva, a Haifa la municipalità sfilava in solidarietà con gli ostaggi, degli attivisti seduti sull’asfalto venivano presi a cannonate d’acqua dalla polizia in un tunnel lungo la Route 16 fuori da Gerusalemme e un camionista, sempre a Tel Aviv, si faceva largo tra la folla ferendo gente arrivata dal kibbutz di Nir Oz. Trentanove gli arresti. “La libertà di protesta e di espressione non significa essere liberi di appiccare incendi o impedire i movimenti”, si legge nel comunicato della polizia. Lo sciopero è continuato per tutta la giornata, dimostrazioni anche davanti alle residenze di alcuni ministri.

“Non vinceremo la guerra sul corpo degli ostaggi”, gridavano i manifestanti. “Non può essere solo un giorno di sciopero, dobbiamo farne altri”, invitava l’ex rapita Arbel Yehoud. La principale federazione sindacale israeliana, l’Histadrut, non ha aderito ma ha lasciato libertà di scelta. A Tel Aviv si sono visti serrande abbassate e negozi chiusi (non molti). Il presidente Isaac Herzog è comparso nella piazza degli ostaggi, gremita fin dalle prime ore, rivolgendosi alle famiglie di chi, dopo 681 giorni, è ancora nelle mani di Hamas. “L’intero popolo vuole la loro liberazione, voglio dire agli ostaggi ancora nei tunnel che non li dimentichiamo. Mi rivolgo ai media internazionali e ai decisori politici: smettetela di essere un branco di ipocriti. Dite a Hamas: niente accordo, niente di niente, finché non li libererete”. Netanyahu in visita all’insediamento di Ofra in Cisgiordania, ha condannato lo sciopero. “Chi oggi chiede una fine della guerra senza la sconfitta di Hamas, rinforza Hamas e rallenta il rilascio degli ostaggi”, ha detto, posizionandosi sulla linea dei suoi ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich.

Bastava pronunciare i loro nomi nella stracolma piazza di Tel Aviv per generare un’ondata di fischi. “Bring them home”, lo slogan più letto sui cartelli, ma anche “End this fucking war” e “Seal the big deal”: finitela con la guerra e siglate l’accordo. Perché - è l’opinione diffusa - “combattere a Gaza non ha più senso, occupare la Striscia è follia”.

Sventolavano le bandiere gialle simbolo degli ostaggi (molte), le bandiere di Israele (moltissime) e anche quelle della pace (poche). Le strade attorno alla piazza erano intasate di gente. “Siamo più numerosi delle altre volte”, osservava entusiasta il 42 enne Daniel Iasri, uno dei tanti nella folla. In tarda serata, un gruppo di manifestanti si è spostato verso la vicina sede del Likud, il partito di Netanyahu, dove ha acceso un falò e si è scontrato violentemente con la polizia.