di Linda Laura Sabbadini*
La Repubblica, 9 luglio 2022
Secondo il Rapporto annuale dell’Istituto di statistica, tutte le forme di diseguaglianza sono cresciute. Ma il Paese può vincere questa ennesima sfida.
Numeri che parlano da soli, quelli del Rapporto annuale dell’Istat. E ci mostrano un Paese che ha saputo reagire, che soffre, che cambia, in un quadro di incertezza per il futuro. Un Paese che ha saputo reagire. In primis alla pandemia. Combattendola, dopo essere stato tra i primi Paesi avanzati ad essere colpito. Combattendola, prima con misure drastiche, poi con la campagna di vaccinazione, che ha raggiunto tra i migliori risultati di copertura a livello europeo. Adeguandosi individualmente, riconvertendosi nelle relazioni familiari, lavorative, negli stili di vita. Reinventandosi in tanti casi di grandi difficoltà lavorative. Sperimentando l’intimità a distanza con i propri cari anziani per combattere l’isolamento. Crescendo sul fronte dell’accesso alle nuove tecnologie. Ridefinendo i propri stili di vita. Pagando un alto prezzo di vite umane, certo, specie tra gli anziani, le persone di classe sociale più bassa e i migranti. Ma mostrando una grande capacità di resilienza in tutti i settori, dalla pubblica amministrazione al privato.
Un Paese che, grazie alle misure economiche adottate, ha visto una ripresa repentina, già nel 2021, del 6,6% che ha portato al recupero dei livelli occupazionali del 2019 i primi mesi del 2022. E che, nonostante solo il +0,1% di crescita del Pil nel primo trimestre del 2022, presenta una crescita acquisita del Pil pari al 2,6% per il 2022.
Un Paese che soffre. Ha sofferto e soffre tuttora tanto. Prima per i tanti che hanno subito la perdita fulminea dei propri cari, la distanza dai malati, il dramma della lontananza. La difficoltà di curarsi per altre patologie. Poi, per le grandi difficoltà lavorative nei settori del turismo, accoglienza, ristorazione, servizi ricreativi, culturali, servizi alle famiglie e altri. La pandemia ha esacerbato le diseguaglianze preesistenti.
Tutte le forme di diseguaglianza sono cresciute. È aumentata la povertà assoluta, che era raddoppiata nel 2012 ed è aumentata di un altro milione di persone nel 2020. Se non ci fossero stati il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza avremmo avuto un milione di poveri assoluti in più e l’intensità di povertà, cioè quanto poveri sono i poveri, sarebbe stata più alta in media di 10 punti percentuali.
Sono aumentati i lavoratori non standard, cioè, quelli a tempo determinato, part time involontario e collaboratori, quasi 5 milioni, soprattutto giovani, donne, lavoratori del Mezzogiorno, stranieri. E il recupero di occupazione del 2021-2022 è avvenuto soprattutto nelle forme più precarie.
E sono tanti i lavoratori a basso salario. Quattro milioni nel settore privato non arrivano a 12 mila euro lordi l’anno. Quelli che si collocano al di sotto di 8,41 euro all’ora sono 1 milione 300 mila. Non si tratta, quindi, solo di un problema di bassa paga oraria, ma del numero di mesi che si lavora nell’anno e del numero complessivo di ore, di quante interruzioni si verificano tra un contratto e l’altro. E questi lavoratori operano spesso in imprese che offrono condizioni lavorative peggiori, dove cioè si combinano basse retribuzioni orarie con contratti a tempo determinato o part time. La forte accelerazione dell’inflazione degli ultimi mesi rischia di far crescere le diseguaglianze, che risultano colpire di più le famiglie disagiate.
Le diseguaglianze di genere sono elevate. Le donne hanno problemi gravi di quantità di lavoro e qualità. Metà delle donne non lavora. E ciò si riflette anche nei rapporti di coppia. Le coppie non anziane in cui ambedue i partner lavorano sono meno della metà. E la cosa più grave è che negli ultimi 20 anni la situazione è rimasta la stessa per le donne da 25 a 44 anni. Senza autonomia economica delle donne come cambieranno i ruoli nella coppia, come crescerà la condivisione, come si supereranno gli stereotipi? I minori hanno raggiunto il massimo livello di povertà e crescono i giovani che vivono all’interno della famiglia di origine sempre più per motivi economici.
Un Paese che cambia. Dove le famiglie sono sempre più variegate e più piccole. Dove le persone sole superano le coppie con figli. Dove raddoppiano in venti anni single e monogenitori non vedovi, libere unioni, famiglie ricostituite raggiungendo quasi il 40%.
Un Paese dai mille colori, dove il radicamento degli stranieri cresce e nello stesso tempo anche l’emergenza umanitaria causata dall’invasione russa dell’Ucraina. Dove i ragazzi stranieri sono fortemente integrati nel tessuto sociale, e sognano, pensano, identificano problemi simili ai compagni italiani.
Il quadro è critico e segnato dell’incertezza, soprattutto legata all’evolversi del conflitto tra Russia e Ucraina e allo sviluppo dell’inflazione. Prendere coscienza dei problemi che abbiamo di fronte è la chiave della loro risoluzione. Il nostro Paese può vincere questa ennesima sfida, quella contro le diseguaglianze. Ma dovrà saper individuare le priorità di azione.
*Direttora del Dipartimento Metodi e Tecnologie Istat










