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di Serena Uccello

Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2024

Oltre un anno di lavoro e la mobilitazione di soggetti istituzionali, economici - provenienti dal mondo produttivo - e sociali, cioè il volontariato. Ma anche il mondo dell’istruzione, in testa le università. È una mobilitazione numericamente ampia, eterogenea e salda nel tempo, quella che, valorizzata dal Cnel, ha contribuito alla definizione del Ddl depositato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro in Parlamento ma soprattutto a cementare un impegno che si connota come strutturale. Il punto di partenza è stato l’accordo interistituzionale con il ministero della Giustizia del 13 giugno 2023, è in questa fase infatti che comincia a prendere formala necessità di dare gambe a quanto già delineato dalla letteratura scientifica: tra i detenuti che hanno un inserimento professionale stabile la recidiva si riduce drasticamente.

Il passaggio successivo è stata la definizione, il16 aprile scorso, di un coinvolgimento massiccio. Già allora si staglia quello che poi sarebbe diventato, nelle scorse settimane, il filo conduttore del Ddl. Il titolo, infatti, di quella giornata, promossa dal Cnel in collaborazione con il ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, era “Recidiva Zero. studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. Dalle esperienze progettuali alle azioni di sistema”. “Possiamo azzerare la recidiva con il lavoro dentro e fuori il carcere, con la sua giusta remunerazione, con l’istruzione e la formazione - incalza il presidente del Cnel, Renato Brunetta.

La riabilitazione e il reinserimento dei detenuti è un obiettivo difficile ma raggiungibile. Conosciamo poco e male il capitale umano che è nelle carceri. Ciò incide fortemente sugli esiti occupazionali. Di un detenuto su due non sappiamo il titolo di studio; per gli stranieri arriviamo a due su tre. Ma soprattutto per un terzo della popolazione carceraria non abbiamo la storia personale”. Brunetta, ricordando come la popolazione carceraria è “composta dai detenuti presenti negli istituti di reclusione, dai condannati che scontano la pena all’esterno con misure alternative, e da quelli che sono in attesa di esecuzione della pena”, spiega che “questi tre stock vanno fatti confluire in una piattaforma digitale per poi profilarli e individuare percorsi adatti di formazione e accompagnamento al lavoro mettendoli a disposizione delle reti imprenditoriali. Un aspetto centrale che riguarda il lavoro in carcere è quello della piena equiparazione del lavoro alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria agli standard ordinari dei contratti collettivi di riferimento. Dobbiamo puntare sulla diffusione di una cultura imprenditoriale vantaggiosa per tutti nella logica win win win”.

A nessuno dei soggetti coinvolti sfugge la complessità da dipanare. “Non faremo miracoli dall’oggi al domani - sottolinea il ministro della Giustizia, Carlo Nordio - ma possiamo realizzare una sinergia programmata, non lasciata al solo volontariato. L’obiettivo è avere in ogni carcere o luogo di detenzione alternativa la possibilità di fare apprendere alle persone detenute un lavoro, in modo tale che possano riuscire a trovarlo una volta liberate”.

In che modo? “Serve un ponte tra carcere e imprese, orientato al dopo, così da permettere a una persona quando esce dal carcere di avere già una sua sistemazione”, prosegue il ministro. Ecco allora che l’impostazione, data dal Cnel che vede nelle reti sociali (“più una rete è di qualità, di valori, di strategie, più il suo valore aumenta esponenzialmente”, ripete Brunetta) l’architrave di questo nuovo sistema ridefinito, diventa determinante per il raggiungimento di risultati importanti. “Ci sono già parecchi detenuti che lavorano all’interno del carcere e parecchi condannati che espiano la pena in situazione di semilibertà o carcerazione attenuata. Ma è la prima volta che cerchiamo di collegare le tante iniziative ed esperienze cambiando soprattutto la concezione esclusivamente carcerocentrica dell’espiazione della pena. È una svolta epocale”, chiosa dunque Nordio.

E così la questione del lavoro diventa non solo dirimente ma anche l’opportunità per creare un modello. Tanto che per il sottosegretario, Andrea Ostellari: “il vero miracolo non è solo la recidiva zero ma aiutare il paese a fare sistema, per definire un “modello” di percorso di rieducazione. Stiamo lavorando sul tema dell’esecuzione della pena attenuata, non stiamo parlando di sconti ma vogliamo affrontare il tema per dare una soluzione diversa. Noi possiamo impiegare il tempo di esecuzione della sentenza di condanna non più per guardare il soffitto ma per pensare a come imparare un mestiere e come formarsi”.

Tutto ciò all’interno di una visione estremante pragmatica: “In un anno o poco più - ripercorre il Capo del Dap, Giovanni Russo - le spese che la Cassa delle ammende sostiene per contribuire allo sviluppo del lavoro in carcere sono passate da 9 milioni a 30 milioni di euro. In questi primi mesi del 2024 oltre 600 imprese hanno fatto richiesta di sgravi fiscali.

Questi sono già risultati importanti. Ora con il Cnel vogliamo andare oltre e offrire una visione nuova, perché la detenzione divenga uno spazio di tempo durante il quale inserire la nostra missione costituzionale, la rieducazione. Vogliamo che gli istituti penitenziari siano luoghi da cui i detenuti escano con maggiore cultura e maggiore professionalizzazione”.