di Linda Laura Sabbadini*
La Stampa, 25 settembre 2022
Dolore e rabbia delle donne iraniane contro un regime che le uccide per qualche ciocca di capelli “fuori posto”, fuori da quel velo imposto per legge. Come è successo a Mahsa Amina. Ma le donne iraniane si mobilitano e vinceranno contro un regime misogino che le vuole schiave.
È solo questione di tempo. In tanti continuano a manifestare per lei e per se stessi, per la propria libertà. Uomini e donne uniti, ma le donne sono alla testa del movimento. In tanti e tante, in decine di città del Paese.
Vogliono la fine della repubblica islamica, così appare dai video che circolano sui social. Quella repubblica che impone per legge a tutte le donne di indossare il velo quale segno di sottomissione, di rinuncia alla libertà propria e di tutti. Quella repubblica che permette solo agli uomini di richiedere il divorzio, che impone alle donne di chiedere il permesso al marito in caso di viaggio all’estero e che le vuole schiave dei loro uomini e del regime. Il governo chiude Whatsapp, Instagram. Teme che la rivolta divampi come nel 2019. Continua a uccidere chi osa manifestare.
Ma questa situazione non può durare a lungo. L’integralismo religioso ha cercato di isolare dal mondo, di congelare la società iraniana, in difesa del patriarcato, del potere maschile nella sua versione feudale. Per decenni le donne iraniane hanno dovuto vivere nell’oscurità. L’Iran è tra i Paesi con il peggior valore del Gender Gap Index, calcolato ogni anno dal World Economic Forum. Dopo l’Iran in graduatoria ci sono solo Afghanistan, Pakistan, Congo.
Le donne in Iran entrano in poche nel mercato del lavoro. Il loro tasso di occupazione è tra i più bassi al mondo. Le poche che lavoravano sono state colpite dalla crisi successiva al Covid. Ma questo aspetto del non lavoro entra in contraddizione con ciò che sta succedendo dal punto di vista della loro istruzione. Nel 1976 solo il 24% delle donne adulte era alfabetizzata, oggi più dell’80%. Non solo, la maggioranza degli iscritti alle università è donna, ma anche la maggioranza di chi si laurea ogni anno.
Il livello di istruzione delle donne è cresciuto nel tempo. Soprattutto tra le giovani, che sono tante. Perché l’Iran è un paese giovane. Più istruzione significa più aspettative rispetto al lavoro. Vuol dire anche più capacità di contrattare una situazione diversa all’interno della coppia. La concessione della possibilità di studiare per le donne da parte del regime si sta trasformando in un boomerang. E i segnali si vedono. I matrimoni sono in diminuzione.
Il governo è molto preoccupato dell’aumento dei “white marriage”, cioè della tendenza dei giovani a non sposarsi e a convivere. Un modo per le giovani istruite di evitare di incorrere in un restringimento dei propri diritti. Un modo per evitare le spese per le nozze. Il dibattito nel Paese è esplicito. L’età per il matrimonio si è alzata, nonostante per legge sia stata abbassata dal governo ed è 13 anni. I divorzi sono aumentati.
L’uso dei contraccettivi moderni si è diffuso. L’utilizzo di Internet si è esteso soprattutto tra la popolazione più giovane. Sono tutti elementi che spingono verso un modo di pensare e di vivere più libero specie tra le giovani generazioni. A ciò vanno aggiunte le gravi difficoltà economiche che vivono le famiglie iraniane, causa di non poche rivolte nel paese negli ultimi anni, represse nel sangue, ma anche sintomo delle forti crepe emergenti nel controllo sociale da parte del regime.
Per questo ho speranza e penso che è solo questione di tempo. Difficile convincere donne istruite che non possono essere libere e devono essere schiave dei loro mariti. E se le donne e gli uomini iraniani riusciranno ad abbattere il dispotismo integralista e patriarcale, la democrazia, la giustizia e l’eguaglianza di genere faranno un passo in avanti epocale, in Medio Oriente, e in tutto il mondo. La nostra sorellanza è fondamentale. Come lo è per le donne afghane. Facciamo arrivare il nostro grido di dolore e di battaglia.










