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di Gian Maria Fara*

Il Dubbio, 9 giugno 2025

Un estratto dell’introduzione del presidente Gian Maria Fara, al 37° Rapporto Italia realizzato da Eurispes. Siamo ancora di fronte al bivio delle scelte di fondo, personali e collettive, che occorre compiere in risposta alle nuove sfide determinate dai cambiamenti, spesso sorprendenti e radicali, che sono avvenuti nella situazione geopolitica internazionale, nella evoluzione della scienza e della tecnologia, nel modo di pensare e nei comportamenti sociali, delle persone e delle comunità e, soprattutto, sul fronte della finanziarizzazione dell’economia, non più da intendersi come fatto tecnico, bensì come strumento di controllo e di indirizzo della politica.

Siamo oggi costretti a misurare tutto il grado di incertezza e i relativi effetti negativi che questa condizione comporta. Una condizione che avevamo in gran parte previsto e valutato e che era stata presentata e messa a disposizione della comunità nazionale nelle precedenti edizioni del Rapporto Italia. Ci riferiamo, in particolare, al Rapporto Italia del 2023, quando, dopo l’uscita dal tragico periodo dell’epidemia da Covid-19, avevamo segnalato che quelli in atto nella società italiana non erano semplici cambiamenti di sistema da correggere più o meno agevolmente e tempestivamente per recuperare le situazioni del passato, ma si trattava, invece, di vere e proprie trasformazioni strutturali, destinate a condurci in territori sconosciuti e di fronte alle quali era richiesto a tutti noi, come scrivemmo allora, “il coraggio di avere coraggio”. Vale a dire di avere la capacità di pensare e di agire con scelte adeguate di fronte alla direzione del tutto nuova da imboccare e alla via da percorrere.

Ed ancora: ci riferiamo al Rapporto Italia del 2024, in cui abbiamo segnalato come l’incertezza delle situazioni nelle quali operavamo fosse ormai diventata una norma, un dato costante con cui confrontarci, sostenuti, in questa nostra lettura, da una opinione oggi diffusa anche tra numerosi e autorevoli esponenti pubblici e privati, italiani e stranieri. L’Italia al bivio, avevamo sottolineato lo scorso anno; e lo è ancora attualmente in questo 2025 che continua ad essere carico di tensioni, rotture, tragedie sul fronte interno e su quello internazionale. Di fronte alla complessità con cui dobbiamo confrontarci, ci affidiamo all’insegnamento di colui che è stato il nostro maestro, Franco Ferrarotti, quando ci insegnava che il ricercatore non deve offrire soluzioni, ma porre domande e segnalare problemi.

In questo senso, allora, le domande da porsi potrebbero essere queste: stiamo davvero operando con scelte valide, lungimiranti, in grado di farci intravedere, quanto meno, delle prospettive degne di essere perseguite e raggiunte? Ci stiamo davvero muovendo con un adeguato patrimonio di valori, di pensiero e di idee, di comportamenti in questa direzione? Abbiamo la consapevolezza, e il senso, di quanto sta accadendo intorno a noi? E ancora: ci siamo attrezzati intellettualmente e praticamente per affrontare in modo adeguato l’imponderabile e l’imprevedibile?

Queste domande non sono il frutto di un’esagerata propensione al dubbio, o di un esercizio di retorica, ma trovano giustificazione nello studio, nelle analisi, nella valutazione dei processi di trasformazione che stiamo vivendo nella nostra società. Quando dalla superficie proviamo ad andare in profondità, quando decidiamo di alzare il velo delle apparenze, dell’effimero e del contingente per cercare la realtà effettiva del periodo storico nel quale ci è dato di vivere ed operare, allora emerge in tutta la sua gravità la portata della crisi attuale, una crisi che intacca e deprime i valori e i fattori fondamentali sui quali - finora - si sono basati e organizzati i nostri sistemi di convivenza, i nostri processi di crescita e di sviluppo.

La razionalità e, perché no, anche il sentimento con cui portiamo avanti le nostre ricerche - quelle che presentiamo quest’anno con il 37° Rapporto Italia e che promuoviamo applicando sempre un approccio interdisciplinare e sistemico per non rischiare di trascurare qualche elemento importante di valutazione - queste ricerche ci evidenziano che lo stato di incertezza è arrivato a cogliere ed intaccare negativamente, in profondità, valori ed elementi essenziali del nostro vivere comune, quelli, per intenderci, in gran parte sanciti nei principali atti internazionali e nazionali di riferimento, come, ad esempio, i documenti fondanti dell’Onu, la “Carta delle Nazioni Unite” e la “Dichiarazione universale dei diritti umani” e anche la stessa Costituzione della nostra Repubblica italiana.(...)

Il richiamo di questi elementi principali chiarisce senza equivoci che, al di là dei fatti e delle difficoltà contingenti, al di là delle frequenti emergenze, la nostra società è soggetta a processi di cambiamento radicale in cui ormai sono messi in discussione i valori etici, religiosi, culturali, politici, sociali sui quali tradizionalmente è stato costruito ed ha potuto progredire per decenni il nostro sistema. Un richiamo che chiarisce, di conseguenza, che ogni possibilità di correggere questa situazione e riprendere un cammino positivo è in effetti legata ad un impegno condiviso, volto a recuperare un pensiero forte, onesto, costruttivo, adeguato a orientarci nelle scelte da compiere, come individui e come comunità.

In questo senso, anche a distanza di tanti anni, dovremmo aderire all’appello che Albert Einstein, insieme alla propria comunità di scienziati, promosse nel lontano 1946, per diffondere “il pensiero essenziale” senza il quale l’umanità non avrebbe potuto sopravvivere. Riteniamo, sinceramente, che quando sono in discussione e a rischio reale di rottura i valori essenziali di una comunità, come accade attualmente, quantomeno in Italia e nell’ambito della Unione europea, noi tutti dovremmo compiere ogni sforzo per considerare con adeguata attenzione la vera realtà che abbiamo di fronte, nella quale viviamo quotidianamente. Dovremmo sforzarci di intenderla e affrontarla, appunto, con un “pensiero essenziale”, mettendo da parte le valutazioni effimere, gli atteggiamenti superficiali. Dovremmo cercare di combinare gli interessi personali con quelli collettivi, accantonando e rinunciando a sterili e controproducenti contrapposizioni, nei diversi àmbiti del vivere comune, a cominciare da quello politico e da quello economico e lavorativo. Non abbiamo più tempo - ci sentiamo di aggiungere - perché i rischi di involuzione e di implosione sono assai elevati. Questo ci rivela il velo che è stato sollevato sul mondo reale. Occorre, insomma, come abbiamo ripetuto in tante occasioni, ritornare a riflettere sull’elementarmente umano, sull’elementarmente ragionevole.

In sostanza, l’esercizio di questo pensiero essenziale ci induce a riflettere sui cinque punti di crisi della contemporaneità: - la crisi della democrazia:

- la crisi della politica; - la crisi dell’ordine mondiale; - la crisi dell’idea di progresso; - la crisi dell’idea di comunità.

Che cosa è diventata la nostra democrazia? Che cosa sono diventati i princìpi, le Istituzioni, le pratiche di partecipazione per le quali i cittadini hanno lottato per secoli, con il fine di poter esercitare i loro diritti fondamentali di libertà, eguaglianza e giustizia? Valgono ancora questi princìpi? O, meglio, esistono ancora le condizioni per un loro pieno esercizio?

Se alziamo il velo sui nostri sistemi democratici e sulle loro modalità di funzionamento, vediamo con chiarezza che tra il cittadino e le Istituzioni democratiche si sono interposti dei soggetti esterni, dei mega-attori economico-finanziari e tecnologici che sono in grado di interferire sul processo di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica - una partecipazione libera, cosciente, responsabile - attraverso un condizionamento invasivo e profondo sulle loro scelte e comportamenti.

Un condizionamento che impone orientamenti e interessi che, sempre più spesso, vanno al di là di quelli meramente economici e di consumo dei beni e dei servizi. Gli effetti diffusi di una simile situazione, che registriamo nei nostri sistemi democratici in questa fase storica, giustificano la domanda che molti hanno iniziato a farsi: siamo di fronte alla fine della democrazia? Il nuovo governo del mondo che si va delineando sembra ormai concentrato nelle mani di pochissimi attori che non pare abbiano particolarmente a cuore il bene dei popoli e la loro libertà. Crescono i condizionamenti esterni da parte di attori non politici e sempre più spesso assistiamo al progressivo svilimento - quando non ad un vero e proprio svuotamento dei valori- delle ragioni e delle prassi della politica, del pensiero e di quell’agire politico che abbiamo conosciuto.

Stiamo vivendo una fase storica nella quale non soltanto sono venute meno le ideologie che alimentavano il confronto tra orientamenti diversi; una fine delle ideologie ormai ampiamente riconosciuta. È venuta meno, soprattutto, la capacità di intendere e praticare l’azione politica nella sua funzione primaria, che è quella di operare secondo una visione di bene comune e di progresso di una società nel suo insieme.

È venuta meno la capacità di agire secondo un’idea di futuro condiviso che non sia soltanto un futuro da esplorare, ma che sia soprattutto un futuro da costruire; un futuro, come diciamo da tempo, legato all’individuazione e definizione di scenari degni di essere perseguiti: quale futuro vogliamo costruire? Con quali politiche? Quella che viviamo è troppo spesso una politica sterile, motivata da ragioni contingenti, emergenziali; una politica che sta perdendo il ruolo guida, che opera in superficie, che è lontana, disancorata dalla necessità ineludibile di affrontare le trasformazioni strutturali del nostro tempo. È una politica che, a causa della sua perdita di senso, sta diventando sempre più non-politica, vale a dire una politica che esalta il peggio mentre mantiene il silenzio sul meglio. Spesso una retorica fine a se stessa, che ci richiama un significativo pensiero che si legge nelle lettere di L.N. Tolstoj: “Gli uomini si distinguono fra loro anche in questo: alcuni prima pensano, poi parlano e quindi agiscono, altri, invece, prima parlano, poi agiscono e infine pensano”.

Da qui la domanda che facciamo a noi stessi, e che ci permettiamo di proporre anche a tutti voi: siamo davvero alla fine della politica? La giustificazione a questa domanda, oltre che sugli elementi di decadenza e degrado decritti finora, la troviamo in quella che definiremmo come la povertà dei processi che emergono innanzitutto sulla scena internazionale. Una povertà, per usare un eufemismo che, ad esempio, porta Stati e cittadini a orientarsi verso valutazioni di chiusura miope, egoistica, nel modo di intendere e promuovere la tutela della sovranità e degli interessi nazionali, come dimostra il diffondersi di movimenti politici populisti e sovranisti: fino alla assurdità tragica, decisamente antistorica, di sostenere la promozione degli interessi nazionali con iniziative di guerra.

D’altro canto, valgono i processi che tendono a condividere la sovranità e a concentrare il confronto e le decisioni politiche strategiche tra un numero ristretto di potenti, pubblici e privati, collocati sempre più spesso al di fuori delle Istituzioni tradizionali degli Stati e delle loro Istituzioni multilaterali di riferimento. A questo riguardo, non vi è dubbio che siamo entrati in una situazione caratterizzata dal fatto che vi è più politica al di fuori della politica ufficiale. In un famoso libro che ci induce a riflettere su chi siano i veri potenti della terra, lo studioso americano Noam Chomsky si domandava: “Chi governa il mondo?” ma concludeva le sue analisi con un’altra domanda: “Quali princìpi e valori comandano il mondo?”, richiamando in tal modo i limiti di una politica che non riusciva più a svolgere la sua vera funzione di operare le scelte secondo determinati princìpi di civiltà e di progresso.

*Presidente Eurispes