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di Marcello Sorgi

La Stampa, 6 aprile 2022

Lo scontro interno alla maggioranza - l’ennesimo, in questi giorni difficili per il governo - con la Lega che attaccava il ministro degli Esteri per l’espulsione di 30 diplomatici dell’ambasciata russa, sospettati di fare attività spionistica, ha fatto venir fuori un elemento finora intuibile, ma mai espressamente scoperto, del complicato quadro politico italiano: Salvini è il capo del partito putiniano, filorusso, anti-occidentale.

Con una dichiarata linea di difesa degli interessi di Mosca, anche nel momento in cui la Russia e il suo autocrate, a causa dell’invasione dell’Ucraina, scontano un isolamento quasi completo in Europa e larghissimo nel mondo. Finora infatti il leader del Carroccio, forse in conseguenza dell’esito tragicomico della sua missione del 9 marzo in Polonia, in cui era stato apertamente contestato come “amico di Putin” mentre cercava di recarsi al confine con l’Ucraina si era tenuto su posizioni di generico pacifismo.

Posizioni che sottendono un atteggiamento giustificazionista per la Russia. Ieri invece di fronte alla decisione del governo, comunicata in mattinata dalla Farnesina all’ambasciatore Razov, non si è più tenuto e ha preso le distanze in modo così radicale da determinare una risposta altrettanto dura del ministro Di Maio, che ha confermato che si trattava di un provvedimento a salvaguardia della sicurezza nazionale e in linea con quanto avvenuto in altri Paesi europei.

Dalla Francia alla Germania, dalla Spagna ai Paesi Bassi e oltre, in Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Irlanda e Belgio, un totale di 150 diplomatici e con un placet del responsabile della politica estera della Commissione Borrell. Se dunque Salvini ha deciso egualmente di muoversi in dissenso, pur di fronte a un così largo schieramento di partners europei, nel giorno in cui in Italia cominciava il processo al capitano di fregata della Marina Biot, arrestato con l’accusa di aver venduto per 5000 euro segreti militari a due funzionari russi, anche loro espulsi, e a ridosso per le polemiche sulle presunte attività spionistiche di parte dei membri della delegazione sanitaria russa venuta in epoca Covid, è chiaro che i suoi legami con Mosca non gli consentivano più di tacere. Le espressioni di giubilo, a cui si era unita Meloni, usate lunedì per festeggiare la vittoria e la riconferma di Orban alla guida dell’Ungheria, sono nulla al confronto della netta rottura con il governo sul terreno della sicurezza e della politica estera.

Va detto che proprio queste due materie da sempre non consentono divisioni e anzi sono tradizionalmente occasione di unità tra maggioranza e opposizione. Si pensi, tanto per fare esempi recenti, al terrorismo interno e internazionale, alle missioni di pace che vedono impegnati i nostri militari nei teatri di guerra più delicati del mondo. Tal che, sebbene l’espulsione dei diplomatici russi non sia certo paragonabile ad eventi come quelli, il sol fatto che sia avvenuta all’indomani dell’autrice strage di Bucha avrebbe richiesto, da parte del leader della Lega, un di più di responsabilità.

E dato che si parla di scarsezza di questo sentimento patriottico, proprio da parte di Salvini che ne fa spesso uso retorico a vanvera, forse bisognerebbe aggiungere che il leader leghista non è il solo, in questi giorni, a mostrarsi al di sotto della serietà che la situazione richiede. Non c’è nessun Paese in Europa - tranne appunto l’Ungheria di Orban - in cui sia successo quel che sta capitando in Italia. Dove il partito trasversale genericamente pacifista, giustificazionista, equidistante tra l’aggressore russo e l’aggredito ucraino si sia manifestato con tale forza e costanza, senza alcun pudore e senza alcuna attenzione per il rilievo dei fatti. Così ieri è stato Salvini ad assumere la leadership dei putiniani, ma non va dimenticato che il giorno prima era stato Conte a raccomandare di non farsi prendere la mano dagli americani. E ancora il vertice dell’Anpi, fortunatamente contraddetto da partigiani che avevano preso parte alla Resistenza italiana. E pezzi di sinistra radicale che non digeriscono di trovarsi schierati con l’Occidente. E gli intellettuali della commissione DuPre. Nessuno che si renda conto della gravità del momento, che mostri almeno un briciolo di senso del ridicolo.