di Luigi Manconi e Chiara Tamburello
La Repubblica, 6 aprile 2025
La tortura è una pratica vecchia come il mondo. Ha radici millenarie ed evolve parallelamente alla storia delle società. I metodi e gli strumenti per infliggerla sono cambiati nei secoli, ma l’esito di disumanizzazione rimane lo stesso. Il toro di bronzo, la bollitura, l’impalatura, l’aquila di sangue, la damnatio ad bestias, il ratto: altrettante torture che risalgono alle sevizie dell’antichità, ai supplizi medievali e alle punizioni dell’età moderna. Ma, come denuncia Amnesty International, certi appellativi evocativi riguardano anche tecniche contemporanee applicate in molti sistemi dispotici, come in Siria: la festa di benvenuto, lo pneumatico, l’impiccato, il pollo allo spiedo, il tappeto volante, la sedia tedesca.
Amnesty International da decenni si occupa di tortura e oggi, insieme ad altre organizzazioni, tra cui A Buon Diritto, Antigone e la Società italiana di medicina delle migrazioni, è tra gli osservatori della Rete di Supporto per le persone Sopravvissute a Tortura (controlatortura.it), promossa da Medici Senza Frontiere, Medu, Caritas e numerose realtà che operano in Italia per la riabilitazione di sopravvissuti a tortura e altre forme gravi di violenza intenzionale. Una neonata rete che nasce dall’esigenza di affrontare le conseguenze della tortura, una pratica pressoché universalmente vietata ma ancora presente in oltre 140 paesi.
Il 10 dicembre del 1984 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione contro la tortura. Nel nostro paese il reato di tortura è stato introdotto nell’ordinamento solo nell’estate del 2017. Più di trent’anni di ritardo in un contesto ancora più sensibile: l’Italia è un paese di arrivo per i migranti e tra essi la percentuale di vittime di violenze e abusi è assai alta, dal momento che comprende anche persone sottoposte a tortura nei paesi di transito, in Libia e lungo la rotta balcanica.
Bastonate, pugni, calci, bruciature; piegamenti del corpo innaturali, gambe e braccia costrette in posizioni dolorose, asfissia e annegamento; privazioni sensoriali e assenza di cibo e acqua, ambienti accecanti e gelidi oppure celle buie e bollenti. Efferatezze finalizzate a estorcere confessioni, infliggere punizioni, contrastare una resistenza, incutere terrore. In altre parole, abusi di potere attuati da parte di appartenenti ad apparati dello Stato e che, legalmente o illegalmente, detengono la custodia di un essere umano.
Il crinale che separa la legalità e l’illegalità della custodia è spesso accidentato e muta in base al contesto nel quale si attua una tortura. Un esempio: in termini generali, quanto accade nelle carceri italiane non è accostabile a quel che avviene nei centri di detenzione libici.
Non si tratta di classificare le sofferenze inflitte in base a un parametro di minore o maggiore acutezza (l’Italia è responsabile degli atti di tortura eseguiti nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 e, a oggi, vi sono quasi trenta procedimenti penali che hanno per oggetto violenze, torture, maltrattamenti o decessi avvenuti in vari istituti penitenziari), ma di non perdere di vista il sistema dentro il quale si verificano certi abusi.
Nel caso dell’Italia si tratta di violenze esercitate da pubblici ufficiali e da chi eserciti pubbliche funzioni e da chi, oltrepassando i limiti dell’autorità, compie atti illegali e infligge pene e maltrattamenti alle persone sotto custodia. Il tutto all’interno di uno Stato di diritto che ancora sembra tenersi in equilibrio.
La Libia, al contrario, è uno Stato attraversato dalla guerra civile e privo di stabilità politica, dove le carceri sono gestite dal governo di Tripoli e controllate da miliziani che seviziano, violentano e torturano i migranti al fine di estorcere denaro alle loro famiglie e di avere il controllo sui reclusi, ridotti a merce per i trafficanti.
La Libia non riconosce il diritto di asilo, non ha una costituzione e le sue stesse leggi in materia di immigrazione irregolare prevedono la detenzione e in vari casi la sottoposizione a lavoro forzato. Inoltre è uno dei pochi Stati a non aver ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati.
È di poche ore fa la notizia dell’espulsione dell’Unhcr e di nove ong dal territorio libico. L’agenzia di sicurezza interna (Asi) di Tripoli accusa le organizzazioni umanitarie di essere parte di un “progetto internazionale ostile alla Libia, che mira a insediare nel paese immigrati illegali”, a favorire un “cambiamento demografico” e a incoraggiare “valori contrari all’identità libica, come il cristianesimo, l’ateismo, la promozione dell’omosessualità e della decadenza morale”.
L’ennesima prova, manifestatasi come teoria del complotto, del fatto che gli accordi tra Italia e Libia andrebbero stracciati e che continuare a sostenere, economicamente e politicamente, quel paese che tortura i migranti in fuga verso l’Europa è una responsabilità troppo grande. La stessa responsabilità che si fa così pesante e insostenibile ogni volta che ci troviamo di fronte alle immagini che rivelano la crudeltà di tutto ciò, come nel caso del video diffuso da Refugees in Libya, nel quale un bambino o una bambina di circa quattro anni vaga in solitudine a piedi nudi nel deserto del Sahara, senza che intorno si scorga altro che la sabbia.











