sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 23 gennaio 2025

Il cavillo giuridico che Nordio non ha rimosso, la scelta del governo e l’aereo dei Servizi. Perché l’Italia ha liberato Almasri, capo della polizia giudiziaria libica e del centro detenzione di Mitiga, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità? Nel governo la volontà di evitare contrasti con Tripoli sui migranti. La volontà del governo italiano di ignorare il mandato di arresto del generale Najem Osama Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica e del centro di detenzione di Mitiga accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità, è svelata in una frase del procuratore generale di Roma: “Il ministro della Giustizia, interessato da questo ufficio in data 20 gennaio immediatamente dopo aver ricevuto gli atti dalla Questura di Torino, ad oggi non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito”.

Qualunque “irritualità” dell’arresto del generale libico poteva essere sanata dal Guardasigilli, ma Carlo Nordio non ha ritenuto di farlo. Una decisione politica, evidentemente concordata con Palazzo Chigi che prima ha deciso di non convalidare l’arresto di Almasri e poi l’ha riportato in Libia a bordo di un aereo dei servizi segreti italiani. Com’era successo dieci giorni fa con l’iraniano Abedini. Lì c’era da onorare un patto con Teheran in cambio della liberazione della giornalista Cecilia Sala; in questo caso bisognava evitare guai con un elemento cardine della cooperazione italo-libica nel contrasto all’immigrazione, nonostante i crimini addebitatigli dalla Corte dell’Aia. Commessi proprio ai danni dei migranti trattenuti nel suo Paese.

La richiesta del procuratore risaliva al 2 ottobre 2024, ma sabato scorso, 18 gennaio, è arrivata la notizia che Almasri si trovava in Europa; di qui l’immediata emissione del mandato d’arresto e il contestuale avviso al funzionario addetto alla sicurezza dell’ambasciata italiana in Olanda che il ricercato stava arrivando in Italia. Lo stesso giorno, infatti, s’era presentato in un autonoleggio in Germania chiedendo di affittare una macchina da riconsegnare all’aeroporto di Fiumicino. Il funzionario ha subito inserito il nome nella banca dati Interpol, e dagli accertamenti è saltata fuori la prenotazione presso un albergo di Torino, dove gli agenti della Digos si sono presentati all’alba di domenica 19 gennaio. Almasri, che la sera prima era andato allo stadio per vedere Juventus-Milan, è stato arrestato e gli atti sono stati inviati alla Corte d’Appello di Roma, competente per la cooperazione tra l’Italia e la Corte internazionale. Ed è negli uffici giudiziari della Capitale che è emerso il cavillo per non dare seguito a un arresto poco gradito dal governo.

Per la Corte d’Appello, infatti, la polizia italiana s’è mossa in base alle norme sugli arresti a fini estradizionali, mentre in questo caso andavano applicate altre due leggi di ratifica e attuazione della cooperazione con la Corte dell’Aia. Che prevedono una preliminare e indispensabile “interlocuzione tra il ministro della Giustizia e la Procura generale presso la Corte d’Appello di Roma”. In sostanza, la polizia non poteva arrestare il ricercato di propria iniziativa, ma solo su autorizzazione del ministro Guardasigilli al quale dovevano rivolgersi i magistrati dell’Aia. Che potrebbero averlo fatto tramite l’ambasciata in Olanda, come avvenuto per la richiesta fatta alla polizia, visto che una delle tante norme in materia prevede che le istanze siano trasmesse “per via diplomatica”.

Fatto sta che quando la Corte d’Appello ha rilevato l’anomalia e ha chiesto un parere, il procuratore generale ha ritenuto la cattura di Almasri “irrituale”, ma non illegittima, e ha domandato al ministero della Giustizia che cosa intendesse fare. Il Guardasigilli, a quel punto, poteva risolvere il problema tecnico chiedendo di procedere secondo l’istanza della Corte internazionale. Come fanno i giudici quando non convalidano un fermo disposto dal pubblico ministero in assenza dei presupposti formali, ma di fronte ai gravi indizi e a una contestuale richiesta ordinano la custodia cautelare. Nordio invece non ha nemmeno risposto al procuratore generale, e a quel punto ai magistrati non restava che provvedere alla scarcerazione del generale libico, nell’impossibilità di convalidare l’arresto.

Il resto della storia conferma che dietro i tecnicismi giuridici c’è la scelta politica di liberare Almasri e farlo tornare tranquillamente in patria. Visti gli indizi a suo carico raccolti dalla Corte dell’Aia, infatti, il ministro dell’Interno ha firmato un decreto di espulsione dall’Italia in quanto “soggetto pericoloso” con divieto di rientrare per i prossimi 15 anni, e il questore di Torino per i tre libici che lo accompagnavano. Potevano essere accompagnati all’aeroporto e caricati su un volo di linea per Tripoli, come si fa normalmente in questi casi. Ma il governo ha preferito caricare i quattro su un aereo di Stato a disposizione dei servizi di sicurezza, e riportarlo personalmente a casa.