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di Claudia Fanti

Il Manifesto, 13 marzo 2025

A 119 giorni dall’arresto del cooperante italiano Alberto Trentini, attualmente detenuto in un carcere di Caracas con l’accusa di terrorismo, la speranza della famiglia resta legata appena a quella “prova certa” sulle sue buone condizioni di salute giunta, secondo quanto riportato dall’Ansa già il 6 febbraio, “attraverso un canale che tiene aperto un dialogo con le autorità del Venezuela”. L’ultimo ad assicurare il pieno impegno del governo italiano per riportarlo a casa è stato, il 4 marzo, il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il quale ha tuttavia riconosciuto che “la situazione è estremamente complessa e di difficile risoluzione”. Non si è invece ancora mai espressa Giorgia Meloni, a cui, durante la trasmissione Il Cavallo e la Torre, si è nuovamente rivolta la madre di Alberto, Armanda Colusso: “Vorrei guardarla negli occhi perché capisse quanto dolore c’è e vorrei che apertamente nominasse Alberto anche per far capire l’importanza che ha mio figlio nella vita di questo paese. È importantissimo sapere che farà di tutto per liberarlo. Alberto finora non ha avuto contatti con l’esterno e dobbiamo pretendere che abbia un incontro consolare e gli venga concesso di telefonare, è un suo diritto”.

Come è noto, il 45enne Trentini, un cooperante con oltre dieci anni di esperienza in ong internazionali in America Latina, Etiopia, Nepal, Grecia e Libano, era arrivato in Venezuela il 17 ottobre e il 15 novembre era stato fermato a un posto di blocco mentre si recava in missione da Caracas a Guasdualito insieme all’autista della ong per cui lavorava, Humanity & Inclusion, già Handicap International: un’organizzazione presente in circa 60 paesi che è stata tra i fondatori della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine e ha pure vinto nel 2011 il premio del Conrad N. Hilton Humanitarian Prize per il suo impegno nei confronti delle persone disabili in situazioni di povertà e conflitto. Non è comunque, il suo, un caso isolato, a conferma dell’ostilità mostrata dalle autorità venezuelane nei riguardi dei cooperanti.

Dalla Colombia, dove risiede dal 2008, l’esperto di diritti umani Cristiano Morsolin, da noi interpellato, confronta non a caso la vicenda di Trentini con quella dell’ingegnere colombiano Manuel Alejandro Tique Chaves, cooperante dell’ong danese Danish Refugee Council (Drc), per la quale anche Alberto aveva lavorato, dal febbraio del 2023 all’aprile del 2024. Proprio come il cooperante veneziano, il 14 settembre, riferisce Morsolin, Tique Chaves era stato fermato dalla Direzione generale del controspionaggio militare (Dgcim) mentre si stava recando a Guasdualito: lo stesso municipio venezuelano al confine con la Colombia - un corridoio del narcotraffico e della tratta di migranti -, in cui due mesi dopo sarebbe stato arrestato Trentini.

E anche del cooperante colombiano, accusato da Diosdado Cabello di nascondersi dietro una ong per reclutare paramilitari, non si hanno notizie, come evidenzia la Drc in un appello al governo Maduro affinché “fornisca informazioni sulle condizioni” del suo collaboratore, “consenta un contatto con la famiglia e faciliti l’accesso all’assistenza consolare”. Con una precisazione: “Il nostro lavoro - sottolinea l’ong danese - è centrato esclusivamente sul compito di offrire aiuti umanitari ai civili in stato di necessità, senza alcun coinvolgimento in questioni politiche”.

Altrettanto inverosimile appare l’accusa di terrorismo rivolta a Trentini, in un contesto - come non manca di evidenziare anche Morsolin - segnato dall’”irritazione di Maduro verso l’atteggiamento ostile dell’Italia”, tradottasi a metà gennaio nell’espulsione di tre diplomatici italiani da Caracas. Un atteggiamento, quello del governo Meloni, che aveva condotto il 13 novembre scorso all’inesplicabile bocciatura di una missione in Venezuela da parte del Comitato della Camera sui diritti umani presieduto da Laura Boldrini, la quale aveva reagito con sconcerto alla decisione: “La destra che ha fatto scintille contro Maduro ora impedisce che un organismo parlamentare vada proprio lì dove il presidente venezuelano agisce?”. “Cosa dovrebbe fare un Comitato sui diritti umani nel mondo - aveva aggiunto - se non recarsi nei luoghi dove proprio i diritti umani sono messi a rischio come, secondo molte testimonianze, sta accadendo in Venezuela? Dimenticano, forse, che lì vivono circa un milione e mezzo di cittadini di origini italiane?”.

Non si ferma, intanto la solidarietà della società civile, attraverso uno sciopero della fame a staffetta lanciato il 5 marzo e la campagna “Alberto Wall of Hope” - piattaforma online creata per raccogliere i selfie corredati dall’immagine del cooperante veneziano -, mentre la petizione lanciata per chiedere di riportarlo a casa ha raccolto circa 80mila firme. Ma c’è anche, evidenzia Morsolin, chi chiede al Comitato presieduto da Boldrini di organizzare al più presto una missione in Venezuela, per “costruire una diplomazia dei ponti e non dei muri”.