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di Ilaria Sacchettoni

Corriere della Sera, 13 marzo 2022

Il maggiore russo Oleg Mitrofanovich Skorikov non sedette mai al cospetto della dottoressa Federica Pirgoli. Tuttavia, quest’ultima e i suoi colleghi della I sezione penale della Corte d’Appello di Venezia ebbero modo di pesare le sue gesta nel corso delle udienze per l’estradizione di un imprenditore edile di Pedrozavodsk, sulla sponda occidentale del lago di Onega a nordovest di Mosca.

Suppergiù ogni procedimento di estradizione in Italia (in Europa, forse) ha il suo Skorikov, braccio violento della legge nella madrepatria. L’originale acquista perciò il valore di un memento. Per capirlo bisogna dare voce al suo accusatore, l’imprenditore edile Igor Tupalskii, imputato per l’omicidio della socia in affari Olga Nedneva.

Delitto di hybris protestano i giudici del distretto di Leningrado, accusando Tupalskii di mire espansionistiche nei confronti della sua stessa società. Accuse artificiose per eliminare l’oppositore e finanziatore di Navalny, ribatte la didesa rappresentata dagli avvocati romani Alessandro e Michele Gentiloni Silveri, facendo acquisire il racconto delle torture orchestrate dall’ispettore: “Mi hanno ammanettato e mi hanno portato in una cella senza finestre - ricostruisce Tupalskii -. Mi hanno avvolto uno strato spesso di bende elastiche intorno ai polsi e ai palmi delle mani. Due uomini mi hanno allargato le braccia legandole agli anelli fissati nel muro, all’altezza di 1,5 metri circa, mi hanno tirato indietro per le gambe e si sono messi a ridere, dicendo: “L’esercizio rondine”.

Sono rimasto appeso sulle braccia, all’incirca di 45° verso il pavimento. Uno degli uomini era rimasto, altri due sono tornati con bottiglie (di plastica) d’acqua da un litro e mezzo, con le corde attaccate al collo delle bottiglie. Hanno cominciato a picchiarmi con tutta la forza, pancia, torace, zona lombare, altezza dei reni...”.

Alla fine del 2018 Pirgoli boccia la richiesta di estradizione. Una decisione dalla quale è difficile distillare ingredienti perché anche quando il dialogo fra i due ordinamenti, russo e italiano, sconfina nella denuncia di abusi e storture nella Russia putiniana, accade di vedere accolta la richiesta di estradizione. Lo spettro dell’ispettore della polizia criminale Skorikov aleggia anche nel Palazzaccio romano quaralo ci si trova a discutere il caso del senatore Dmitry Krivitsky.

L’uomo, rappresentante della Duma regionale di Novgorod e dissenziente sull’annessione della Crimea (che precede l’invasione dell’Ucraina), si sarebbe fatto corrompere con 15 milioni di rubli dal vice governatore della regione allo scopo di influire sulle decisioni di Mitin, governatore regionale e plenipotenziario nel settore delle costruzioni e della manutenzione stradale. Pressioni di vario genere sui testimoni che hanno contribuito alla formulazione dei capi di imputazione (incluso l’ex autista del senatore: torchiato) popolano le argomentazioni della difesa che punta a evidenziare le conclamate violazioni dei diritti umani nelle carceri russe allegando, fra l’altro, la sentenza della corte europea sulle Pussy Riot. Nulla.

La Cassazione, nel 2020, accoglie la richiesta di estradizione. Oggi Krivitsky è detenuto in un carcere russo dove, assicurano, i suoi diritti fondamentali sono garantiti. Davanti al tribunale che giudica le estradizioni non c’è una regola e ogni storia fa storia a sé. A volte l’elemento “violazione dei diritti” - il “fattore S” del manesco Skorikov - resta appena sullo sfondo, indirettamente evocato da vicende collegate come nel caso Nekrich.

Il cinquantanovenne Mikhail Yulevich Nekrich, accusato di appropriazione indebita, sarebbe stato anche l’omicida del proprio avversario economico, l’immobiliarista Alexander Mineev, suo vero accusatore (era sul punto di denunciarlo alla corte arbitrale di Mosca). Un crimine finanziario diventa spy story internazionale appena si scopre che il socio di Nekrich, Georgy Shuppe, avvantaggiato dalle sue Operazioni, è anche l’ex genero di un fiero oppositore del regime putiniano, Boris Berezowsky, amico di Aleksander Litvinienko - prima vittima in Europa del polonio utilizzato dall’intelligence russa - e morto lui stesso a Londra in circostanze oscure. Come i giudici di Londra anche quelli della corte penale di Genova dimostrano di credere a uno dei testimoni del dibattimento sull’eventualità di concedere l’estradizione a Shuppe: “Il governo russo non perdona - dice il teste -. Persegue senza dare tregua”.

I giudici dubitano fortemente delle prove addotte dagli investigatori russi contro Nekrich: “Un procedimento istruito su tali basi in Italia rischierebbe di non essere neppure iscritto nel registro delle notizie di reato”. Morale, Berezowsky, trovato impiccato nell’abitazione dell’ex moglie nel marzo 2013, non è in grado di rivelare alcunché. Ma Shuppe e il suo socio-amico Nekrich, oggi, sono uomini liberi e lontani dalla Russia. L’argomento dei “diritti umani” è sempre delicato. Invano il penalista milanese Giuseppe Lucibello s’è battuto per le ragioni costituzionali del suo cliente, Andrey Smyshlyaev, magnate delle infrastrutture, accusato di bancarotta fraudolenta e truffa per la cifra modesta di 40 mila euro.

Arrestato a Como poco prima dell’esplosione della pandemia, il magnate poteva vantare alcune iniziative anti regime davanti ai giudici di Milano e cavalcare un argomento interessante: che, per i reati finanziari di cui era accusato, la Russia prescriva i lavori forzati. Riconoscendo tale problema i giudici della sesta sezione penale disposero un nuovo processo d’appello per decidere nel merito ma, un anno dopo, i colleghi della Cassazione respinsero la richiesta della difesa in seguito a un appello bis che li aveva visti sconfitti e oggi Smyshlyaev è detenuto in un carcere della Russia, a riprova che i limiti dell’ordinamento penitenziario di quel Paese non giocano necessariamente a favore dell’imputato.

Ultimo illuminante caso, quello dell’imprenditore Aleksey Popov testimonia la difficoltà di centrare l’obiettivo processuale nei casi di estradizione. Nato nella sud-orientale Oremburg, Popov viene accusato di appropriazione indebita. Due milioni di euro, l’acconto per la realizzazione di edifici pubblici nella città di Neryungri, sarebbero scomparsi dalla contabilità della sua Unipur. Lui si rifugia in Italia ma è inseguito da un’ordinanza che gli prospetta la detenzione in una delle province della Yakuzia.

Ai suoi difensori, gli avvocati di Bolzano Paolo Corti e Giorgia Oss, Popov porta in dote la testimonianza del proprio legale russo che oggi preferisce non essere nominato ma che, nel 2020, testimoniò così: “Ai detenuti in custodia cautelare è riservato il trattamento peggiore in assoluto. In tale regime, le nonne penitenziarie ordinarie possono essere violate, fino al collocamento di tre persone arrestate su un letto, che dormono a turno, devono rispettare orari fissi per le passeggiate, i pasti e per avere l’opportunità di fare una doccia.

Di regola, le persone detenute in questo tipo di carceri protette sono visibilmente deteriorate ed è anche possibile tenere pazienti infetti con persone sane nella stessa stanza”. A dispetto di ciò la richiesta di estradizione venne accolta. Dopotutto, devono aver pensato i giudici della sesta sezione penale della Cassazione, i nostri penitenziari non sono avviati su un analogo piano inclinato?