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di Luca Sancini

La Repubblica, 28 luglio 2024

“Mio fratello morto per salvare vite. Ma per la giustizia italiana non ci sono colpevoli”. Franco Sirotti, ferroviere, è rimasto quasi da solo a chiedere verità per le dodici vittime straziate dalla bomba sul treno tra Firenze e Bologna: “I neofascisti erano manovalanza, agirono poteri che evidentemente sono forti ancora oggi”. Sono rimasti in tre a chiedere la verità su quanto accadde la notte tra il 3 e il 4 agosto di cinquanta anni fa sulla tratta appenninica tra Firenze e Bologna. Dodici vittime, straziate dal fuoco, asfissiate dal fumo, quando dentro la galleria poco dopo l’una, scoppiò una bomba piazzata sulla carrozza numero 5: undici erano passeggeri e la vittima in più, fu un coraggioso ferroviere che perse la vita cercando di salvarne altre. Silver Sirotti, conduttore, aveva 24 anni anni ed era di Forli, in una vecchia foto è accanto a suo fratellino, un gigante col viso buono che da quel gesto di generosità ricavò una medaglia d’oro al valor civile ma non la verità su quanto successe.

“Non chiedo giustizia, quella ormai non si avrà ed è vergognoso, ma almeno la verità” dice oggi Franco Sirotti, anche lui ancora orgogliosamente ferroviere responsabile del settore manutenzione, cresciuto senza Silver, ma che lo ricorda nel fisico, giocatore in passato sino alla serie C con il Forlì e poi arbitro di serie A negli anni ‘90. Seduto ad un tavolino di fronte a San Petronio ricorda: “Ero là dentro il giorno dei funerali, la folla traboccava oltre la piazza, il boato di fischi che s’alzò all’arrivo del presidente della Repubblica, lo sento ancora: fu come un tuono”.

Sirotti sono passati cinquanta anni dalla strage dell’Italicus. Nessun colpevole, nessuna indagine?

“È una strage dimenticata, come titolò Alessandro Quadretti il documentario uscito dieci anni. Poi più nulla, perché nulla si muove. Siamo fermi alla Cassazione del 1987, gli imputati neofascisti Tuti, Franci e Malentacchi assolti. Per la giustizia italiana non ci sono responsabili”.

Silver era in servizio sul treno, che ricordo ne conserva?

“Come fratello, una grande complicità, mi proteggeva ma sapeva anche essere severo. Io nascondevo le brutte pagelle alla mamma, e allora a parlare con i professori ci andava lui. Quando ci fu la strage, avevo 14 anni, ricordo il dolore di mia madre e poi le frustrazioni lungo gli anni, davanti a processi interminabili e senza risposte. La grandezza del suo gesto l’ho capito col tempo”.

Lui non era stato coinvolto dall’esplosione, come rimase ucciso?

“E non doveva nemmeno essere in servizio. Aveva ritardato le ferie perché un amico gli aveva chiesto di andare, più avanti, in Inghilterra insieme. Secondo i testimoni, poco prima si era fermato a chiacchierare con una ragazza, Marisa Russo. Quando l’Italicus con la carrozza 5 ancora in fiamme si fermò a San Benedetto Val di Sambro Silver era sceso ma, preso un estintore, risalì sui vagoni, alcuni agenti di polizia al processo testimoniarono di aver tentato di fermarlo, si divincolò: altri raccontano di questa ombra in controluce che percorre la carrozza, si china verso qualcuno steso a terra, poi l’ombra scompare”.

I parenti delle vittime dell’Italicus non hanno un’associazione, quanto ha pesato nella ricerca della verità?

“Le difficoltà nacquero da subito, alcuni preferirono dimenticare, tre delle vittime sono stranieri, un giapponese, un tedesco e un olandese, e dei familiari non abbiamo più traccia. La famiglia Russo ebbe tre morti, si salvarono solo Marisa, scomparsa da poco e Mauro. Ma siamo rimasti io, lui e Daniela Mancini, figlia del capotreno dell’Italicus, non ci sono le forze”.

Detto ciò non è che per avere giustizia devono essere i familiari a pungolare...

“Certamente, ma la vicenda complessiva sulle stragi dimostra che in questo Paese solo con l’impegno delle associazioni familiari si tengono i fari accesi, si stimolano le indagini. A Brescia, anche quella una strage del 1974, si è riaperto il processo, a Bologna per l’attentato del 2 Agosto, vediamo i risultati”.

La vicenda giudiziaria dell’Italicus fu costellata da molti segreti di Stato, pesanti depistaggi, c’è dietro una verità più indicibile delle altre?

“È quello che penso, non si vuole aprire anche a distanza di anni il coperchio su segreti che devono restare tali, i neofascisti erano manovalanza, agirono poteri che evidentemente sono forti ancora oggi. Quella estate scoppiarono altre bombe in Toscana, era il centro di un progetto eversione di alto livello che si serviva di manovali del terrorismo dentro una strategia che si può intuire, di fatto si conosce, ma alla quale non si dà un nome”.

Anche senza associazione continuerete a battervi?

“Sono amareggiato e deluso, ma non mi resta che continuare a chiedere. Sono in contatto con un pool di avvocati, non sarà facile ma puntiamo alla riapertura delle indagini su questa strage dimenticata, speriamo di avere presto novità. Io, come fratello non avrei nemmeno diritto ad eventuali risarcimenti. Chiedo solo la verità, per Silver e gli altri. Almeno quella”.