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di Eleonora Camilli

La Stampa, 17 agosto 2024

Prove di dialogo tra Forza Italia e il centrosinistra sulla cittadinanza. Si gioca tutta intorno allo ius scholae la possibilità di riformare la legge sull’acquisizione della cittadinanza italiana. E di trovare un terreno di dialogo tra le forze di opposizione e una parte della maggioranza. Forza Italia già a settembre riunirà i capigruppo delle commissioni per ragionare su un testo che metta d’accordo un po’ tutti, anche i più recalcitranti nel partito. L’ambiziosa proposta di legge dovrebbe essere in grado di far convergere più posizioni e di schivare il veto di Meloni, che pure in passato si era detta favorevole allo ius scholae ma solo alla fine dell’intero ciclo della scuola dell’obbligo.

L’idea forzista è legare la possibilità di diventare cittadino a chi nasce sul suolo italiano da genitori stranieri (o vi arrivi entro la minore età) alla frequenza della scuola. Si ragiona su almeno due cicli di studi o, in generale, dieci anni di percorso scolastico. Si abbasserebbe così dai 18 anni, previsti oggi dalla legge 91 del 1992, a 16/14 anni l’età in cui è possibile fare richiesta di cittadinanza. Sarebbero poi ricompresi nello schema anche i bambini che arrivano da piccoli e che oggi hanno maggiori difficoltà a essere riconosciuti italiani, perché non nati nel nostro paese.

Ma il progetto di FI, se da un lato si scontra con il blocco netto della Lega, rischia di essere considerato un compromesso al ribasso anche dal Partito democratico. Dal Nazareno fanno sapere, infatti, che a oggi non c’è ancora nessun confronto con il partito di Tajani. E che si guarda con attenzione alle aperture dei forzisti ma non senza sospetto. Il rischio infatti è che Forza Italia non regga alla pressione degli alleati e che, dopo aver sollevato il dibattito, faccia marcia indietro su un tema caro ai dem e al loro elettorato. In ballo ci sono le storie degli oltre 800mila alunni stranieri, presenti sui banchi delle nostre scuole e, nella stragrande maggioranza dei casi (oltre il 60%) nati in Italia ma sono considerati stranieri. Inoltre, nel Pd in tanti ricordano bene il percorso a ostacoli della riforma in passato.

Scottano ancora le defezioni sul disegno di legge sullo ius soli, approvato alla Camera ma affossato in Senato nella scorsa legislatura. Uno schema che oggi a sinistra nessuno può rischiare di replicare. Non solo, ma come spiega bene Pierfrancesco Majorino, nonostante lo ius scholae sia contemplato in diversi disegni di legge depositati dagli esponenti dem, l’idea del partito resta “lo ius soli, cioè chi nasce in Italia è italiano”. “È decisamente la proposta migliore e più inclusiva - spiega il responsabile immigrazione del Pd-. Se Forza Italia ha cambiato idea rispetto al passato, quando cioè ha boicottato sistematicamente la riforma della cittadinanza, riteniamo che il Parlamento sia il luogo migliore per discuterne. Ma non possiamo fare giochetti sulla pelle delle seconde generazioni, dei ragazzi, delle loro famiglie”. Dunque, uno spiraglio di confronto c’è, ma “che sia serio”.

“La riforma si può fare in modi diversi, ma è un tema su cui non scherziamo” ribadisce Majorino, chiedendo “la chiarezza nelle proposte e nelle intenzioni”. Tra l’altro tra i testi già depositati, quello a firma della senatrice Simona Malpezzi parla proprio di ius scholae e prevede la concessione della cittadinanza al minore straniero nato in Italia o arrivato entro 12 anni, che risieda legalmente nel nostro Paese e che abbia frequentato in maniera regolare la scuola per cinque anni. Contenuti che si ritrovano anche in altre proposte, come quella della capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera, Luana Zanella, e in quella della cinquestelle Vittoria Baldino.

E che quindi potrebbero unire le opposizioni. Diverso invece il testo che fa sintesi delle proposte dell’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, del deputato Matteo Orfini e del senatore Francesco Verducci. E che contempla anche il cosiddetto “ius soli temperato”, cioè la cittadinanza alla nascita ai figli degli stranieri che siano regolarmente presenti in Italia e rispondano ad alcuni criteri (soggiorno legale senza interruzioni da non meno di cinque anni o possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo). Quest’ultima proposta, più ampia, potrebbe dunque essere accantonata solo nella certezza granitica di arrivare a una riforma, che semplifichi le procedure per i tanti ragazzi nati o cresciuti nel nostro paese, come italiani di fatto ma non di diritto.